Nella storia di Vincenzino Sarno, io ci ho sempre visto qualcosa di speciale. Sarà perché erano altri tempi, sarà perché, essendo praticamente un suo...

Nella storia di Vincenzino Sarno, io ci ho sempre visto qualcosa di speciale.

Sarà perché erano altri tempi, sarà perché, essendo praticamente un suo coetaneo, in quei giorni strani del 1999, quando aprendo il Televideo o sbirciando dalla Gazzetta dello Sport di mio padre, leggevo della storia di questo bambino della mia età che era diventato famoso, un po’ sognavo di diventare come lui.

Eppure, quella di Vincenzo, il bambino di Secondigliano che il Torino comprò a undici anni per 120 milioni di lire, è una storia dalla quale dovremmo aver imparato tutti qualcosa.

Di sicuro, dovremmo aver imparato che per un bambino di undici anni il calcio deve essere un gioco.

Punto.

E anche se forse il calcio sta andando in una direzione diversa, anche se su Youtube ormai troviamo anche le compilation di highlights di bambini di 6 anni (e forse anche meno) io la storia di Vincenzino Sarno me la porterò sempre dietro, come un monito.

E con un sorriso, perché, almeno secondo me, adesso tutto è andato al suo posto.

Un passo indietro: era il 1999, e il Torino sborsò 120 milioni di lire – l’euro sarebbe arrivato più tardi – per portarsi a casa questo bambino di Secondigliano che con il pallone sembrava potesse fare quello che voleva. Undici anni, 120 milioni, per andare a giocare con altri bambini di undici anni a centinaia e centinaia di chilometri da casa.

Una storia che, anche senza l’interesse ossessivo e morboso tipico dell’era di Internet, non poteva non attirare l’attenzione dei mass media, che, nel 1999, significava carta stampata e telegiornali, tutto lì. E per quello, quando venni a sapere di quella storia, per un attimo mi misi in testa che quello era il sogno che avrei voluto vivere anche io.

Diventare una piccola star, avere davanti a me la strada tracciata per diventare un campione e far impazzire di gioia milioni di tifosi: chi non voleva essere come Vincenzino?

A pensarci oggi, forse la reazione più giusta sarebbe stata quella della tristezza. Avrei dovuto pensare a quello che Sarno avrebbe lasciato a casa: gli amici, la scuola, la famiglia, l’affetto, il calore. Lontano da casa a undici anni? Per fare quello che avrebbe potuto fare in strada insieme ai suoi coetanei? Crudeltà.

Ma all’epoca avevo anche io dodici anni, e in quel momento mi sembrava solo una bella storia da ammirare con rispetto.

La storia, in effetti, andò diversamente. Le telecamere si spensero subito, il tempo di confezionare una bella storia per il telegiornale delle 20, mettere il fiocco, e propagarla nell’etere. Illudendo intere generazioni di bambini che realizzare i propri sogni fosse qualcosa di magico, che bastava aspettare che il Torino venisse a prenderti e ti portasse a giocare, ti facesse diventare grande.

La realtà fu ben diversa, ma, almeno io, per scoprirla, ho dovuto aspettare parecchio tempo. Un po’ per colpa mia, un po’ perché davvero non se ne parlò più, se non per qualche sporadico trafiletto o per qualche articolo a mezza pagina un po’ uguale dappertutto.

Vincenzo Sarno, a Torino, durò solo 3 mesi. Come fa un bambino di undici anni a rimanere lontano da casa? E infatti non ci rimase a lungo, a Torino. Tornò a giocare a Secondigliano, poi entrò nelle giovanili della Roma, dove però, alla fine del percorso, non ci fu posto per lui nella squadra Primavera.

Era il 2005, e io quella notizia non la lessi da nessuna parte. Né, naturalmente, mi venne in mente di andarla a cercare. Di tanto in tanto, quando capitava, pensavo “chissà che fine ha fatto quel bambino che andò al Torino per 120 milioni di lire“. E intanto, le lire non c’erano più, insieme alla mia infanzia.

Il fantasista di Secondigliano, con le porte del grande calcio ormai chiuse, doveva fare quello che fanno ogni anno migliaia di giovani calciatori. Mettere l’elmetto e prendere la strada delle forche caudine delle leghe minori. Serie D, Serie C – che intanto cominciava a chiamarsi Lega Pro – i più sfortunati in Eccellenza o in Promozione.

Era una sorta di redenzione dal peccato originale. Come se dovesse farsi perdonare tutta quell’attenzione mediatica, che lo aveva schiacciato sotto il peso delle aspettative, Vincenzo Sarno ricominciò in silenzio dai campi dimenticati dalle telecamere della scena nazionale. Sangiovannese, Giulianova, poi quella che sembrava la grande occasione a Brescia, in Serie B. Ma, ancora una volta, forse non era destino.

Vincenzo Sarno tornò all’improvviso nella mia vita nella stagione 2008-09. Il caso volle, e fu curioso, che dopo la sfortunata avventura in Serie B, Vincenzino fosse scelto proprio dalla squadra della mia città, il Potenza, all’epoca in Prima Divisione, come nuovo trampolino della sua carriera.

Il fatto di poterlo ammirare ancora da vicino, fece tornare in me l’empatia per questo ragazzo. E ora che Internet era salito alla ribalta, dopo che, alla fine di quella stagione, lasciò Potenza, fu più facile per me seguirne il percorso, continuando a sperare in una sua esplosione, certo che sarebbe arrivata.

Perché, primo, non poteva finire così, Vincenzo Sarno doveva diventare il campione che aveva promesso di diventare. E, secondo, perché ormai se lo meritava, tutto quello che sarebbe venuto se lo sarebbe sudato.

Pro Patria, Reggina, Lanciano, Virtus Entella. Il fantasista campano continuava a cambiare squadre, ma il momento del grande salto sembrava non arrivare mai. Ma, certe volte, la storia vuole solo un po’ di tempo. E, forse, per realizzare i tuoi sogni, per trovare il tuo posto nel mondo, non devi per forza arrivare a sentire la musichetta della Champions League, o a giocare a San Siro. Per trovare il tuo posto nel mondo, basta trovare un posto in cui sentirti a casa, una squadra in cui sentirti importante, e dei tifosi che ti vogliono bene.

Vincenzino Sarno, quel posto, l’ha trovato a Foggia: e proprio con il Foggia, ha ritrovato la Serie B. A quasi 30 anni, il ricordo del bimbo prodigio è ormai alle spalle. La sua realtà, oggi, è la maglia rossonera con il numero 10 e una nuova sfida da affrontare.

Guardarsi indietro è sempre un errore. E io, come ogni anno, voglio sperare che il prossimo sia quello dell’esplosione definitiva di Vincenzino Sarno.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro