Voce del verbo sfangarla, cap.2: Dieci finali Voce del verbo sfangarla, cap.2: Dieci finali
Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate Capitolo 2 Dieci finali Leggi il Capitolo 1: Senza infamia e senza lode Sono le 10.50 quando... Voce del verbo sfangarla, cap.2: Dieci finali

Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate
Capitolo 2
Dieci finali

Leggi il Capitolo 1: Senza infamia e senza lode

Sono le 10.50 quando partiamo dal bar della piazza principale del paese. Il che significa che arriveremo al campo sportivo giusto in tempo per cambiarci ed entrare in campo pelo pelo con l’orario fissato per il fischio d’inizio. Ma siamo in seconda categoria, non dobbiamo mica metterci a fare lo stretching prima della partita.

L’unico modo in cui io rischio di stirarmi un muscolo è se esagero con la gittata di una spazzata iperspaziale con la quale mando il pallone oltre la recinzione dello stadio. Per il resto, in tanti anni di onorata carriera io e tanti altri abbiamo imparato a gestire lo sforzo. Sappiamo che, anche quando diamo tutto con il cuore, ogni tanto conviene tenerci qualcosina per il lunedì, che in fabbrica il culo me lo fanno per davvero. Ma oggi è domenica e non ci penso. Stiamo andando a Poggio Bustone.

In macchina, nella Panda di Mirko, ci siamo io, lui e due soggetti del tutto particolari. Gioele, 38 anni, metronomo di centrocampo, l’uomo che ha il compito di scandire la nostra manovra offensiva, che deve dettare i tempi della squadra, che deve impostare il gioco smistando la palla verso i nostri terminali offensivi. Sostanzialmente, visto che il nostro schema numero uno, due e tre è il vecchio palla lunga e pedalare, tocca 5 palloni a partita quando è fortunato.

L’ultimo occupante del veicolo è un personaggio che se fosse uscito da una commedia del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett nessuno avrebbe nulla da dire. Qualcuno potrebbe anche pensare che sia lui il Godot che Vladimiro ed Estragone attendono invano. Stralunato, bipolare, misterioso, indecifrabile. E’ il nostro centravanti, un metro e novantacinque per cento chili tondi tondi, nel vero senso della parola. Non una fascia di muscoli, un rotondo strato di lardo a proteggere gli addominali, una testa quadrata e piedi della stessa forma.

E’ Riccardo, 32 anni, dagli amici soprannominato “Tonf”, per il rumore che inspiegabilmente fanno i palloni che colpisce, o, dovremmo dire più correttamente, ciabatta. Si, perchè in 20 e più anni di calcio non ha mai imparato a calciare un pallone in maniera decente. Eppure fa il centravanti. Perchè? Semplicemente perchè è grosso e, in un modo o nell’altro, di testa, di tibia, di panza, di qualsiasi cosa, inspiegabilmente ogni anno riesce a segnare sul suo personale cartellino almeno una dozzina di gol. Che, in una squadra come una nostra, è come se fosse una messe di reti. Per questo Tonf è il nostro insostituibile punto di riferimento.

Ha un solo problema: sembra sempre totalmente assente ed alienato da tutto quello che lo circonda. A volte ti chiedi anche se sia consapevole del fatto che condivide con te lo stesso pianeta. Oggi, la domanda che lo attanaglia è di natura quasi esistenziale: 

“Ma noi siamo nel girone A o nel girone B? Sul giornale non riesco a trovarci

Già, domanda esistenziale. Tonf non è aggiornato, non sa in che girone giochiamo e probabilmente non sa neanche dove siamo diretti. Sa che è in macchina con 3 amici e che fra un’oretta gli arriveranno un massimo di tre palloni giocabili. Il suo compito sarà di buttarne almeno uno nella rete difesa dal portiere del Poggio Bustone. La domanda di prima, dopo aver aleggiato per diversi secondi nell’abitacolo come il fantasma di Jardel nella sua brevissima apparizione anconetana, trova improvvisamente una risposta, per bocca del buon Gioele:

“Tonf, veramente stai guardando alla pagina della promozione. Noi siamo in seconda categoria, girone C. Gira pagina e ci trovi, genio

Approfitto del momento di intimità che si è venuto a creare tra noi per chiedere a Gioele di passarmi il giornale. Sono curioso, voglio proprio vedere se quest’anno, con un miracolo di Dio, riusciamo a finire più su del settimo posto. Ci sarebbe da organizzare una festa per tutto il paese, se ce la facciamo. Metto alla prova le mie scarse abilità da calcolatore, ci metto una buona decina di minuti di studio, guardo il calendario in basso per studiare qualche possibile combinazione.

Poi, come una verticalizzazione improvvisa di Xavi, un’illuminazione mi coglie:

 “Ragazzi, avete presente quando Mourinho o Nedo Sonetti vanno in tv e dicono che le prossime partite sono dieci finali?”

Mirko risponde con tutta la sua concretezza da libero:

 “No, quando vedo Mourinho cambio canale se no tiro il bicchiere al televisore, dio buono

Ok, forse Mirko è sempre un po’ troppo ruvido. Provo a scendere a patti e a presentarla in maniera un po’ meno traumatica per la sua mentalità da trapattoniano convinto:

“Dai, ok non te lo nomino più il portoghese. Ma ho fatto due conti, e se vinciamo tutte e 10 le prossime, con qualche risultato qua e là sugli altri campi, possiamo arrivare primi”

L’indifferenza che accoglie la mia domanda è pari solo a quella che prova Mauricio Isla quando prova a sovrapporsi arrancando sulla corsia di destra. Ancora una volta sono costretto ad aggiustare il tiro per non traumatizzare i miei compagni di squadra, che forse in vita mia un sogno non l’hanno mai vissuto per davvero.

Vabbè, tanto per dire ,eh. Se proprio ci tenete tanto oggi andiamo a fare 0-0 a Poggio Bustone e pensiamo solo a tornare tutti sani

Il silenzio è ancora più assordante. Non mi sta calcolando nessuno. Inizio a rifare i calcoli sperando di essermi sbagliato e potergli dire che magari se le perdiamo tutte riusciamo a retrocedere in terza categoria a giocare con gli ubriaconi del paese. A un certo punto, in ritardo come al suo solito, arriva la voce, pesante e nasale, di Tonf:

Io veramente un campionato non l’ho mai vinto. Sarebbe bello

Già, se sarebbe bello, caro Tonf. Ma dove vogliamo andare noi? Siamo contati, se viene l’influenza a due di noi ci dobbiamo presentare alla partita in nove, se Mirko si gira una caviglia mi abbandonate a smadonnare contro tre attaccanti per volta, tu non butteresti la palla dentro con regolarità neppure se dai tuoi gol dipendesse la pace nel mondo.

Dove vogliamo andare noi, mio caro Tonf? Cosa ne vogliamo sapere noi di campionati vinti, di coppe alzate, di tappi di spumante che saltano negli spogliatoi. Noi siamo persone semplici, umili. Dovremmo essere felici di poter giocare ogni santa Domenica invece di essere costretti dalle nostre mogli, fidanzate e mamme ad andar sentire una noiosissima omelia in Chiesa da don Fausto.

Noi è già tanto se a fine anno riusciamo a rientrare nelle spese grazie agli sponsor, che pure sono tutto un programma. Il nostro investitore maggiore è l’elettrauto, che grazie a dio dorme con il poster di Berlusconi in camera e sogna di far carriera investendo nel calcio. Caro Tonf, noi un campionato non lo vinciamo neanche se Gesù Cristo scende in terra a far coppia d’attacco con te.
Decido di essere più diplomatico, e, in un momento di lucida follia, tento di insegnare a quell’omone grande e grosso a sognare. Mi assumo le mie responsabilità.

Dai, allora magari ci possiamo provare. Vinciamo queste dieci finali, in fondo che sarà mai?”

Il sorriso che si dipinge sul viso di Tonf mi ripaga del rischio e, per qualche strano motivo, mi convince che si, 90 minuti alla volta, potremmo anche vincere 10 partite in fila. Se ci togliete anche i sogni, non ci resta davvero più nulla, oggi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

[continua…]

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