Fare le cose semplici, certe volte, può essere la cosa più complicata del mondo. Troppo spesso si tende infatti a confondere la semplicità con...

Fare le cose semplici, certe volte, può essere la cosa più complicata del mondo. Troppo spesso si tende infatti a confondere la semplicità con superficialità, mancanza di idee, coraggio, personalità.
Se questo è vero nella vita di tutti i giorni lo è, a maggior ragione, nel mondo del calcio dove la costante ricerca dell’intuizione, del colpo di genio, della mossa ad effetto la fanno da padrone, anche in virtù di un’analisi sempre più meticolosa di numeri e statistiche applicati al gioco.

Nulla viene più lasciato al caso e questo, intendiamoci, non è una cosa disprezzabile, almeno nella misura in cui “la genialata” è realmente propedeutica ad un vantaggio della propria squadra nei confronti dell’avversario. Quello a cui invece assistiamo sempre più spesso, al giorno d’oggi, è la ricerca ossessiva dell’intuizione che il più delle volte si manifesta, ad esempio, con giocatori schierati in ruoli per loro non convenzionali, giocatori in forma lasciati in panchina per far spazio ad altri, ritenuti più adatti al sistema di gioco che si è deciso di adottare per quella determinata partita, e via discorrendo.

Quella che invece vogliamo esaltare oggi è una squadra, ed un allenatore, che sta facendo della semplicità la propria arma migliore. Una squadra che, ad inizio stagione, partiva con mille difficoltà, tra dubbi e scetticismo generale, ed ha saputo conquistarsi rispetto, ammirazione e stima da parte di tifosi e addetti ai lavori. Facendo le cose semplici, quando in realtà la situazione intorno era complicatissima.

Stiamo ovviamente parlando della Lazio, la cui stagione è cominciata all’insegna del caos: un allenatore annunciato, el Loco Bielsa, in realtà mai arrivato, l’allenatore di ripiego, già assegnato alla Salernitana, chiamato a guidare i biancocelesti solo 3 giorni prima della preparazione, il caso Keita, messo fuori squadra e reintegrato solo a stagione già cominciata anche per volontà del nuovo allenatore, Simone Inzaghi.

Ecco forse sarebbe bene soffermarsi un attimo su di lui, l’ artefice di questo percorso che ha portato la Lazio all’attuale quarto posto, l’allenatore arrivato in punta di piedi, che pensava di essersi giocato la chance della vita con la breve parentesi sul finire della passata stagione, quando venne chiamato ad Aprile per sostituire Pioli e concluse l’anno all’ottavo posto. Mai se lo sarebbe immaginato che sarebbe toccato di nuovo a lui l’onore di portare in alto il nome dell’aquila biancoceleste, nella stagione successiva.

Eppure il destino è così: qualche volta conta anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto, e questo, ad un attaccante come Simone Inzaghi, non glielo doveva spiegare nessuno.

Simone, già giocatore della Lazio e allenatore della squadra primavera con buoni risultati, conosce bene l’ambiente biancoceleste. Sa che la squadra che ha per le mani, pur con tutti i problemi extracalcistici derivanti in buona parte dalla proprietà, non è per nulla male, almeno sulla carta.

Si tratta solo di mettere gli ottimi interpreti di cui dispone nella miglior condizione di esprimersi, che è poi quello che dovrebbe essere l’intento primario di ogni allenatore.

Qui sta, a mio modesto avviso, la vera abilità di Inzaghi allenatore: consapevole di avere tra le mani una buona squadra, con ottimi solisti, si adopera fin da subito per far coesistere solidità e talento, senza dover mai rinunciare ad uno dei due elementi in favore dell’altro.

La solidità difensiva è costruita su una colonna portante olandese, Stefan De Vrij, che se non fosse per gli infortuni gravi patiti probabilmente se lo starebbero battagliando a suon di milioni i top club europei. E’ lui a guidare il reparto arretrato con forza, disciplina e precisione. Vederlo sbagliare un intervento è un evento più unico che raro.

In mezzo al campo la sua diretta emanazione, Sergej Milinkovic-Savic: fisicità superiore, spiccata intelligenza tattica e capacità di inserimento sono le sue qualità migliori. In continuo crescendo, dopo il prevedibile periodo di ambientamento della passata stagione, si è imposto come uno dei centrocampisti più completi del nostro campionato.

Menzione a parte merita indubbiamente anche Parolo, motorino instancabile del centrocampo, troppo spesso sottovalutato quando si parla di Lazio. Non ruba l’occhio ma se Inzaghi può permettersi un modulo a 3 punte, con Anderson e Keita che coprono il giusto, il merito è anche, se non soprattutto, suo.

Il reparto offensivo è quello che gode delle maggiori libertà, quello in cui è convogliato buona parte del talento dell’intera squadra. Keita da problema qual era ad inizio anno, si è trasformato in risorsa, l’uomo in grado di spaccare in due le partite con le sue accelerazioni e dribbling. Quest’anno molto presente anche in zona gol, una crescita in cui la fiducia ricevuta dal tecnico gioca un ruolo molto importante.

Felipe Anderson sta andando un po’ a corrente alterna: più decisivo con gli assist per i compagni che non individualmente, contrariamente a quel che ci si poteva aspettare ad inizio stagione. Nonostante ciò rimane un elemento assolutamente imprescindibile, per garantire imprevedibilità e pericolosità nelle ripartenze fulminee, di cui la squadra di Inzaghi è maestra.

Immobile davanti è il terminale perfetto per questo tipo di gioco, sviluppato molto sulle fasce e che necessita di un finalizzatore in mezzo all’area, forte fisicamente ma anche sufficientemente tecnico per dialogare nella stessa lingua calcistica dei compagni di reparto.

Cosa ha fatto, dunque, di speciale Simone Inzaghi per giustificare l’exploit di questa squadra? Niente, proprio un bel niente. Si è limitato a mettere in campo 11 giocatori per quel che sono le loro caratteristiche, senza inventarsi nulla e senza voler fare il fenomeno a tutti i costi, perché non ce n’era assolutamente bisogno.

Attenzione, non stiamo con questo dicendo che il suo lavoro sia stato marginale, anzi, tutt’altro.
Ha saputo variare, secondo necessità e non per il gusto di farlo, scacchiere tattico, passando ad esempio dalla difesa a 4 a quella a 3, come in occasione del derby vinto in semifinale di Coppa Italia, cosa che alla Lazio non riusciva da quel famoso 26 Maggio 2013.

Ha cambiato, più per necessità che per scelta, composizione del centrocampo e interpreti laterali del tridente offensivo. Il risultato è sempre stato eccellente, come in tutte le occasioni in cui l’identità di squadra prevale sull’interpretazione del singolo. In questo sta la grande abilità di Simone Inzaghi, ovvero di essere riuscito a creare un gruppo forte, di personalità e dotato di quella sicurezza nei propri mezzi che consente loro di superare, senza troppe ripercussioni, qualche inevitabile battuta a vuoto.

Se la Lazio è quarta in classifica con 53 punti, miglior risultato di sempre in questo punto della stagione dell’era Lotito, e affronta la semifinale di ritorno di Coppa Italia, unico altro torneo in cui è impegnata, con due gol di vantaggio il merito è da ascrivere anche al suo allenatore, che ha fatto della semplicità la propria arma vincente.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo