Venezia 1998/99: una salvezza da scudetto Venezia 1998/99: una salvezza da scudetto
Ogni volta che inizia una stagione, tra le frasi più ridondanti che precedono la prima giornata, ce n’è una che spicca sempre sulle altre:... Venezia 1998/99: una salvezza da scudetto

Ogni volta che inizia una stagione, tra le frasi più ridondanti che precedono la prima giornata, ce n’è una che spicca sempre sulle altre: “il nostro scudetto è la salvezza”.
Naturalmente, non la sentirete mai dire dalle squadre che puntano alla Champions’, ma state pur certi che ogni allenatore che si troverà a guidare nella massima serie squadre avvezze all’ “ascensore” come Brescia (sempre che non ci siano Baggio e Guardiola in campo a farti sognare la UEFA), Lecce, Empoli e simili si troverà a pronunciarla poco prima – o poco dopo- Ferragosto.

Tuttavia, ogni tanto raggiungere una salvezza diventa davvero come vincere uno scudetto: se si parte penalizzati di 11 punti, come la Reggina del 2006/07, o se alla fine del girone di andata si rimane ancorati sul fondo della classifica, come successe al Cagliari la stagione seguente.
Oppure, se la serie A non la vedi da 31 anni, e rischi di salutarla subito, senza neanche avere il tempo di renderti conto che stai giocando nella NBA del calcio; ma questo, se sei il Venezia del 1998/99, non lo permetterai mai, e anche in questo caso la tua salvezza sarà come vincere il tuo personale tricolore.

In città erano tanti anni che non si festeggiava: il momento d’oro dello sport veneziano, quello in cui la Reyer vinceva due scudetti di fila nel basket mentre Ezio Loik e Valentino Mazzola trascinavano i neroverdi a vincere la Coppa Italia e a lottare per lo scudetto con Roma e Torino era stato oscurato dalla guerra; la serie A, in laguna, non si vedeva addirittura dal 1967, e non andava meglio con la Serie B, che non era passata per il capoluogo veneto per 23 lunghissimi anni, dal 1968 al 1991.
E, quando il 7 giugno 1998 il Venezia rompeva il sortilegio pareggiando 1-1 con la Fidelis Andria, nella Serenissima si festeggiò fino a tardi, anche perchè nel frattempo la città rivale da sempre, Padova, stava piangendo la fresca retrocessione in Serie C/1.

Durante l’estate, il mercato guidato dal presidente Zamparini e dal professionista delle promozioni Novellino fu guidato con senno: in difesa arrivarono Carnasciali dal Bologna e il brasiliano Bilica dal Vitor Bahia, ricordato soprattutto per aver parato un rigore a Shevchenko la stagione seguente; a centrocampo, gli acquisti più importanti furono quelli di Valtolina, del Piacenza, e l’introvabile Volpi del Bari.

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I due veri colpi dell’estate però venivano dal Milan, che reduce da una stagione fallimentare, non si era fatto troppi problemi a cedere agli arancioneroverdi un ottimo portiere -Massimo Taibi- e un attaccante che aveva fatto tanta panchina, ovvero Filippo Maniero; a chiudere il tutto, c’era un semisconosciuto, anzi diciamo pure sconosciuto, attaccante brasiliano, Moacir Bastos detto Tuta, reduce da una stagione da favola nel Brasilerao: 19 reti in 26 partite con l’Atletico Paranaense.
Il 13 settembre, finalmente, è tutto pronto: la Serie A del Venezia può cominciare. E, come tutte le belle storie, inizia male, anzi malissimo: dopo aver perso a Bari 1-0 e aver strappato un prezioso pareggio a reti bianche con il Parma, si perdono tre gare di fila contro Milan, Roma e Perugia; e la cosa più grave è che la rete degli avversari non viene bucata neppure una volta, neanche grazie a un autogol o ad un rigore regalato.

Il ghiaccio viene finalmente rotto alla sesta, quando il bomber della stagione precedente, l’altoatesino Stefan Schwoch, pareggia il rigore di Marcio Amoroso contro l’Udinese. Ma con i pareggi non si risolve niente, tantomeno con le sconfitte che si ripetono domenica dopo domenica: una, particolarmente fastidiosa, è il 4-1 subito al Franchi dalla Fiorentina, che apre il primo cerchio di cui ci occuperemo più tardi.

Dato che stiamo parlando di una storia pazzesca, la prima vittoria del Venezia non può arrivare contro una squadra del suo livello -il Piacenza, il Cagliari, la Salernitana- ma giunge contro uno squadrone, che l’anno dopo vincerà lo scudetto e durante questa stagione ci andrà molto vicino: la Lazio, al Penzo, perde infatti 2-0.

Le partite seguenti, a parte una vittoria a Cagliari, saranno una serie di sfangate di altissima qualità, fatte di irritanti 0-0: dopo il pari con la Sampdoria, il Venezia è ultimo, e ha già un ritardo di 7 punti sul 14 posto che significa salvezza, e addirittura di 4 sulla penultima.

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Proprio il pareggio con i blucerchiati sembrava la fine della storia: Zamparini entra negli spogliatoi,
e con il suo garbo da british gentleman insulta qualsiasi giocatore gli capiti a tiro; Novellino, un altro che non le manda a dire, difende i suoi: “Qui comando io e lei esca dallo spogliatoio. Perchè lei non capisce un cazzo di calcio.”

Zamparini non la prende bene, e fa quello che sa fare meglio di chiunque altro: esonera l’allenatore. I giocatori, però, non ci stanno, e fanno capire al presidente che essere allenati da Tesser non gli va bene, e non gli andrebbe bene neanche se a guidarli ci fossero Trapattoni o Capello: o Novellino, o niente.

La marcia indietro del padrone del Venezia è obbligata, ma i risultati ancora non arrivano, anzi sembrano peggiorare: l’Inter più discontinua di sempre -quella che rifila 3 gol al Real Madrid per poi prenderne 4 dalla Sampdoria che finirà in B- è in giornata sì, e diverte il suo pubblico: 6-2, e si apre il secondo cerchio.

Dopo quella partita, però, qualcosa inizia a cambiare: nel mercato di riparazione è arrivato in laguna un sudamericano con gli occhi a mandorla, che proprio con l’Inter ha giocato pochissimo in quella stagione: d’altronde, come fai a ritagliarti uno spazio tra Baggio, Ronaldo, Djorkaeff e Zamorano quando hai appena 22 anni? Non puoi infatti, così il Venezia ne approfitta, e porta in laguna -per rimpiazzare Stefan Schwoch- Alvaro Recoba.

La sua seconda partita è quella che coincide con la svolta di una stagione, e di una città che si ricorda ancora, a distanza di più di 15 anni, di quegli incredibili 5 mesi. L’incontro, di per sè, non è una partita di cartello: Venezia-Empoli, recupero del match rinviato due settimane prima per nebbia; ma per i lagunari è ormai l’ultima possibilità, e l’unico risultato utile è la vittoria, con la quale si lascerebbe l’ultimo posto e si raggiungerebbero Samp e Vicenza ad appena un punto dalla zona salvezza.

Alla fine del primo tempo, probabilmente il pensiero di moltissimi tifosi di casa -di cui tremila, in un revival degli anni ’70, entrano senza biglietto- sarà stato: “ma chi me l’ha fatto fare?” L’Empoli non solo è in vantaggio di due reti, ma sono pure in superiorità numerica per la bella pensata di Bilica di fare il 2×1, ovvero procurare un rigore e farsi espellere.

Nella seconda frazione, Valtolina accorcia le distanze e si torna a sperare, se non fosse che due minuti dopo uno scatenato Di Napoli sfiora la tripletta personale, colpendo il palo e facendo saltare le coronarie dei sostenitori degli arancioneroverdi; poi, a un quarto d’ora dalla fine arriva il pari di Maniero, ma a questo punto non basta più. Recoba prende un palo pochi minuti dopo, e quando mancano ormai 4 giri d’orologio, El Chino scaglia un pallone a centro area, che raggiunge a mezza altezza Maniero, il quale non sapendo come trasformare in oro quel cross, si inventa un colpo di tacco indescrivibile: la palla finisce sotto il sette, il Venezia vince una partita ormai persa dando una svolta alla stagione, e, da quel momento, la coppia Recoba-Maniero sarà praticamente inarrestabile.

Per aggiungere un po’ di pepe ad una stagione già di per sè indimenticabile, ci pensa Tuta, il brasiliano triste, la domenica seguente: alla prima di ritorno, Venezia e Bari sembrano avviate stancamente verso un 1-1 che va bene ad entrambe, senonchè all’ultimo minuto uno svogliato cross in centro area trova l’attaccante carioca, che di testa segna il suo primo gol con la maglia dei lagunari, i quali escono per la prima volta dalla zona retrocessione.

Sugli spalti di Sant’Elena si fa festa, ma in campo il gol sembra quasi irritare gli stessi compagni di squadra di Tuta; lui stesso, durante l’intervista, giustificherà la freddezza ricevuta dai compagni con una frase da far gelare il sangue: “Maniero mi ha detto che la partita doveva finire 1-1.

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Le bestemmie di rito, che già dal punto di vista linguistico-antropologico sono abbastanza frequenti in tutta la provincia, metterannno sull’allerta eventuali personalità celesti così come la FIGC; la puzza di combine è forte, ma alla fine l’Ufficio Indagini della Federcalcio deciderà di non procedere. Per fortuna, perchè ormai il Venezia è una squadra che non si ferma più: vince 3 gare su 4, perdendo solo con i futuri campioni d’Italia del Milan, e arriva allo scontro del 14 marzo al Penzo con la Fiorentina con un unico proposito, quello di vendicare l’umiliante sconfitta dell’andata.
I viola, pur privati per un lungo periodo del loro bomber Batistuta, sono riusciti a reggere il colpo relativamente bene, essendo staccati di 4 punti dalla Lazio: ora che il Re Leone è tornato, la speranza di vincere il campionato è ancora più nitida.

Il vero problema, per la squadra gigliata, è che ormai una partita con il Venezia non sono più tre punti assicurati, anzi: spesso, sono almeno due punti persi. Recoba, che nelle partite precedenti ha messo a segno 3 reti in 8 incontri, decide che è giunto il tempo di entrare definitivamente nei cuori della curva Morosini e di tutti i veneziani: prima irride Falcone e Toldo per segnare a porta vuota, poi spedisce un missile sotto l’incrocio, per far chiudere il primo tempo sul 3-0, visto che per i lagunari si era messo a segnare pure Miceli, che bucava il vice di Buffon in Nazionale addirittura di petto (!)

La cosa più bella di quella giornata primaverile, è che nella ripresa il Venezia può permettersi tranquillamente di gestire la partita, non soffrendo minimante nei minuti finali: perchè, se i viola segnano su rigore a due minuti dal recupero, proprio durante gli ultimi giri di orologio Recoba fa di nuovo capire chi comanda, scaraventando un’altra volta il pallone sotto l’incrocio per il 4-1 finale. Ormai, la coppia d’attacco formata dal Chino e da Maniero non si ferma più: l’attaccante padovano, sbeffeggiato dagli stessi tifosi veneziani durante il girone d’andata con il coro “Maniero che fa gol zoghemo al Lotto”, segna a ripetizione, arrivando a siglare 12 gol in 27 partite, mentre Recoba arriverà a segnarne 10 in 19 incontri.

Fino a quello, decisivo, alla penultima giornata; il Venezia non è ancora salvo, ma se l’è presa comodissima, perchè se perdi con la Sampdoria tua diretta rivale puoi benissimo fare 7 punti su 9 nelle partite successive, fino a chiudere il secondo cerchio, quello della partita con l’Inter. Quello che significa non solo “vinciamo e siamo salvi” ma anche “vendichiamo i sei gol sei dell’andata” e, per il simbolo in prestito del Venezia, vuol dire anche “ora vi dimostro che sono degno di indossare la maglia nerazzurra” quella di Ronaldo, Baggio, Djorkaeff e Zamorano, ma anche quella di Milanese, Mezzano e Zoumana Camara, i suoi compagni nella sezione “Altri giocatori” dell’album della Panini.

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Eccome se il cerchio si chiude. 
Dopo 3 minuti siamo 2-0, con il secondo gol segnato grazie alla solita punizione, che per l’occasione cozza contro il braccio di Frey: dopo 20 minuti, siamo sul 3-0, ed a far festa e chiudere il discorso salvezza ci pensa Maniero, che non poteva rimanere fuori da una partita importante come questa. Quel giorno, però, a suggellare la salvezza, ci pensa soprattutto un giocatore che nessuno dovrebbe dimenticare, e risponde al nome di Massimo Taibi.

Nel girone di ritorno, lui come tutta la squadra tiene un ritmo da Coppa UEFA, e il giorno del 3-1 all’Inter e della salvezza conquistata matematicamente para di tutto, a parte un rigore di Ronaldo; ma il fratello di Sir Alex Ferguson glielo concede, e dà l’ok al manager del Manchester United: fra 10 giorni, che si vinca o no a Barcellona la finale di Champions’ League contro il Bayern Monaco , l’erede di Peter Schmeichel sarà Massimo Taibi, ma questa è un’altra -e stavolta triste- storia.

Ancora oggi, a Venezia, tutti coloro che hanno almeno 20 anni si ricordano di quella squadra; per me, che a 7 anni vivevo per la prima volta consapevolmente una stagione di calcio, è stato il primo bellissimo ricordo di una squadra, che, prima o poi, tornerà grande; ma non ci sarà mai una stagione come quella del 1998/99.

Giuseppe Zotti