Voce del verbo sfangarla, cap. 1: Senza infamia e senza lode Voce del verbo sfangarla, cap. 1: Senza infamia e senza lode
Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate Capitolo 1 Senza infamia e senza lode   Domenica mattina. Stiamo prendendo il caffè nel bar del... Voce del verbo sfangarla, cap. 1: Senza infamia e senza lode

Voce del verbo sfangarla, racconto a puntate
Capitolo 1
Senza infamia e senza lode

 

Domenica mattina. Stiamo prendendo il caffè nel bar del paese, tutti insieme come sempre. L’appuntamento era per le 9.30, ma sono le 9.45 e siamo ancora solo in quattro. Mancano all’appello ancora una dozzina di persone buone, se va bene, una decina se va male.

Siamo una squadra di calcio di seconda categoria, non siamo l’orgoglio del paese, non siamo il Real Madrid, ma per noi che ci giochiamo, è come se lo fosse. Ogni settimana giriamo la provincia per andare a prendere – e in verità anche a dare- una quantità considerevole di calcioni. Alla palla, ma spesso anche agli avversari. Ogni tanto dobbiamo uscire scortati dai vigili urbani, da un poliziotto se ci va bene. Qualche volta le prendiamo, qualche volta le diamo. Una volta ogni tre partite portiamo a casa una vittoria, il resto delle volte ci contiamo, vediamo se siamo tutti sani e tutti in piedi, e cerchiamo di finire la partita nella maniera più onorevole possibile, che vuol dire solo una cosa. Zero a zero, il risultato con gli occhiali. Che, a volte, per noi è come una piccola vittoria.

L’espressione “navigare a metà classifica” pare sia stata inventata per noi. Siamo qui, lo stesso gruppo con qualche defezione e qualche innesto, da praticamente una mezza dozzina d’anni, e non siamo mai andati oltre il settimo posto in classifica su sedici squadre del girone. E nemmeno sotto la decima, a dire il vero. Senza infamia e senza lode, direbbero i pagellisti dei quotidiani sportivi che sfogliamo ogni giorno al bar tra un caffè corretto, un cappuccino e un cornetto al sapore di plastica.

E’ bravo ma non si impegna, dicevano di me i professori a scuola. Come un contrappasso dantesco invece, non è bravo ma si impegna, potrebbero dire di me sul campo di calcio. Di me come di tutti i miei compagni di squadra, quelli che stiamo ancora aspettando alle 10 del mattino per andare a giocare sul campo degli odiati rivali di sempre.

Per ora siamo in quattro, come nella famosa canzone di Gino Paoli. Ma, a differenza loro, il mondo non avevamo nessuna intenzione di cambiarlo. Non potevamo dirci autenticamente felici, per come si intende il termine oggi, ma forse lo eravamo. Abbbiamo un lavoro, seppur malpagato, faticoso e per niente appagante. Qualcuno ha famiglia, qualcuno ha una ragazza che lo ama -o che almeno lo sopporta-, qualcun altro sta bene così.

Ma senza ombra di dubbio siamo noi, siamo autentici, veri e al cento per cento noi. Onesti, ecco. In quel bar come sul campo di calcio. Anche nella vita ci collochiamo a metà classifica. Non abbiamo mai capito quelli che devono per forza scegliere tra un giorno da leoni e cento da pecora. Noi ne scegliamo 50 a metà classifica. Senza infamia e senza lode, come sempre.

Intanto, mentre Giuseppe sta leggendo la Gazzetta dello Sport al bancone, bestemmiando perchè ha messo Hetemaj titolare al fantacalcio e invece poi Corini ha scelto di schierare Lazarevic, io e Mirko aspettiamo il secondo caffè della giornata. Se dobbiamo andare a giocarci la partita a Poggio Bustone, almeno ci vogliamo arrivare preparati.

Io e Mirko siamo i due centrali difensivi della squadra, che, in seconda categoria, è un po’ come se fossimo i pilastri. Gli ultimi due baluardi da superare prima di arrivare davanti al nostro portiere, che, avendo cinquantatré anni e un fisico quantomeno discutibile, non offre poi tutte queste sicurezze. Insomma, se io e Mirko facciamo passare un pallone, state pur certi che dovremo andare a raccoglierlo in fondo al sacco.

Perchè il nostro portiere cinquantatreenne ovviamente ha troppi dolori alla schiena per piegarsi a riprenderlo. Io e Mirko siamo cresciuti insieme, anche se lui è più grande di me ed è il capitano della squadra. Lui ha 36 anni, io 30. Era fidanzato con mia sorella ai tempi dell’Università, quando io avevo 20 anni e sognavo di diventare un calciatore famoso, e lui invece aveva già iniziato a mettere via i sogni dal cassetto e riempirlo di sporche maglie fangose di Eccellenza e Promozione.

Mia sorella, poi, ha lasciato Mirko per andare a sposare un miliardario con una specie di finanziaria con sede negli Emirati Arabi. Non ho mai approfondito la faccenda perchè per me, gli Emirati Arabi sono solo quella cosa in cui i campioni vanno a svernare a fine carriera e guadagnare un sacco di soldi giocando in un campionato in cui forse anche noi riusciremmo finalmente ad arrivare addirittura nella metà buona della classifica.

Mia sorella se n’è andata, ma per me Mirko è sempre rimasto uno di famiglia. Perchè, da quasi 10 anni condividiamo quella linea difensiva, con qualche mia incursione sulla fascia perchè ogni tanto qualche mister aveva avuto l’intuizione che avrei potuto essere utile a galoppare a destra. Io e Mirko, insomma, siamo quasi fratelli.

Intanto scoccano le 10.15, e, alla spicciolata, arriva anche la squadra, o quel che ne resta dopo il sabato sera: giocare alla domenica mattina infatti toglie anche le residue speranze di veder presentarsi all’appuntamento i due o tre giovani che fanno da contorno all’ossatura della squadra, gente di 30-40 anni per cui il sabato sera ormai vuol dire solamente Sampdoria-Catania alla tv, in pizzeria se proprio vogliono esagerare, birretta e alle 23.30 tutti sotto le coperte.

Per questo, per l’insidiosa trasferta a Poggio Bustone, non saremo più di 13 persone. 11 titolari, due riserve in panchina pronte a subentrare in caso di morte improvvisa di uno degli uomini in campo. Il mister probabilmente ci raggiunge sul posto. Lui, che ha un’età e ne ha viste tante e poi tante, all’appuntamento non si presenta neanche. Lui può.

Così noi, dopo aver chiuso la Gazzetta, bevuto l’ultimo grappino di buon augurio, e diviso le borse nelle diverse automobili, ovviamente private, ci apprestiamo ad andare ad arroccarci senza vergogna a Poggio Bustone. Se torniamo a casa con uno 0-0, domani potremo andare a lavorare sereni. Senza infamia e senza lode, a noi piace vivere così.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

[continua…]

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