Valon Behrami: all’ultimo respiro Valon Behrami: all’ultimo respiro
Ci sono storie di calcio che si intrecciano con la Storia che si insegna sui banchi di scuola, che nascono proprio per colpa –... Valon Behrami: all’ultimo respiro

Ci sono storie di calcio che si intrecciano con la Storia che si insegna sui banchi di scuola, che nascono proprio per colpa – o per merito – di avvenimenti che nel bene o nel male segnano le esistenze di interi popoli. La storia di Valon Behrami è una di queste. Valon nasce nel 1985 in uno dei posti peggiori in cui in bambino potrebbe nascere in quegli anni: la Jugoslavia dilaniata da tensioni politiche, militari, religiose, razziali, e chi più ne ha più ne metta.

Nasce da famiglia kosovara-albanese, a dimostrazione del meltin’ pot e del gran casino che sta succedendo e che, putroppo, sta per succedere nei Balcani. Nasce a Titova Mitrovica, dicevamo, ora Kosovo, prima Jugoslavia. Presagio di quello che sta per accadere, sul finire degli anni ’90 il presidente Slobodan Milosevic sta calpestando sprezzantemente la regione del Kosovo, i suoi abitanti, i suoi simboli. Le minoranze etniche, tra cui quella albanese cui appartiene la famiglia Behrami, vivono periodi difficili.

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La famiglia di Valon vive giorni complicati. Viene vietato l’utilizzo dell’albanese nelle scuole e nelle università, le tensioni sono sempre meno sopportabili. Papà Ragip Behrami non ci sta. E’ forse una persona più fortunata dei tanti abitanti dei Balcani dell’epoca, perchè ha la possibilità di far cambiare aria a moglie e figli. Così via, la famiglia Behrami fa i bagagli e si trasferisce, destinazione Svizzera. Non sarà facile, per niente. A Valon piace il calcio, ma piace anche correre, e tanto. E, ancora oggi, si vede. Quanti chilometri, quante corse a perdifiato, prima sulla fascia e poi a centrocampo a recuperare palloni dal primo all’ultimo minuto.

Se i polmoni di Valon Behrami potressero parlare, probabilmente gli tirerebbero una gran quantità di improperi per la quantità di sforzi che sono costretti a sopportare. La Svizzera, dicevamo. La famiglia Behrami viene subito adottata dal canton Ticino: Stabio, dove Valon cresce e poi Chiasso, dove muove i primi passi calcistici, ad arare su e giù la fascia destra, perchè uno con quella capacità di corsa è difficile da tenere fermo. Corre, Valon, come a scappare da tutto quello che ha vissuto da piccolo, corre incontro ad una felicità che in questo momento è rappresentata da un pallone che rotola. Corre, ma sente comunque la nostalgia, le radici, il richiamo della terra natia. Non può non essere così.

Ma ora, la nuova casa è la Svizzera, e Valon è grato ai suoi nuovi compatrioti per averlo accolto. Poi, arriva il momento del salto tra i grandi: nel 2000, a 15 anni, arriva la chiamata del Lugano, e nel 2002, a 17 anni, Valon è già in prima squadra. La fascia destra inizia a stare stretta a Behrami e ai suoi allenatori. Lo accentrano, lo mettono sempre più nel vivo del gioco. E’ un peccato per uno con quella corsa restare sulla fascia, uno come lui serve nella zona delle operazioni, e spesso anche più avanti, più vicino alla porta, perchè oltre all’istinto, alla cattiveria agonistica, alla voglia di non mollare nemmeno un pallone, c’è anche la capacità di costruire gioco.

Uno come Behrami deve stare vicino al cuore del gioco, non si scherza. Il Lugano non versa in buone acque, sta per fallire. Molte società straniere mettono gli occhi su Behrami, tra queste c’è anche qualche italiana: il Genoa ne acquista il cartellino (in comproprietà con l’Udinese) e lo porta a Marassi. Il campionato che però fa conoscere Behrami all’italia è la stagione 2004-05, Verona sponda Hellas, serie B. Valon corre, lotta, suda, recupera un’infinità di palloni, segna pure. Nel 2005 arriva la Lazio e lo porta in serie A. Qui Delio Rossi lo fa giocare addirittura da terzino, senza che ovviamente Behrami faccia una piega. Mai.

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Arriva anche la chiamata della Nazionale. Già, ma quale? Il Kosovo è da scartare, non è indipendente, non ha una federazione calcistica riconosciuta dalla FIFA. L’Albania? Anche lì Valon ha un pezzo delle sue radici. Arriva invece la chiamata della Svizzera, quella forse calcisticamente più prestigiosa. Valon sa di avere un debito di riconoscenza nei confronti del paese che lo ha adottato e lo ha fatto diventare grande, quindi dice di si. E tutto sommato, in fondo, il cuore di Valon è anche rossocrociato.

E poi, la cosa diventa immediatamente reciproca. Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio, Behrami lo fa immediatamente sparire il giorno dell’esordio in Nazionale. Un esordio col botto. Berna, 12 novembre 2005, gara di andata nello spareggio per andare a disputare i mondiali di Germania 2006. Behrami è convocato, è in panchina, ma non ha ancora disputato un singolo minuto con la maglia rossocrociata.

Per entrare nella storia di un Paese, possono bastare anche sette minuti. Tanti ne mancano quando Behrami viene mandato in campo al posto di Tranquillo Barnetta. La Svizzera è già avanti 1-0, punteggio che non fa stare tranquilli in vista di un caldissimo ritorno in terra turca. La partita volge al termine, la Svizzera va in contropiede dopo aver sventato un attacco degli avversari. Dalla fascia destra arriva un pallone a mezza altezza, il bomber Frei lo tocca, probabilmente mancando il controllo. La sfera resta lì, sospesa per qualche istante.

Poi, da dietro, come un treno, arriva un ragazzo con i capelli colorati di biondo che corre, corre, corre, come non ci fosse un domani, come se l’aria non esistesse. Corre e arriva per primo sul pallone, per la foga scivola anche mentre calcia, ma il destro è potente e indirizzato all’angolo giusto. Gol. 2-0 per la Svizzera, lo stadio di Berna esplode e quel ragazzo, che si, è Valon Behrami, continua a correre, stavolta impazzito di gioia, per cercare i suoi genitori in tribuna.

Ah già, il minuto di gioco ce lo siamo dimenticati: è il numero 85, quello dell’anno di nascita di Valon, quello della maglia con cui gioca nella Lazio. Il minuto in cui Valon Behrami entra nel cuore e nella storia della Svizzera calcistica, che grazie a quel gol potrà passare indenne il ritorno in Turchia con un rocambolesco 4-2 e andare a giocarsi i Mondiali in terra tedesca. Mondiali che però Behrami, per una fastidiosa pubalgia, non potrà giocare da protagonista.

Ma eravamo fermi al trasferimento alla Lazio. Il momento più bello con la maglia biancoceleste? Ovviamente un momento importante, quello che i giocatori speciali scelgono, teatralmente, per andare in scena. 19 marzo 2008, derby della Capitale. Un derby che non era come tanti altri, il derby del ricordo di Gabriele Sandri. La Lazio sta vivendo una stagione difficile, la Roma sogna ancora una rincorsa scudetto che sembra possibile.

I giallorossi passano in vantaggio, con un gol quantomeno fortunato. Palla in area, Behrami, che vuole allontanare la minaccia a tutti i costi rinvia, scivola e butta il pallone, fortissimo, addosso a Taddei. Il brasiliano colpisce con la spalla e batte, involontariamente, Ballotta. La Lazio, però, non molla, e si porta addirittura sul 2-1 con Pandev e Rocchi. Al 62′ Perrotta riporta la gara sul 2-2. Le due squadre hanno dato tutto, non sembra esserci più spazio per colpi ad effetto. Ma le gesta eroiche si scrivono sempre alla fine.

Minuto 92, Pandev butta in mezzo un pallone a campanile, Mauri anticipa un compagno e prova a colpire verso la porta, ma la prende maluccio, addirittura all’indietro. Il pericolo per la Roma sembra scampato, il pallone sta andando verso la linea di fondo. Ma, anche questa, volta, parte un treno dalle retrovie. Sempre quel ragazzo con i capelli colorati di biondo che corre, corre, corre, a perdifiato. Ancora più veloce, ancora più disperatamente.

Quel pallone, in quel momento, per Behrami vuol dire tante cose. Quel pallone è il riscatto per lui, per quel gol di Taddei del quale si sente in colpa. E’ il riscatto per la stagione opaca della Lazio. E quel pallone, dopo esserci arrivato, sempre per primo, come spesso accade, lo spinge in rete con tutta la forza che ha, e dopo corre, libero come sempre, verso la Nord. Il derby è della Lazio all’ultimo respiro, letteralmente, e il gol è per Gabriele Sandri.

La storia con la Lazio, però, finisce. Nell’estate 2008 passa al West Ham, dove arriverà il momento più buio della carriera di Valon. 1 marzo 2009, West Ham-Manchester City. Il piede di Behrami resta piantato nel terreno, ginocchio, caviglia, si gira tutto, salta tutto. Valon addirittura sviene per il dolore, lascia il campo in barella, con la maschera per l’ossigeno addosso, tra le lacrime. Eppure, già da quel momento, tutti sanno che Behrami si rialzerà, che tornerà a correre e macinare chilometri. Sarà dura, sarà difficile, ma Valon è il primo a sapere che nella vita le difficoltà vanno affrontate a muso duro, come un avversario ostico. Sarà dura ma si rimetterà in piedi.

Valon troverà in Italia un altro posto da poter chiamare “casa”. Dopo la Lazio, infatti, sarà il turno di Fiorentina prima e Napoli poi, dove vincerà il primo trofeo della sua carriera, pochi mesi fa, la Coppa Italia. Sempre senza mai mollare un centimetro, senza mai tirare indietro la gamba, senza mai lasciare il campo a testa bassa. Sempre decisivo, anche quando non si vede, anche quando non si sente.

Recentemente, ai Mondiali brasiliani, Behrami ha condensato tutto il suo carattere in un’azione, quella decisiva nella vittoria all’esordio contro l’Ecuador. Ultimo minuto di recupero (curioso come la vita calcistica di Behrami raggiunga gli apici sempre nel finale, deve essere un segno) e la partita è in parità. Antonio Valencia mette in mezzo un pallone d’oro per il suo omonimo Enner. Uno di quei palloni che chiede solo di essere spinto in porta e poi andare a festeggiare. Cosa che Valencia sta per fare, finchè, all’improvviso, si manifesta la figura di un ragazzo con i capelli tinti di biondo, un po’ più corti di qualche anno fa, ma sempre loro.

Switzerland v Ecuador: Group E - 2014 FIFA World Cup Brazil
Behrami ferma il tiro di Valencia con una scivolata epica e riparte. Riparte palla al piede, inizia a correre, viene buttato giù dopo 30 metri di campo. Potrebbe finire qui, rotolarsi a terra e attendere il fischio finale facendo tesoro del prezioso punticino che il pareggio garantirebbe. Ma Behrami non ha mai smesso di correre in vita sua, e non ha intenzione di farlo. Si rialza in un batter d’occhio, l’arbitro concede il vantaggio, continua la sua corsa e affida il pallone a Seferovic, che lo passa a Rodriguez, che lo rimette in mezzo per Seferovic. 2-1 Svizzera, all’ultimo respiro, ancora una volta.

Ancora una volta, Behrami ha fatto una giocata decisiva, una giocata in cui la sua voglia di correre, di arrivare per primo sul pallone, di mangiarsi il campo, hanno fatto la differenza. Perchè per essere campioni non servono per forza i piedi buoni. Un cuore grande e due polmoni infiniti possono bastare.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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  • marco

    luglio 25, 2014 #2 Author

    Testa e cuore.. indimenticabile il gesto al derby..

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