Inutile girarci intorno. Inutile cercare di prenderla alla lontana, tanto finiremo lì, tanto il discorso arriverà a quella maledetta Coppa con le grandi orecchie....

Inutile girarci intorno. Inutile cercare di prenderla alla lontana, tanto finiremo lì, tanto il discorso arriverà a quella maledetta Coppa con le grandi orecchie. Quel cruccio che forse, per motivi anagrafici, rimarrà tale per tutta la vita. Inutile girarci intorno, chi vorrà schierarsi dalla parte dei detrattori di Zlatan Ibrahimovic, chi vorrà comunque sparargli addosso, tirerà fuori quelle due parole, come un fendente: Champions League.

Saper stare al mondo, però, imporrebbe anche un briciolo di onestà intellettuale. Non può e non deve essere una sola coppa mai vinta a mettere in discussione la statura e la carriera di un giocatore. Sì, perché, diciamocelo, signori. Zlatan Ibrahimovic potrà starvi antipatico quanto volete, potrete odiarlo quanto volete. Ma, a un certo punto, dovremmo anche capirlo. Tra qualche anno, a mente fredda, ci sarà solo una cosa che potremo dire: dobbiamo ritenerci fortunati ad aver vissuto nella stessa epoca di Zlatan Ibrahimovic. Anzi, dovremmo ritenerci dei privilegiati.

Questo il motivo per cui sono qui. Sono venuto per vincere e sto vincendo. Devo solo andare avanti. Ma più vinco e più sono soddisfatto. Più si invecchia e più la gioia aumenta. Da giovane pensi solo che sia divertente, non ci si rende conto cosa significhi un trofeo.

Perché questo, signori miei, è un campione vero. E non sarà l’assenza di una coppa -per quanto prestigiosa, per quanto importante- nella sua bacheca, a dirci che non è stato così. Perché non possiamo fare finta di niente, perché di motivi per farci credere che sia così il gigante svedese ce ne sta dando ogni giorno di più.

Nr 32

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Con la Coppa di Lega conquistata ieri, siamo a quota 30. Anzi, trentadue, perché lui stesso, ieri, postando la foto sul suo account Instagram, ha detto così, contando anche i due scudetti vinti con la Juventus di Fabio Capello. E chi siamo noi per contraddirlo?

La partita di ieri, poi, l’ha vinta lui. Praticamente da solo, aprendo e chiudendo le marcature. E il gol del 3-2, quello che rende vana la doppietta di un commovente Manolo Gabbiadini, è da far vedere nelle scuole calcio. Una chiusura difensiva perfetta, tutto il campo percorso da una parte all’altra, per andarsi a piazzare in mezzo all’area. E poi l’incornata, di prepotenza, a battere il portiere.

Lo dicono i numeri, lo dice il campo. A quelli che dicevano che a 35 anni era finito, che la Premier League sarebbe stata un osso troppo duro per lui, rammollito dagli anni della troppo tenera Ligue 1, lui ha risposto con i fatti, sul campo. Facendo vedere che a 35 anni si può essere ancora indispensabili. Facendo vedere che a 35 anni si possono ancora decidere le partite, stando in campo sempre e comunque, spesso per tutti e 90 i minuti. Facendo vedere che a 35 anni, sì, si può arrivare nella terra di sua Maestà e farsi incoronare Re.

Si tratta solo di vincere trofei. Questo sto facendo. Ovunque sia andato ho vinto. È come avevo previsto. Quello che avevo pensato si sta realizzando. Continuo a fare quello che sto facendo ogni anno.

Inutile girarci intorno: non sarà quella Coppa mancante a screditarlo. Lui, alla storia del calcio, ormai ci passerà comunque. Al massimo, quella Coppa mancante lo renderà umano. Lo renderà ancora più simile a tutti noi, che continuiamo a seguire questo sport perché ci piace inseguire i sogni, anche e soprattutto quando restano tali.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro