Voce del verbo sfangarla, cap. 3: Ogni volta come la prima Voce del verbo sfangarla, cap. 3: Ogni volta come la prima
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Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate
Capitolo 1
Senza infamia e senza lode

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Ogni volta che lascio la borsa sulla panchina e tiro fuori gli scarpini, è come se fosse la prima volta. Sempre. Come un eterno ritorno del quale non so riconoscere l’inizio e la fine. Come rientrare ogni volta a casa, l’unico posto al mondo in cui ti senti al sicuro e soprattutto ti senti te stesso. Alla fine credo che sia questa la motivazione, o almeno quella più importante, per cui faccio tutti questi sacrifici per venire a tirare quattro calci ad un pallone un paio di volte alla settimana. Questa sensazione di sentirsi al proprio posto, di sentirsi finalmente adeguati al contesto, la possibilità di avere, almeno per 90 minuti alla volta, trovato il proprio posto nel mondo.

E’ per questo che viviamo 90 minuti alla volta. Perchè quei 90 minuti sono, paradossalmente, sempre gli stessi, ma ogni volta nuovi. Perchè ogni volta resettiamo tutto e ripartiamo da zero. La classifica, qui, conta poco. Conta solo andare in campo e dare tutto quello che abbiamo, e spesso anche di più. Intanto, arriviamo a Poggio Bustone accolti da quella nebbia che, in qualche poesia che mi ricordo di sfuggita dalle scuole elementari e grazie a Dio ho rimosso dal mio inconscio, piovigginando sale. Non un caldo benvenuto, ecco.

Ci accomodiamo negli spogliatoi, e per adesso siamo solo noi quattro. Alla spicciolata arrivano tutti quanti gli altri, che non sono poi così tanti. L’epidemia di influenza o di dio solo sa cosa, le sbronze del sabato e i richiami di petulanti mogli e fidanzate ci hanno ridotto all’osso. Quando ci contiamo siamo in quattordici. Undici titolari, tre in panchina e un allenatore con il vizio della bottiglia che ancora non si vede. Prima o poi dovremmo deciderci a prenderne uno vero. 

Ci cambiamo, rapidamente e cercando di non toccare mai direttamente il pavimento di questa baracca che non vede del detergente da almeno una mezza dozzina d’anni e ci mettiamo le nostre divise da trasferta. Mi viene naturale da pensare, per un attimo, alle panoramiche di Sky sugli spogliatoi di serie A.

Lindi, pulitissimi, con tre paia di scarpini per giocatore e quelli che ascoltano l’ultimo pezzo del rapper svedese per caricarsi. Mi giro, e alla mia destra scorgo Gioele che si sta caricando ascoltando nel suo walkman la collezione di successi di Fabio Concato. Si, walkman, cassetta, Fabio Concato. Sorvolo e indosso la maglia, la mia adorata numero 5. Mia è un parolone, visto che la maglia, tecnicamente, è della squadra e a fine stagione dovrei restituirla. La guardo, è un piccolo capolavoro di arte postmoderna, un’accozzaglia di righe arancioni e verdi che farebbe rivoltare nella tombe decine di stilisti. Ma il Presidentissimo queste ha trovato in offerta, i colori ben si abbinavano al nostro sponsor -la Macelleria Palucchi- e quindi ci siamo dovuti accontentare. La cerco nel cestode che sta, tronfio, al centro dello spogliatoio, e non la trovo, immersa nella catasta di altre divise, qualcuna ancora incrostata di fango, in verità, che la circondo. Poi la trovo, la metto, e il rito è completo: ancora come la prima volta. Ogni volta come la prima.

E’ ora di scendere in campo, però, e non pensiamo più a nulla. Bene o male ci siamo tutti. Ci ha raggiunto anche il Mister, in visibile stato alterato, dunque anche oggi siamo nelle mani di Mirko per quel che riguarda la disposizione tattica in campo ed i cambi. Disposizione tattica sulla quale non c’è da disquisire. Antonio in porta, che è l’unico che abbiamo.
Difesa a 4, io e Mirko in mezzo, ovviamente. Sui lati, sulle fasce, le nostre due frecce del Sud. Profondo Sud, Senegal per la precisione. Willy e Koly, a destra e sinistra, immigrati di seconda generazione, 20 anni a testa e tanta voglia di correre su e giù per il campo, voglia che a noi è passata diversi anni fa. Ma loro si divertono, pazienza.

Centrocampo folto, al limite dell’ammucchiata. Tecnicamente sarebbe a 5, con due sulle fasce, ma le fasce sono appannaggio assoluta dei due giovani virgulti di cui sopra. Per cui, praticamente, giochiamo in 5 ammassati tra la nostra e la loro trequarti, tanto i palloni se li gestisce tutti Gioele, sa lui cosa farne.

Oggi, quelli più facilmente schierabili, quelli messi meno peggio, oltre al già citato Gioele, erano Giuseppe, Franco, Michele e Filippo. Filippo che è arrivato ancora vestito con la camicia bianca da discoteca, ma sembrava in grado di reggersi in piedi, dunque va dentro.

Unica punta, sperduta a raccogliere i lanci lunghi alla sperando di tutti gli altri 10, Riccardo, Tonf per gli amici, pronto ad insaccarla, alla prima occasione utile. Non proprio alla prima, diciamo almeno alla ventiquattresima. Siamo qui, schierati in campo, aspettando il fischio d’inizio. Il Poggio Bustone nella sua divisa d’ordinanza bianche con righe nere, sottili. Noi in quel pigiama arancioverde già citato, sperando che passi presto. Sugli spalti circa 100 disagiati, tra cui una ventina rivestono il ruolo di “ultras” con bandiere e trombette al seguito. L’arbitro fischia l’inizio, noi facciamo il segno della croce e anche questa volta non è un puro e semplice rituale. Cerchiamo di capire come sono schierati, come dovremo affrontarli, ma dopo 3 minuti già ci arrivano da tutte le parti, sembra che corrano il doppio di noi e che siano alti almeno 20 centimetri a testa in più.

Io e Mirko ci guardiamo in faccia e capiamo che forse la priorità non è capire se sia un 3-5-2 o un 5-3-2 quanto rimandare di là quanti più palloni possibile. Al 10’ siamo già in sofferenza acuta, hanno già battuto un paio di corner pericolosi che abbiamo dovuto spazzare fuori io e Mirko, perchè il portiere, per sua filosofia personale, ha deciso di non uscire mai. Tonf, laggiù, ci sembra una macchia lontana, uno di passaggio, che solo per caso ha addosso i nostri stessi colori. Al ventesimo non ha ancora toccato un pallone. C’è da dire, però, che anche loro mi sembrano addormentati, e al di là di tutto non ci hanno ancora impensierito per davvero. Poi, al 26’, Willy in un eccesso di foga prova a superare la metà campo palla al piede, e la perde. Il loro centravanti mi arriva davanti, mi punta, mi supera. E’ solo davanti al portiere, potrebbe calciare forte, fare uno a zero e correre festante ad abbracciare i compagni. Io, rassegnato, ho già tirato una Madonna fortissima ad alta voce. Ma questo, invece di calciare, scarta il portiere. E ci riesce, anche abbastanza agevolmente. Solo che nel frattempo, Mirko ha recuperato la posizione ed interviene in scivolata arpionando il pallone. Due lezioni di vita in una: mai mollare la presa e, soprattutto, quando sei davanti al portiere devi buttarla dentro prima che puoi.

Loro, prima dell’intervallo, ci provano altre tre volte: tutte a lato di poco, con Antonio che, complice l’artrite reumatoide, non va mai giù. In questo momento storico, d’altronde, tuffarsi o sperare che la palla vada a lato hanno bene o male la stessa efficacia. Andiamo all’intervallo: loro galvanizzati, delusi per le occasioni mancate ma consapevoli che prima o poi nel secondo tempo un gol ce lo faranno.

Nell’intervallo, mentre recuperiamo fiato e Tonf addenta un Mars (come farà a mangiare a metà partita me lo deve spiegare) nere nuvole si addensano all’orizzonte. Una bella doccia è proprio quello che serve per rendere ancora peggiore questa maledetta partita. Unica nota lieta, mancano solo 45’ e poi potremo tornarcene a casa. Rientriamo in campo sotto un diluvio cosmico. Fatichiamo a distinguerci, anche se oramai siamo tutti ammassati nella nostra trequarti, il pallone non ci interessa più. E’ un orpello inutile, se per caso capita dalle nostre parti, glielo restituiamo il più lontano possibile. Tonf sta con noi, oramai, dietro. Ha perso le speranze e capito che l’unico modo per toccare qualche pallone è venire a sporcarsi le mani nel guazzabuglio che si è creato nella nostra area. Al 70’ loro colpiscono un palo. Tiro dalla distanza, Antonio ovviamente immobile. Palo pieno, palla che rimbalza sulla linea, lui raccoglie la palla ed esulta come se fosse stato merito suo. Eroica faccia da culo.

Resistiamo, in tutti i modi in cui possiamo. Michele si prende un giallo entrando duro a centrocampo, sperando di non essere visto dall’arbitro. Non si era accorto di avercelo proprio alle spalle, invece, con la vista annebbiata dall’umidità e dall’acqua che gli cade dalla fronte. Pazienza, cose che capitano.

Poi, all’improvviso, succede. E’ l’ottantaquattresimo. Loro sono nella nostra area, accampati. Io spazzo un pallone che mi arriva tra i piedi, e lo colpisco davvero bene, di collo pieno. La palla supera il centrocampo. Tonf, che era piegato sulle ginocchia, la vede. E’ davanti a tutti, nessuno se lo stava più calcolando. Sarebbe in fuorigioco di almeno 3 metri, se non fosse che parte da dietro metà campo. Si invola verso il portiere, è solo. Prova a calciare, inseguito da due difensori che rientrano tardivamente. Tira una ciabattata sporca, che il portiere respinge. Niente, nemmeno stavolta ce l’ha fatta, Riccardone. Si è mangiato l’unica occasione della partita, forse del mese. Ma c’è uno dei nostri che ha seguito l’azione, uno sciagurato.

Tra le urla di Mirko che gli intimava di tornare immediatamente indietro. E’ Willy, che si vede arrivare il pallone tra i piedi al limite dell’area. Tira, senza pensarci. Non l’ho mai visto tirare, io, quest’anno. Solo qualche tentativo di cross sbilenco.

E invece parte un missile, preciso, un terra aria che incoccia la traversa e va in porta. Poggio Bustone zero – Polisportiva San Michele uno. E poi, senza accorgercene, passano 6 minuti. Assurdo, perchè quando – raramente- ci capita di passare in vantaggio, gli ultimi minuti sono un’agonia che non riuscirei neppure a raccontarvi. Invece stavolta, come se fosse un piccolo miracolo, sei minuti, più qualcuno di recupero che, nel diluvio che ci sta bagnando non sono neanche riuscito a cogliere, passano in un attimo. Forse, oggi era davvero una giornata speciale. Forse, oggi era davvero il nostro giorno. Non ci facciamo troppe domande e ci godiamo questo triplice fischio che oggi sembra un suono di campane a festa.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

[continua…]

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