Doveva essere un tranquillo sabato di agosto. Il sabato in cui finalmente ci restituiscono il calcio giocato. Il primo appuntamento della stagione, quello che...

Doveva essere un tranquillo sabato di agosto. Il sabato in cui finalmente ci restituiscono il calcio giocato. Il primo appuntamento della stagione, quello che riapre le danze agonistiche e mette in palio il primo, seppur non importantissimo, trofeo dell’anno. Il sabato in cui ci riappropriamo del pallone e torniamo a sognare insieme a lui. Invece è stato una specie di incubo con tinte grottesche. Perchè questa è l’unica cosa che un appassionato di calcio, un ragazzo cresciuto a pane e calcio negli anni Novanta, ha potuto pensare di fronte a quanto visto ieri.

Già vedere un trofeo italiano assegnato in terra straniera, sia la Cina, la Libia (ve la ricordate la Supercoppa del 2002 nella sabbia di Tripoli?) o gli Emirati Arabi, per chi è stato abituato a vedere la Supercoppa assegnata in gara unica in casa della vincitrice dello scudetto, non è la sensazione più bella del mondo. Lo sappiamo, è inevitabile. Tutto cambia al ritmo dei sonanti dollaroni di chi fa girare l’economia, e ce l’hanno ripetuto tante volte: i soldi di chi investe nel nostro calcio sono un’opportunità importante, soprattutto in un periodo in cui il nostro calcio non è al massimo del suo splendore e ha bisogno di una ventata di entusiasmo e di investitori, per aprirsi a nuovi mercati e nuovi appassionati.

Bè, se questo è il calcio dei nuovi mercati, delle nuove opportunità, dei nuovi investitori, ve lo potete tenere. Quello di ieri è stato un pomeriggio a tinte tragicomiche. Disputare una partita l’8 agosto, in pieno periodo di tifoni e monsoni, in una Shangai dal clima non proprio ideale, già non era sembrata una grandissima idea. Andare a giocare in un campo in cui l’erba era un’utopia è stata la ciliegina sulla torta: è stato subito evidente che su quel “manto erboso” giocare a calcio sarebbe stata impresa ardua, e infatti l’obiettivo principale della partita di ieri, come dichiarato in tutta sincerità da chiunque, era innanzitutto quello di non lasciare infortunati sul campo di Shangai. Raffiche di vento che si sentivano fino in Italia, umidità a pacchi, pallone che rimbalzava impazzito sulle zolle e le buche. E lo spettacolo ne ha risentito, con i primi 45 minuti che hanno fatto venire il sonno a tutti quelli che avevano avuto l’ardire di piazzarsi sul divano a vedere la partita. Già, sul divano. Perchè un appassionato italiano che avesse deciso di andare a vedere la Supercoppa, a vedere la sua squadra, doveva sobbarcarsi un viaggio intercontinentale.

La gestione televisiva dell’evento, da cui RAI e Lega si sono prontamente discolpate, attribuendo replay a casaccio, cronometro impazzito, audio da terzo mondo e riprese efffettuate dalla luna alla regia cinese del posto, ha fatto il resto: lo “spettacolo” televisivo ha sollevato polemiche, critiche e risate. Fatevi un giro su Twitter per verificare il gradimento dei telespettatori italiani. Insomma, ci ripetiamo: se questo è il calcio del 2015, il calcio degli investitori stranieri, il calcio dei nuovi mercati, bè, ve lo potete anche tenere. Noi vogliamo il calcio dei tifosi, il calcio della gente, il calcio della Supercoppa in casa della vincitrice dello Scudetto.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro