Ci si può salvare in Serie A mettendo in mostra un calcio propositivo, cercando di essere padroni del campo e rifiutandosi categoricamente di presentarsi...

Ci si può salvare in Serie A mettendo in mostra un calcio propositivo, cercando di essere padroni del campo e rifiutandosi categoricamente di presentarsi sui campi della penisola italica mettendo 10 uomini dietro la linea del pallone alla ricerca del punticino per muovere la classifica?  Ci si può salvare in Serie A rimanendo fedeli alle proprie idee, senza cedere a compromessi?

A inizio stagione, queste erano le domande che Massimo Oddo e il suo Pescara proponevano al nostro campionato, abituato, da sempre, a vedere le squadre che lottano per non retrocedere arrabattarsi alla meno peggio, arrangiarsi in qualche modo per portare a casa preziosi pareggi lontano dalle mura amiche, resistere dietro, compatti, contro big e squadre di media classifica, e poi al massimo giocarsi la partita contro le dirette concorrenti per la salvezza.

Dopo la disarmante sconfitta di domenica contro il Bologna, una partita persa senza nemmeno riuscire mai a giocarsela e con Verre espulso dopo 16 minuti, la classifica è impietosa. 8 punti, frutto di soli 5 pareggi sul campo: gli unici 3 punti racimolati dagli abruzzesi sono arrivati per grazia del Giudice Sportivo e dell’incredibile errore del Sassuolo. Sul campo, la squadra di Oddo è l’unica a non aver mai vinto. 13 gol fatti e 32 gol subiti.

Un bottino che fa tornare alla mente il disastro del Pescara 2012-13. Una squadra neopromossa (dopo la leggendaria stagione di Zeman) che perde molti pezzi della cavalcata dalla B e che affonda in Serie A a furia di gol subiti. In quella stagione, sulla panchina pescarese si alternarono Stroppa, Bergodi e Bucchi. La squadra dei vari Weiss, Vukusic, Togni, Celin, e compagnia cantante, chiuse la stagione con 22 punti, 27 gol segnati e la bellezza di 84 gol subiti.

C’è poco da salvare. Un momento delicatissimo, non possiamo mollare un centimetro. La paura la fa da padrone, appena una palla arriva in area c’è il panico. La sconfitta è meritatissima. E’ un problema di testa e il modulo è relativo“.

Massimo Oddo, dopo Pescara-Bologna 0-3

Affacciandosi nuovamente alla ribalta della Serie A, il Pescara ha provato a mantenere invariata l’identità tattica che le ha garantito la promozione lo scorso anno, dopo la finale playoff vinta contro il Trapani: sin dal primo giorno del ritiro, Oddo ha fatto capire che non avrebbe deviato di un solo centimetro dai binari del suo credo tattico. Un calcio fatto di movimento, di fluidità, di possesso palla mai fine a se stesso ma orientato alla verticalizzazione e alla ricerca degli spazi. Il tutto, fatto a velocità superiore alla media.

Poi, però, c’è la realtà con cui fare i conti. La serie A, per chi come il Pescara parte dal basso e dagli inferni della zona retrocessione deve provare a uscire a tutti i costi, si riduce in genere a una battaglia lunga 38 giornate. Una battaglia in cui sputare sangue, sudore e lacrime. Una battaglia di sciabole, più che di fioretti.

Certo, è vero. Giocare un certo tipo di calcio e sputare sangue non sono idee in conflitto. Ma è anche vero che cercare di comandare una partita e mantenere uno spirito guerriero, saper sopportare un assedio, sono due cose molto diverse. Il campionato è ancora lungo, ma la classifica, con l’Empoli già lontano 6 punti, rischia di diventare sempre più drammatica ogni settimana che passa.

Solo il tempo ci dirà se Massimo Oddo e le sue idee avranno avuto ragione o torto. Tra qualche mese sapremo se ci si può salvare proponendo un calcio offensivo o se la cara vecchia idea di arroccarsi in difesa e cercare di campare alla giornata resta ancora il metodo più efficace per rimanere in Serie A. Di certo, il tecnico del Pescara ha deciso: se andrà a fondo, lo farà rimanendo fedele alla sua filosofia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro