L’ultimo volo di Robin Van Persie L’ultimo volo di Robin Van Persie
Ciao Robin, ho sentito che smetti di giocare, che domenica col Feyenoord hai giocato la tua ultima partita da professionista. Con te se ne... L’ultimo volo di Robin Van Persie

Ciao Robin,
ho sentito che smetti di giocare, che domenica col Feyenoord hai giocato la tua ultima partita da professionista.

Con te se ne va un altro pezzo di Olanda, la nostra Olanda, quella con cui siamo cresciuti, che ci toglieva il fiato nelle sue versioni migliori, che abbiamo tifato in una finale dei mondiali maledetta, quella maglia arancione che ci piaceva tanto e che avevamo cucito addosso a te, a Robben, a Kuyt, a Sneijder, a tutti voi che rappresentate una generazione ormai sul viale del tramonto.

Chiudo gli occhi e t’immagino, proprio con la maglia del Feyenoord, che fai l’esordio appena ventenne nel calcio dei grandi; immagini ce n’erano poche all’epoca, noi da qui sapevamo solo che a Rotterdam c’era un ragazzo dal gran mancino seguito dai grandi club, e infatti ti prende l’Arsenal, ai tempi il migliore d’Europa nel sequestrare i giovani talenti.

Chiudo gli occhi e t’immagino a Londra, ancora fai l’esterno di centrocampo nell’Arsenal di Henry, Ljungberg e Bergkamp, sei ancora il ragazzo che giocava per strada nei vicoli di Rotterdam, in positivo ma anche in negativo, con tutti i lati di un carattere spigoloso ancora da smussare. T’immagino sorpreso quando, dopo un’espulsione ingenua e meritata, Wenger non si arrabbia con te ma ti pone un dilemma: “Se vuoi arrivare in alto, devi cambiare. Cosa vuoi fare?“.

Gli anni passano, i ragazzi maturano e di colpo non sei più il giovane che ha ancora tutto da dimostrare, ma uno dei fari dei gunners; non fai più l’esterno, sei diventato un centravanti, sei anche vicino all’Italia ma quella Juve non ha i soldi per prenderti, così finisci al Manchester United.

A chi ti dà del traditore e del sopravvalutato rispondi coi gol, tanti e pesanti, quelli che valgono la vittoria in Premier League per lo United, lo scettro di capocannoniere del campionato per il secondo anno di fila, ma soprattutto il tuo primo titolo nazionale inglese.

Ma t’immagino soprattutto con la nazionale olandese, in quell’istantanea che ti ha fissato per sempre nella memoria calcistica (e non) collettiva, il volo d’angelo ai Mondiali contro la Spagna in quella piccola vendetta della finale persa 4 anni prima, probabilmente il più bel gol di testa che io abbia mai visto e che vedrò in futuro.

Ecco perché oggi sono triste, e perché ci tenevo a salutarti.

Grazie per avermi emozionato, grazie per averci dimostrato che, metaforicamente ma non solo, anche l’uomo può volare.

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