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Leggi il Capitolo 1: Senza infamia e senza lode

Leggi il Capitolo 2: Dieci finali

Leggi il Capitolo 3: Ogni volta come la prima

Leggi il Capitolo 4: Casa dolce casa

Leggi il Capitolo 5: Il Dio dei Poveri Cristi

Leggi il Capitolo 6: Questione di Scelte

Leggi il Capitolo 7: La Rivoluzione

Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate

Capitolo 8: la Solitudine dei Numeri Uno

Il campionato è ancora lungo, lunghissimo. Siamo nel bel mezzo di una striscia vincente come mai non si era visto nella storia della Polisportiva San Michele. Mancano sei partite, la classifica è ancora una tonnara inverosimile dalla quale sembra impossibile uscirne vivi. Una tonnara dimezzata da asterischi, partite da recuperare, omologazioni sospese dal giudice sportivo per risse e gazzarre, e squadre sul fondo della classifica che decidono di ribellarsi all’ordine costituito e sovvertono i pronostici. Insomma, mancano sei partite alla fine, e noi non siamo poi così distante dalla capolista, che, al momento, sembra essere, al netto di tutte queste disavventure, lo Sporting Montefranco. Ma noi, fatti i dovuti calcoli e cancellati i dovuti asterischi, con 18 punti nelle prossime 6 partite li potremmo raggiungere e superare. Ma io sono un ingenuo sognatore, non faccio testo.

La realtà dice altro. La realtà dice che finora abbiamo avuto una dose di fortuna che nemmeno Gastone, quel papero straculato che si faceva sempre beffe di Paperino in ogni fumetto pubblicato su quel Topolino che tanto amavo. Poi però Paperina se la portava a casa comunque Paperino, quindi non so se essere contento oppure no. Intanto, domenica dobbiamo andare in trasferta, e c’è una novità. Il magnanimo giudice sportivo ha deciso di togliere una delle due giornate di squalifica a me e a Tonf, e possiamo giocare entrambi. Una settimana lontana dai campi era pure troppo. Dobbiamo andare in trasferta, sui monti, in quello che considero il campo di patate più indecente del campionato. In un posto che si chiama Vignabella, ma che di bello ha veramente poco. 400 abitanti, una squadra di randellatori e un pubblico tra i più beceri dell’universo. Insomma, le partite che piacciono a me.

La novità di quest’anno, scopriamo mentre ci rechiamo a giocare in quell’inferno di curve e abissi, è che, oltre ai soliti 10 banditi, quest’anno il Vignabella Football Club ha davanti un brasiliano. Si, un brasiliano. Un tipo che è venuto qui, ha aperto una specie di scuola di ballo, si è sposato una tardona del luogo ed è diventato italiano. Arruolabile per le più becere partite dei campionati minori, arruolabile per dare un tocco esotico ad un campionato al limite dell’inguardabile. Mi viene un pochino da ridere, perchè immagino già la gioia che proverà Mirko nell’elargirgli la sua consueta stecca intimidatoria entro i primi 5 minuti di gioco. Immagino la felicità e il sorriso ebete che si stamperà sul volto del mio amico fraterno, uno che di legnare gli attaccanti avversari forse non si stancherà nemmeno a sessant’anni. Mentre pensiamo a tutte queste facezie, giungiamo al campo. Ci accoglie una gragnuola di sputi proveniente dagli spalti, che si affacciano proprio sugli spogliatoi, opera di un gruppo di tamarri del posto giunti fin qui a cavallo dei loro booster e delle loro Golf. Mi infilo negli spogliatoi giusto in tempo per sentire Tonf tirare una delle bestemmie più blasfeme che abbia mai sentito. E che non credevo potesse esistere. Anzi, sono convintissimo non possa esistere nulla del genere.

I nostri avversari ci fanno trovare lo spogliatoio nelle migliori condizioni possibili: le docce fresche di orinatura, le panche tutte bagnate e un lago di acqua per terra. Insomma, capiamo da subito che oggi o meniamo per primi o soccomberemo senza indugio. La formazione con cui ci presentiamo a Vignabella è piuttosto obbligata. I nostri under, o presunti tali, avendo nasato la brutta aria, si sono dati malati. Per cui siamo 12, tutti i vecchi storici. Il gruppo degli inamovibili. Con il ritorno di Tonf, i due eroi della scorsa partita, Willy e Koly si riaccomodano sulle fasce. Io e Mirko riprendiamo possesso della difesa, e ci mancano solo l’elmo e la corazza. Centrocampo folto, con il metronomo Gioele a menar le danze. Solo quelle, purtroppo. Michele, Filippo, Franco e Giuseppe oggi faranno i quattro moschettieri. Il loro obiettivo non è toccare il pallone, quanto evitare che qualcheduno possa far del male a Gioele, l’unico in grado di accendere un briciolo di fantasia. Davanti, ovviamente, con i gomiti e le tempie già calde, Riccardo detto Tonf. Siamo carichi, entriamo in campo e speriamo di sfangarla anche oggi. Che oggi sarà per davvero una battaglia.

Il Vignabella entra in campo caricato dai fumogeni, dai tamburi e dalle voci in un dialetto a me incomprensibile. L’unica cosa che capisco sono gli insulti alla mia genitrice e alla sua probabile attività da libera professionista. Loro si schierano con un 10-1, un po’ tipo noi. Dieci, portiere compreso, badano alla sostanza. Uno, solo uno, è deputato ad offendere. Nel senso lato del termine, ovviamente, visto che qui sembrano offendere tutti. Quando entra in campo, non sembra un maestro di ballo. E’ un brasiliano atipico, infatti mi sono sempre chiesto cosa diamine c’entri un maestro di ballo con il calcio. E infatti questo ragazzo ha preso tutte le abitudini del posto, visto che mi saluta stringendomi la mano più forte che può, per intimorirmi, e sputa a un centimetro dalla mia faccia, con temerarietà. Si chiama Fabrisio, con la s. Non so se si chiami davvero così, se sia un soprannome, una storpiatura, qualcos’altro. So solo che mi è venuta un’improvvisa voglia di portarmi a casa le sue tibie, e, giuro su Dio, lo farò.

La partita inizia, ed è tesa che più tesa non si può. D’altronde, in un clima del genere, non può che finire così. Dopo 10 minuti ci sono già tre ammoniti, e sono pure pochi. Fabrisio ha avuto la solita randellata da Mirko, ma su una punizione si è vendicato piantando il suo ginocchio nello stomaco del mio compagno di reparto. L’arbitro non ha visto niente, e onestamente lo capisco. Tiene famiglia pure lui. Poi, dopo mezz’ora, su un altro di quei corner, prendiamo gol. Stacco di Fabrisio, torre per il loro difensore centrale e Antonio, che oggi mi è parso abbastanza nervoso, non prova nemmeno a prenderla, troppo angolata per le sue stanche membra. Andiamo negli spogliatoi sotto di un gol e con la convinzione che nulla più potrà succedere.

Dagli spogliatoi sentiamo le urla dell’allenatore avversario che li incita a difendere il risultato, testualmente, “anche prendendoli a calci nei denti”. Non che avessimo bisogno di conferme, peraltro. Da noi, invece, mister Zappaduro si limita a dire che ha voglia di tornare a casa sano e salvo, ci invita a non prendere questioni e ad evitare l’intervento della forza pubblica. Mirko non lo prende troppo sul serio e promette che qualcosa nella ripresa farà. Nella ripresa Gioele, che non ha mai avuto un pallone giocabile, sembra essersi scosso. Dagli spalti gli insultano ogni genere di avo, e lui, che di solito è un pavido, sembra averla presa sul personale. A venti minuti dalla fine si conquista una punizione dai venticinque metri. Noi accorriamo, pronti a dare vita a uno di quei mischioni che tanto ci piacciono. Mirko già pregusta, più che la possibilità di fare gol, quella di restituire il calcione a quel delinquente di Fabrisio. Gioele invece, a sorpresa ci manda tutti via. Controlla il pallone, vuole tirare. Sembra cercare la valvola, vuole fare la maledetta come Pirlo? Mi chiedo se ce l’abbia una valvola questo pallone che sembra in marmo, probabilmente non ce l’ha, sembra chiuso da una vite. E invece, Gioele prende una rincorsa lunghissima, scaglia un missile che finisce sulla traversa e rimbalza addosso al portiere, che non ha scampo. Uno a uno. Il pareggio ci starebbe anche bene. Certo, forse non potremmo più sperare nella vittoria del campionato, ma alla fine ci credevo solo io a quella favoletta.

Non succede praticamente più niente, se si escludono una dozzina di calcioni e di interventi da galera. Poi, al novantacinquesimo, succede quello che temevo. L’arbitro si inventa una futilissima scusa per salvare la pelle, e, non appena loro riescono ad entrare in area e Fabrisio si lascia cadere a terra, concede il rigore. Lo sapevo. Lo sapevo. Lo sapevo. Sono costretto a fare uno scatto tipo Bolt per andare a prendere a schiaffi Mirko e distoglierlo dall’intenzione di prendere a pugni l’arbitro, perchè ci tengo ad avere un compagno di difesa per i prossimi anni. Un rigore al novantacinquesimo è una delle cose peggiori che ti possa capitare. Mentre l’arbitro ci butta tutti fuori dall’area, guardo negli occhi Antonio. Il nostro portiere non è uno di quelli più entusiasti nella nostra squadra. Ha una certa età, ha già combattuto le sue battaglie e a volte sembra giocare solo per farci un favore, per non lasciarci senza un portiere. Ma ora, nel bel mezzo di questa battaglia, in un campo ostile, con uno che ha appena simulato e si appresta anche a prenderlo per il culo dopo il gol, nei suoi occhi vedo riaccendersi qualcosa. E’ un ruolo strano quello del portiere. Puoi aspettare anche novantacinque minuti, in totale solitudine, che succeda qualcosa. E poi, nel finale, sei chiamato a salvare tutto.

Lo guardo, Antonio. Negli occhi ha qualcosa di speciale. Gli è tornata improvvisamente la voglia di giocare, la voglia di rotolarsi nel fango e sporcarsi la divisa. Senza dover spiegare niente a nessuno. Fabrisio sistema il pallone. Mi è bastato guardare Antonio negli occhi per capire che nonostante l’età, nonostante la stanchezza, nonostante tutto, quel pallone lo prenderà. E infatti Fabrisio sceglie un angolo, ed è lo stesso angolo verso il quale decolla Antonio. Allunga ogni fibra del suo corpo e blocca il pallone. Nessuno era pronto a questa eventualità, solo io avevo capito quello che stava per succedere. Mentre Fabrisio si dispera e i suoi compagni bestemmiano il cielo, mi faccio dare il pallone, lancio lunghissimo per Tonf. E’ forse il primo lancio che azzecco in vita mia in questa maniera. Tonf ha preso a correre, braccato dai due centrali avversari. Ma il mio lancio è troppo alto per loro. Tonf la stoppa col petto. La mette a terra al limite dell’area. Ciabatta con il sinistro un tiro talmente sporco che il portiere non riesce nemmeno a capire dove diavolo possa andare. E infatti va a finire in fondo al sacco. Tonf si lascia cadere a terra, esausto per lo sforzo. Noi corriamo a buttarci addosso a lui, mentre dagli spalti piovono cento e duecento lire che quei balordi si devono essere portati apposta per un’eventualità del genere.

Corriamo tutti, tranne uno. Antonio resta seduto, in mezzo ai suoi pali. La divisa sporca, i guanti impolverati, una lacrima di felicità che solca il suo viso. Niente è più bello che sentirsi di nuovo vivi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

[continua…]