Voce del verbo sfangarla, cap. 5: il Dio dei Poveri Cristi Voce del verbo sfangarla, cap. 5: il Dio dei Poveri Cristi
Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate Capitolo 5 Il Dio dei Poveri Cristi Leggi il Capitolo 1: Senza infamia e senza lode Leggi... Voce del verbo sfangarla, cap. 5: il Dio dei Poveri Cristi

Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate
Capitolo 5
Il Dio dei Poveri Cristi

Leggi il Capitolo 1: Senza infamia e senza lode

Leggi il Capitolo 2: Dieci finali

Leggi il Capitolo 3: Ogni volta come la prima

Leggi il Capitolo 4: Casa dolce casa


Intervallo. Tè caldo, come direbbe qualcuno in qualche comoda postazione televisiva. Qui di tè caldo neanche l’ombra, solo acqua gelata e bestemmie che fluttuano nell’aria. A me e Mirko gira ancora la testa. Quelli del Piedicolle arrivavano da tutte le parti. Palla a terra, verticalizzazioni improvvise, cross perfetti in area.

Quello che potevamo allontanare l’abbiamo allontanato. Il centrocampo non fa filtro, i due terzini oggi sono in sciopero. Siamo io e Mirko là dietro e dobbiamo vedercela noi. Inutile chiedere collaborazione al portiere. Lo spogliatoio è attraversato da un silenzio irreale. Sembra il 2 novembre, e forse lo è. Sui volti dei miei compagni vedo solo la voglia di andare sotto la doccia, pregare Dio che sia almeno tiepida e tornare a casa. A casa, sotto le coperte, pronti ad affrontare il lunedi. Della storia delle otto più una finali sembra non importare più a nessuno. Gioele si toglie le scarpe e le libera da diverse centinaia di grammi di polvere e fango. Nei suoi occhi leggo la voglia di smetterla immediatamente con questo maledetto e dannato gioco. La voglia di andarsene a casa, ora. La voglia di dire basta, che è finito il tempo dei divertimenti.

E mi viene un magone terribile. Mi viene la voglia di uscire là fuori e spaccare il mondo. La voglia di partire palla al piede, superare chiunque si pari davanti a me, arrivare davanti al portiere avversario e scaricare un siluro pieno di tutta la mia rabbia. E poi raccogliere il pallone e consegnarlo a Gioele, per dirgli che tutto passerà. Che ci rialzeremo. 

Invece, l’arbitro viene a richiamarci, ci tocca tornare in campo. Fuori fa freddo il doppio rispetto a quindici minuti fa. Sembra trascorso un inverno intero. Noi ci schieriamo dall’altra parte del campo, e siamo a pezzi. Bastano 2 minuti che quei maledetti sono già di nuovo nella nostra metà campo.

Buttano palloni in area a non finire. Non faccio a tempo a spazzarne uno che è di nuovo là. Mirko mi pare impegnato a fare altrettanto. Per pochi, lunghissimi istanti, un dubbio surreale afferra la mia mente. Non è che stanno giocando con 3 palloni e nessuno se ne è accorto? Il 10 avversario che sta per entrare in area mi fa rinsavire. Ma è troppo tardi, ormai è già passato, ormai è già alle mie spalle. Ormai già vede la porta. Mi resta da fare una sola cosa. Penso ai cannoni dell’esercito francese del 1650, quelli sui quali Luigi XIV aveva fatto incidere la frase “extrema ratio rerum”. L’ultima soluzione, quella da usare solo in caso di necessità. Non vedo situazioni più difficili di questa. E’ il momento dell’extrema ratio rerum. E’ il momento del calcione senza appello, della legnata dalla quale non si può tornare indietro.

Come in un romanzo che ho già letto, come in un film che ho già visto. Non ho nemmeno bisogno di alzare la testa, non ho nemmeno bisogno di guardarmi intorno. L’arbitro ha già fischiato, il suo dito è rivolto verso il dischetto, o verso quello che ne rimane. La sua mano è già nel taschino, il cartellino giallo stretto tra le dita. Il mio numero è già segnato sulla lista dei cattivi, come quando a scuola facevi casino. E’ il quarantasettesimo, e loro hanno il pallone del tre a zero sui piedi. Sul dischetto va ovviamente lui, il 10. Michele Pierfanti, uno di quelli che dalla vita hanno avuto tutto facile. Lo conosco, lavora nell’azienda del padre. Tutto facile, tutto pronto. Nasci, ti mettono nell’azienda per cui papà si è fatto il culo ogni singolo giorno della tua esistenza, quasi sicuramente la mandi in rovina sperperando soldi credendoti capace, ma nel frattempo ti culli le tue certezze. Ti culli la maglia numero 10 che l’allenatore ti ha dato solo perchè paparino fa anche lo sponsor della squadra, e quindi che ne parliamo a fare. Tutto facile, con quelle Mercurial da 200 euro ai piedi, personalizzate. Ma tanto nel fango non si legge quella MP10, stronzo.

Tutto facile, quando prendi il pallone e lo metti sul dischetto. Tutto facile quando provi a fare il cucchiaio. In seconda categoria, straccione. Tutto facile, quando il portiere avversario per la prima volta nella partita prova a buttarsi per terra, quando sarebbe stato più semplice restare fermi immobili, raccogliere il pallone docile tra le sue braccia e farti fare la figura dell’imbecille, Tutto facile, quando il cucchiaio l’hai anche fatto malissimo e hai pure rischiato di incespicare, ma siccome il portiere non riesce ad alzarsi, la palla ci mette 10 secondi per rotolare in porta, goffamente. Tutto facile quando al quarantasettesimo stai tre a zero. Tutto facile, pe chi ha il culo di essere Michele Pierfanti.

I minuti passano, ma per noi no. Non riusciamo a costruire niente, non riusciamo a pensare a niente. Loro, in compenso, pare che si stiano giocando la finale di Champions. Nella mia mente oramai c’è il vuoto. Come in trance, smetto di pensare. Vedo il nostro portiere che raccoglie altre volte il pallone in fondo al sacco. Non riesco nemmeno a fare i conti. Quando l’arbitro fischia tre volte, Mirko deve quasi fermarmi. Stavo ancora correndo verso il pallone. Con la faccia confusa, gli chiedo: “Ma quanto è finita? Ce ne hanno fatti 5 o 6?”

Mirko mi guarda con lo sguardo che si rivolge agli scemi del paese, e mi comunica con le sole dita il numero di reti che abbiamo subito. Una sola mano non basta, si rende necessario l’ausilio del pollice della mano sinistra. Seiazero. Un set di tennis, un Federer contro il numero cinquemilaecento del ranking ATP. Una mazzata fra capo e collo.

Andiamo a fare la doccia. I miei compagni cercano di fuggire il prima posssibile. Magari riusciamo a vedere diretta gol in televisione, subito dopo mangiato. Cerchiamo conforto nelle scommesse o nel fantacalcio, sperando che il Dio dei Poveri Cristi che oggi si è scordato di noi abbia più pietà nel primo pomeriggio.

E d’improvviso è lunedi. Si fatica, si lavora, e i sei gol di ieri sono già nell’archivio delle cose brutte della vita. Un armadio che per nostra sfortuna già trabocca, quindi prendiamo anche questi e portiamo rispettosamente a casa. Ho anche il tempo di pensare. Il tempo di pensare che la minchiata delle dieci finali ha portato una sfiga tremenda. Il tempo di pensare che potremmo anche vincere tutte le altre otto partite ma primi non arriveremo mai.

E d’improvviso è martedi. Solito tardo pomeriggio al Bar Zucca. Solito cimitero di Campari sul tavolo, con le carte a farci compagnia. Stiamo pensando se andare o meno a fare allenamento, ci stiamo contando. Meno di 10 non si va nemmeno a fare una corsetta, che fa freddo, preserviamo i muscoli. 

Entra Franco nel bar, e saluta con un raggiante “Buonasera, truppa”. Il che desta in me curiosità, visto che l’ingresso tipico del nostro centrocampista di quantità è “Una Peroni da 66” seguito da epiteti più o meno affettuosi rivolti a divinità di ogni ordine e grado. Oggi, Franco, nella mano, non ha una Peroni da 66. Ha un foglio di carta bianco, con sopra stampate delle cose. Strano, Franco non legge nemmeno gli ingredienti del sapone quando sta in seduta al bagno.

Non capiamo. Ci sbatte il foglio sul tavolo. Faccio in tempo a leggere poche cose. U.S. Piedicolle. Tesserato in posizione non regolare. Non ha scontato la giornata di squalifica comminata dal giudice sportivo. Pierfanti Michele.

Capisco tutto. Al Pierfanti non stava bene la giornata di squalifica che gli avevano dato dopo la rissa della settimana prima. Ha giocato lo stesso. Avrà creduto di affossare tutto. Avrà creduto che forse, con qualche bigliettone da 100, la cosa sarebbe passata inosservata. Avrà creduto, ma sbagliava. 

Il Dio dei Poveri Cristi si è ricordato di noi. Il Dio dei Poveri Cristi ha disegnato una pennellata mancina nel sette al secondo giorno di recupero. Il Dio dei Poveri Cristi ci ha rimesso in carregiata. E io ora, ci credo. Io, ora nella mia mente, mi ripeto a memoria:

“pertanto

DELIBERA

1) di comminare ex art. 17 comma 5 C.G.S. all’U.S. PIEDICOLLE la sanzione sportiva della perdita della gara con il risultato di 0 – 3 in favore dell’ A.S.D. POLISPORTIVA SAN MICHELE.”

[continua…]

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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