Walter Samuel: The Wall Walter Samuel: The Wall
Ho sempre odiato prendere gol, anche in allenamento. Mai abituato all’idea, non ci riesco. Detesto vedere la palla che entra nella mia porta. Me... Walter Samuel: The Wall

Ho sempre odiato prendere gol, anche in allenamento. Mai abituato all’idea, non ci riesco. Detesto vedere la palla che entra nella mia porta. Me lo ha insegnato Carlos Bianchi, il mio primo maestro. Poi Marcelo Bielsa, che ci allenava sui movimenti difensivi come nessuno.

Ora che il calcio italiano lo ha perso, a poco sono valsi i tentativi del presidentissimo Ferrero per portarlo in maglia blucerchiata, ci guardiamo indietro. Vediamo una roccia, lo sguardo di granito ed un fisico solo lievemente scalfito dalle intemperie della vita. Vediamo Walter Samuel, uno dei più grandi difensori che hanno militato nel nostro campionato. A volte la vita ti cambia in un istante, nemmeno te ne accorgi. A volte succede una cosa che li per li ti sembra insignificante, e solo qualche anno più tardi capirai che proprio quella cosa ha significato tutto. Dev’essere andata più o meno così anche per Walter Lujàn.

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Non fatevi ingannare dal cognome, Samuel arriverà solo in un secondo tempo in omaggio al padre adottivo. Fino a quel momento Walter sarà Lujan, cognome della madre di origine ebraica, che lo ha cresciuto da sola. Ma non è questa la svolta a cui ci riferiamo. Walter è un ragazzino come tanti in Argentina, vive di pan y futbol, pane e calcio.

A vedere quel che è diventato pare scontato pensare che fin da bambino abbia fatto una e una sola cosa: difendere la propria area di rigore. Invece, proprio perché la vita a volte è strana, finisce in attacco. Nel potrero, che noi potremmo definire un campetto cittadino, è ancora concesso sognare. E Walter sogna di buttare quella palla oltre le due magliette, che delimitano la porta immaginaria. Sogna , per l’appunto, perché non gli riesce più di tanto.

Il primo ad accorgersi che è meglio arretrarlo è Osvaldo Crosetto, allenatore del Firmat, la sua squadra giovanile. Dammi retta Walter, è meglio se i goal provi ad evitarli piuttosto che a farli. E’ ancora Lujàn, che ascolta in silenzio e mette in pratica. Inizia da qui la carriera di un baluardo semi insuperabile, che conoscerà pochissime battute a vuoto. Due stagioni nel Newell’s ed è subito Boca. Con la casacca degli xeneizes , indossata per tre stagioni, Samuel vince Apertura, Clausura e Libertadores.

La Bombonera era lo stadio dei sogni di bambino, e col Boca ho vinto tutto. Nei derby col River sentivi il campo tremare, ma sul serio, l’emozione prendeva alla gola.

Difficile non credere alle parole di uno che, avendo il coraggio di guardarlo fisso negli occhi, lascia trasparire ben poche emozioni. samuelroma
E’ il momento di provare il grande salto, l’Europa lo attende e Walter non vede l’ora di misurarsi contro i più grandi attaccanti del mondo. A spalancargli le porte è la Roma di Fabio Capello, siamo nell’anno 2000. C’è da puntellare il reparto arretrato, sulle fasce ci sono i due treni Cafù e Candela, spesso proiettati nella metà campo offensiva. Al centro rimangono Zago e Zebina, non sufficienti per certe ambizioni. Ci vuole un Muro, di quelli invalicabili contro cui gli attacchi avversari rimbalzino come palline. Ci vuole Walter Samuel.

The Wall diventa l’ultimo baluardo da superare prima di arrivare ad Antonioli. Batistuta davanti smitraglia a più non posso, ma è anche grazie alla tenuta difensiva della difesa giallorossa se all’Olimpico, dopo un Roma- Parma finito 3-1, i tifosi possono tornare a gioire per uno scudetto. L’ultimo era datato ’82-’83 ed in panchina sedeva un certo Niels Liedholm. Al termine della partita Samuel viene letteralmente preso d’assalto dai suoi tifosi, che hanno la buona grazia di lasciargli almeno le mutande.

In maglia giallorossa rimane quattro anni, dove vince anche una Supercoppa, poi vola in Spagna alla corte di Florentino Perez. Sono anni strani quelli per i Galacticos, anni in cui si accumulano giocatori di talento davanti senza un preciso progetto sul campo. Sono anni in cui, anche se ti chiami The Wall, puoi andare incontro a figuracce. Poco importa ai tifosi se dietro ci siano praterie sterminate, impossibili da coprire per qualsiasi difensore sulla faccia della terra. Il pubblico, diciamolo, è lievemente viziato e la stampa non gli risparmia nulla.

Samuel es la mosca en la supa”, così titola uno dei più prestigiosi giornali sportivi iberici.Troppo rozzo, lo definiscono i palati fini madridisti. Una stagione in blanco ed è di nuovo Italia. Questa volta è l’Inter di Massimo Moratti ad accoglierlo. In neroazzurro rimarrà per nove lunghissimi anni, essendo parte fondamentale di una colonia Argentina su cui si baseranno i successi interisti di quel periodo. Saranno anni in cui vincerà tutto, tornando ad essere il Muro ammirato all’Olimpico.

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Poco importa chi fosse il suo compagno di reparto, perché vicino a lui han giocato più o meno tutti. Da Cordoba a Burdisso passando per Lucio e Materazzi. Difficile trovare una coppia male assortita quando hai uno della sua intelligenza tattica e concentrazione a guidarti. Non gli è mai servito parlare. Eppure incuteva timore. L’attaccante lo sapeva che dopo due, massimo tre minuti di gioco, arrivava il suo monito. Una “stecca” per far capire chi comanda, per consigliare poco garbatamente che forse è meglio girare al largo. “Fallo alla Samuel” l’ha addirittura chiamato qualcuno, quasi ci fosse una sorta di brevetto.

Uno dei difensori più duri a giudizio di chi ha giocato con, ma soprattutto contro di lui. Sempre evitando la platealità del gesto, sempre con discrezione e lucidità. La concentrazione di chi sa che quel fallo, quel tackle è necessario in quel momento della partita e in quella zona del campo. Lo sa bene anche uno come Ringhio Gattuso, acerrimo avversario nei derby ma pronto a tributare il rispetto dovuto ad un combattente nato.

Samuel è un grande difensore  ma in campo è davvero un duro, in tutti i sensi. Quando capita in partita di sbattere addosso a lui, si sente eccome, sembra una roccia.

10 vittorie in 10 derby giocati per Samuel, forse la partita in cui ha sempre dato il meglio di sè. Proprio ad un goal nel derby, nel 2012, è legato uno dei suoi ricordi più belli in maglia neroazzurra. Insieme alla rocambolesca vittoria di Siena, dove l’inter di Mourinho si impose per 4-3 in rimonta dopo esser stata in svantaggio fino al novantesimo. Raggiunto il pareggio l’allenatore portoghese decide di tenerlo in attacco fisso per gli ultimi assalti alla porta bianconera. Il risultato è in parità e siamo al 93’ minuto di gioco. In campo ci sono Milito, Arnautovic, Pandev deputati ad insaccarla. E c’è anche lui, Walter Samuel abile tra le altre cose nel gioco aereo e probabilmente voluto in attacco proprio per questo.

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Ma la palla giunge tra i suoi piedi, dopo una manovra incalzante, e The Wall non se lo fa ripetere due volte. Controllo, sinistro preciso nell’angolino e via a festeggiare togliendosi la maglia. La mente torna a quel potrero, stavolta c’è qualche ciuffo d’erba in più ed una porta vera al posto delle felpe per terra a simulare i legni. C’è uno stadio intero in visibilio che forse non sa che quello è sempre stato uno dei suoi sogni. C’è una testa che, in un passato seppur remoto, ha pensato da attaccante e agito di conseguenza. A noi però piace ricordarlo come The Wall, uno dei difensori più completi dell’era moderna, in grado di combinare forza, concentrazione e precisione negli interventi. Uno che veramente incute timore se hai la 9 sulla schiena.

Se guardi la palla perdi di vista il centravanti e addio, è capitato anche a me e ho sbagliato. In area si marca a uomo e basta. Perché la palla non entra mica in porta da sola, cari miei.

No, la palla non entra in porta da sola. Non entra in porta nemmeno se a difenderla c’è un muro di granito con due occhi di ghiaccio.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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