Zigoni e il calcio: essere umani è troppo poco Zigoni e il calcio: essere umani è troppo poco
Negli anni ’70 in Italia si vide correre tra i campi di gioco un uomo che sarebbe rientrato sicuramente nei parametri della Legge Basaglia... Zigoni e il calcio: essere umani è troppo poco

Negli anni ’70 in Italia si vide correre tra i campi di gioco un uomo che sarebbe rientrato sicuramente nei parametri della Legge Basaglia sui manicomi. Non esattamente bello, certamente non affascinante come George Best, caratteraccio intrattabile e bestemmia sempre sulla punta della lingua.

Il reato era sempre preventivabile quando c’era lui nelle vicinanze, come il colpo di genio d’altronde. Sapete benissimo che ci sono giocatori che non si ricordano per le avventure nelle grandi squadre, poi vanno nelle schiere di falegnami di una provincia dimenticata da Dio e ne diventano gli idoli. Ho appena riassunto Gianfranco Zigoni.

Avete presente quelli che non riescono a starti simpatici ma ci vorresti passare assolutamente una seratona insieme? Eccolo. O lo odi o lo ami, io (e tanti altri) lo amiamo.

Il venetaccio di Oderzo ha iniziato la sua carriera nella Juventus, una squadra a caso. Poi alla Roma, un’altra che al tempo non era per niente male. Sono stati anni difficili per Zigo: non giocava mai più di 25 partite di un anno. Non per il suo scarso rendimento sia chiaro, aveva solo la brutta abitudine di non tollerare qualsiasi cosa dicessero arbitri, guardalinee, allenatori e avversari. Fatto sta che a fine stagione erano più i cartellini che le marcature (…che però non erano mai banali).

zigoni2Sono stati anni molto difficili anche perché pensò di ritirarsi: credeva, anzi affermava in maniera molto convinta, di essere il miglior giocatore sulla faccia della terra, compito arduo se giochi al tempo di Pelè. All’autostima di Zigoni contribuì però il difensore del Real Madrid Josè Santamaria quando in una partita amichevole contro la Juventus disse con grande galanteria “El chico es mejor del negro”.

Zigoni al momento non capì e rispose con un abbinamento di zoologia e divinità, tipica espressione veneta. Il trevigiano era convintissimo delle sue capacità fino a quando non incontrò proprio sul campo Edson Arantes, volgarmente Pelè. Già con la maglia della Roma, Zigoni passò la partita incantato dai movimenti del brasiliano e per sua stessa ammissione pensò davvero di ritirarsi: tutti sono capaci di giocare, lui voleva essere il più forte. Quando però, verso il 70’, Pelè sbaglio il rigore per la sua squadra Zigoni si accorse che anche ‘O Rey era umano come noi. In quel momento iniziò probabilmente la leggenda di Zigo. Decise di trasferirsi in un ambiente dove potesse sentirsi libero.

Più forte di me? C’è stato solo Pelè, io ne ero il corrispettivo bianco. Solo che per aver continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta.

Doveva trovare qualcuno che ragionasse alla sua maniera, una piazza che amasse il calcio in quel modo romantico che sapeva solo lui. Ed ecco Verona, una città che ancora oggi vive tra il “prima dello scudetto” e il “dopo dello scudetto”. Alla Scaligera Zigoni abbassò la sua già non invidiabile media gol ma alzò di molto la passione di tutta la città, di chi voleva vedere sprazzi d’alta classe ogni domenica, gol d’autore e delinquentate che non passano mai inosservate.

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A Zigo non interessava vincere, voleva vivere il calcio perché quello era ciò che sapeva fare meglio. Lo Zigo vincente degli scudetti alla Juve, che tornava a prendersi il pallone in difesa per intenderci, era uno Zigo triste ed ingabbiato. A noi piace lo Zigo spento di Verona – Vicenza (quella che per entrambe le tifoserie è la partita dell’anno) della metà degli anni ’70: dopo una partita svogliata e sottotono prende palla, scarta quattro avversari e la piazza all’incrocio. Tutto normale? Quello che viene dopo è ancora meglio, con Zigo che non esulta ma va diretto negli spogliatoi in risposta a chi lo fischiava per la sua prestazione. Alla faccia di tutti, alla faccia della vita.

Alla faccia anche dell’allenatore, che quella volta lo lasciò in panchina (probabilmente dopo l’ennesima serata sopra le righe) senza possibilità di scendere in campo. Per tutta risposta il buon Zigo entrò in campo con pelliccia e cappello da sole. Il boato del Bentegodi valeva una tripletta, la folla in delirio era la sua droga.

Il sogno di Zigo era uno solo, e dovrebbe essere lo stesso per tutti quelli che giocano a pallone. Voleva morire in campo, morire con la maglia addosso e vedersi intitolato lo stadio. Non Bentegodi ma “Stadio Gianfranco Zigoni”, suona bene no? Forse qualcuno spera ancora che questo possa accadere.

Giacomo Bertollo
twitter: @JackBertollo