Un altro calcio, dal nuovo mondo Un altro calcio, dal nuovo mondo
Domenica 17 Gennaio 2016: è una bella giornata a San José, capitale del Costa Rica. Casualmente questa è la prima domenica che vedo da... Un altro calcio, dal nuovo mondo

Domenica 17 Gennaio 2016: è una bella giornata a San José, capitale del Costa Rica. Casualmente questa è la prima domenica che vedo da quando mi sono trasferito in questa strana nazione del Centroamerica e, altrettanto casualmente, è anche la prima giornata del Torneo de Verano de la Primera División.

Non posso certo perdere l’occasione di vedere il match inaugurale del 38° campionato più popolare del mondo, secondo quei geni infallibili dell’International Federation of Football History and Statistics. In realtà nel ranking 2015, che arriva solo fino alla 40esima posizione, la Primera División Costaricense non figura neppure, ma non importa: resta sempre il terzo campionato più importante della CONCACAF dopo la Liga messicana e la MLS americana. Devo solo scegliere quale partita andare a vedere e, soprattutto, per quale squadra tifare.

La Primera División Banco Popular, questo il nome completo con tanto di sponsor, è formata da 12 squadre e si divide in due campionati da ventidue incontri ciascuno: il Torneo de Invierno, che va da Giugno a Dicembre, e il Torneo de Verano, da Gennaio a Maggio (curiosamente, anche se si trova nell’emisfero nord del globo, in Costa Rica le stagioni sono invertite. In realtà la differenza sostanziale è che in “inverno” piove molto di più, per il resto il freddo resta comunque uno sconosciuto).

Ogni Torneo è costituito da tre fasi: la fase di classificazione, dove tutte le squadre si incontrano tra loro due volte e dove l’ultima classificata retrocede in Segunda División; la fase delle semifinali, in cui le prime quattro squadre classificate nella prima fase si incontrano in due incontri eliminatori di andata e ritorno; e la fase finale, dove si decide l’assegnazione del titolo nazionale tra le due squadre finaliste.

La squadra storicamente più forte è il Deportivo Saprissa, di Tibás, un cantone della capitale, attuale campione in carica che nella sua storia ha vinto ben 32 titoli nazionali e gioca con una maglia color “vino tinto”, con tanto di sponsor tecnico italiano e tre stellette sopra lo stemma. Il Saprissa è senz’altro la squadra più importante del Costa Rica anche a livello internazionale, potendo vantare un terzo posto al Mondiale per Club del 2005. Inoltre il suo stadio, il “Ricardo Saprissa” da 23.000 posti, è ovviamente il più grande della nazione.

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Storicamente i rivali sono i rossoneri della Liga Deportiva Alajuelense, vincitori di 29 campionati nazionali e attuali vicecampioni dell’ultimo Torneo de Invierno, e il Club Sport Herediano, vincitore di 24 titoli, di cui l’ultimo è il Torneo de Verano 2015. Dal 1990, anno in cui il campionato fu sospeso per permettere alla nazionale costaricense di partecipare ai Mondiali in Italia, il titolo è sempre rimasto saldamente nelle mani di uno di questi tre club, fatta eccezione per il “pazzo” anno 1999 che vide campione il Liberia (los coyotes) in Verano e il Brujas F.C. (le streghe) in Invierno.

Ma non è tra queste la squadra per cui ho deciso di tifare, no. Ho deciso di seguire un criterio geografico assolutamente stringente, in nome di quel “support your local team” che sarebbe sempre bene praticare. E dunque, siccome abito nel quartiere universitario, la mia squadra sarà la UCR F.C., ovvero la squadra dell’Universidad de Costa Rica, che alla prima giornata giocherà in casa contro il Liberia, squadra della provincia di Guanacaste. Sembra una cosa molto americana l’idea di una squadra dell’università che gioca un campionato professionistico, ma del resto siamo in America, anche se Centrale, e l’influenza yankee è decisamente visibile.

Pur essendo uno dei club storici del Costa Rica la UCR ha vinto un solo campionato, nell’anno del Signore 1943. Normalmente veleggia tranquillamente a metà classifica, con rare discese in seconda divisone e occasionali qualificazioni ai playoff. I colori dell’Alma Mater – uno dei tanti soprannomi della UCR – sono il bianco e l’azzurro e le partite casalinghe si giocano, manco a dirlo, negli impianti sportivi dell’università. L’Estadio Ecológico, questo il nome dell’impianto, ha una capienza di 1.800 spettatori e se non fosse per il prato in ottime condizioni ricorderebbe molto uno stadio di serie D, o anche di categoria inferiore, con la pista d’atletica rossa, le tribune – ovviamente scoperte – in cemento armato e i seggiolini di plastica sbiaditi dal sole. Costo del biglietto: 3.000 colónes, ovvero 5,60 dollari e quindi un po’ più di 5 euro. Fantastico, vamos!

Arrivo a piedi allo stadio quasi un’ora prima della partita, pensando che forse sarei già stato in ritardo. Abituato agli stadi italici immagino file, tornelli, quantitativi considerevoli di forze dell’ordine e biglietti nominativi. Niente di più sbagliato. Lo stadio si trova dentro un parco, accanto ad altre istallazioni sportive, all’entrata c’è un solo agente della sicurezza del campus impegnato a digitare un messaggio sul suo Smartphone…

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Mi chiedo se ho sbagliato strada ma no, lo stadio è proprio la. Entro nel parco e dopo qualche metro di strada vedo un gabbiotto di plexiglass che, deduco, dev’essere la biglietteria. Compro il biglietto, pensando di dover mostrare almeno il passaporto, invece niente: 3.000 colónes et voilà, ho il mio biglietto. Non c’è molta gente e manca ancora un po’ all’inizio della partita, decido perciò di cercare un bar dove iniziare a ingurgitare birra caraibica come riscaldamento ma niente, nessun bar e nessuna birra. Va beh, mi accomodo in tribuna accanto al telecronista di Repretel, la rete televisiva che trasmette le partite casalinghe dell’UCR, e attendo.

L’atmosfera non è delle più calde ma la mia attenzione viene catturata da 3 cose: l’arbitro un po’ sovrappeso che fa riscaldamento insieme agli assistenti, la musica – ovviamente reggaetón – sparata ad alto volume da un impianto mobile stile sagra-di-paese-2.0 posizionato sotto un gazebo apparentemente non troppo stabile e lo speaker dello stadio, molto più sovrappeso dell’arbitro, che si aggira per il
campo con la casacca dell’UCR taglia XXL, che a lui va palesemente stretta, e il microfono in mano. Non posso evitare di pensare quanto tutto questo appaia folkloristico ai miei occhi europei.

Piano piano lo stadio si riempie e prima del fischio d’inizio si tiene una piccola cerimonia inaugurale del campionato con relativi richiami al Fútbol sin Violencia. Violenza? C’è più violenza in una fila alla cassa del supermercato che in questo stadio, penso io. Finalmente inizia la partita: gli ospiti sono una squadra più tecnica, lo si vede subito, e per i primi dieci minuti costringono l’UCR a giocare sulla difensiva. All’11 minuto però Elkink Scoby del Liberia riceve un rosso diretto per un fallo che, per la verità, avrebbe potuto benissimo essere sanzionato col giallo, tanto più che era solo il secondo fischio dell’arbitro in tutta la partita.

Nonostante questo le proteste non sono particolarmente accese, né in campo né fuori, e la cosa un po’ mi stupisce pensando che io, se fossi stato tifoso del Liberia, avrei già fatto una strage. In ogni modo il Liberia si porta in vantaggio su rigore (anche qui decisione dubbia) pochi minuti più tardi, mentre il capitano dell’UCR, José Vargas, pareggia i conti su calcio d’angolo un minuto prima dell’intervallo. Nella ripresa l’UCR, il cui allenatore è Guilherme Farinha, un portoghese giramondo che tra le altre ha allenato la Nazionale della Guinea Bissau e diversi club iraniani prima di trasferirsi nel Nuovo Mondo, gioca all’attacco ma senza strafare e, forte della superiorità numerica, passa in vantaggio su rigore (questo decisamente solare) per poi siglare il definitivo 3 a 1 al 90’ con Jonhatan SIbaja, il migliore in campo, la cui famiglia sedeva nella fila davanti a me sulla tribuna.

Una volta finita la partita i tifosi del Liberia (una ventina, non di più) e quelli dell’UCR ridono e scherzano mentre camminano verso l’uscita, mentre io rimango ancora un po’ seduto sul mio seggiolino sbiadito a pensare a quanti infiniti modi di intendere il calcio esistano, e a quanto siano infinitamente affascinanti tutti quanti.

Mattia Bettis Baldini
twitter: @matbet36

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