Di rivalità calcistiche, in giro per il mondo, ce ne sono parecchie. E, molte di queste, sono più che semplici rivalità. Sono un modo...

Di rivalità calcistiche, in giro per il mondo, ce ne sono parecchie. E, molte di queste, sono più che semplici rivalità. Sono un modo di professare la propria appartenenza e le proprie idee. Politiche, religiose, culturali.

Tutto questo però, in una cittadina della Bosnia-Erzegovina, è di più. Molto di più. A Mostar, poco più di 110.000 abitanti, capitale non ufficiale dell’Erzegovina, la rivalità calcistica è una cosa che non ha eguali nel mondo.

Altrimenti quello tra Velez e Zrinjski non sarebbe stato definito il derby più pericoloso al mondo.

La storia, di Mostar, si ricorda per quello che successe nel 1993, quando i Balcani erano una polveriera impazzita e si sparavano colpi di mortaio ad ogni angolo delle strade. Quello che successe a Mostar colpì per il suo carattere didascalico e iconico, perchè spiegava, con il vivido potere delle immagini, a cosa potesse portare una guerra fratricida.

Spiegava a cosa potesse condurre la lucida follia di uomini che distruggevano quanto i loro avi avevano costruito, nel tempo. La Jugoslavia si era dissolta, il regime comunista era finito in polvere. E ora, dopo i combattimenti con le truppe serbe e montenegrine, le due anime della città di Mostar si contendevano il controllo della città.

La città sorge lungo il corso del fiume Narenta, un fiume che divide esattamente a metà le due anime di questa città, quelle due anime che nel corso del conflitto hanno buttato giù, a colpi di cannone, il Ponte Vecchio che sovrastava la Narenta e univa le due parti della città. Da una parte i croati cattolici, dall’altra i musulmani di Bosnia. Nel mezzo, un ponte ottomano del XVI secolo che ha pagato il conto più salato. Buttato giù senza pietà il 9 febbraio del 1993, abbattuto da un colpo di mortaio sparato dai croati. Una delle immagini più potenti di quel conflitto.

E naturalmente, siccome siamo nei Balcani, il calcio non poteva rimanere fuori dalle vicende della storia. Perchè, a separare le due anime di Mostar, ci sono anche due squadre, le due squadre storiche della città. Lo Zrinjski, fondato nel 1905: era la squadra di una delle famiglie nobili croate, divenne la squadra della destra croata della città. E, sotto il regime comunista jugoslavo, venne sciolto, messo al bando. L’altra metà, il Velez Mostar, fondato nel 1922. Il suo nome prende origine dalla montagna che sorge alle spalle di Mostar e, negli anni, al Velez si sono avvicinati gli uomini di sinistra. Insomma, quando nel 1992 lo Zrinjski è risorto dalle sue ceneri, le cose sono tornate a farsi maledettamente serie.

E’ un derby strano, quello di Mostar. Perchè quando è tornato sulla scena lo Zrinjski, è stato per così dire adottato dal governo bosniaco. E il Velez si è ritrovato addirittura sfrattato, mandato via dal suo stadio, il Bielji Brijeg. Che si trovava nella parte di città in mano ai croati. E, per questo, non poteva finire in mano agli altri. Così, il Velez si è trasferito al più piccolo Vrapici, 7.000 posti a sedere. Se ci riuscite a rimanere sereni durante un derby di Mostar, chiaro.

Red Army (i tifosi del Velez) e Ultras (quelli dello Zrinjski, gemellati con la Torcida dell’Hajduk Spalato, tanto per capirci) più che avversari, più che rivali, sono nemici. Non c’è rispetto, non c’è mentalità che tenga. No. Tra le due anime di Mostar scorre sangue, veleno e un fiume carico di odio e disprezzo. Troppo inconciliabili le posizioni, troppo recenti le ferite del recente passato. Troppo recenti e soprattutto ancora aperte. Per cui non importa quello che succede in campo. L’odio è reciproco, imprescindibile e radicato nelle vene delle due anime di questa città dei Balcani.

Oddio, quello che succede in campo, a volte, importa eccome. Come nel 2011, quando dopo un gol del Velez i tifosi dello Zrinjski invasero il campo con l’intento di catturare il calciatore colpevole di aver segnato. Il musulmano nemico, l’irrispettoso infedele. Insomma. da queste parti tutto racconta di due fazioni pronte a tutto pur di imporsi l’una sull’altra.

Anche se i tempi sono cambiati, anche se in campo la rivalità non è all’altezza di quella sugli spalti. Anche se la politica predica la pace e invita a mettere da parte l’odio e il disprezzo. Anche se la guerra è un ricordo lontano. Non importa, a Mostar le due anime divise da un fiume, da un ponte e da due squadre di calcio resteranno sempre e soltanto nemiche.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro