Il pallone e’ fermo sul dischetto, a 11 metri dalla linea di porta. Certo l’occasione non e’ delle migliori: l’Udinese, dopo una salvezza conquistata...

Il pallone e’ fermo sul dischetto, a 11 metri dalla linea di porta. Certo l’occasione non e’ delle migliori: l’Udinese, dopo una salvezza conquistata per il rotto della cuffia una settimana prima, è sotto di due gol contro il Carpi, che invece deve vincere per tenere accese le speranze di permanenza nella massima serie. Il portiere Colombi scalda i guantoni sotto la curva sud. Non il massimo certo, considerando che poco meno di 5 anni fa in mezzo a quei pali c’era il portiere dell’Arsenal Szczesny, e ci si stava giocando l’accesso alla fase a gironi della Champions League. Sulla linea di battuta, naturalmente, il Capitano Totò Di Natale, all’ultimo atto con la maglia numero 10 dell’Udinese.

Ma torniamo indietro di qualche anno: è l’estate del 2004 e la dirigenza friulana vuole rinforzare una squadra che, sotto la guida di Luciano Spalletti, vuole tornare in Europa. Antonio Di Natale arriva da Empoli per rinforzare un parco attaccanti già ben fornito. Totò si prende subito la maglia numero 10, da cui non si separerà più per tutta la permanenza a Udine. La prima annata non è delle migliori, visto che Spalletti spesso gli preferisce Iaquinta e Di Michele come terminali offensivi. La stagione si chiude con 33 presenze e 7 gol, che comunque saranno fondamentali per accedere ai preliminari di Champions League per la prima volta nella storia bianconera.

La stagione successiva parte forte, 3 gol in Champions League al Werder Brema, poi però la squadra soffre l’eccessivo sforzo europeo e a fine stagione rimane impantanata a metà classifica mancando la qualificazione in coppa UEFA. Totò fa sempre il suo, corsa, gol, sacrificio, ma non basta per tornare sui palcoscenici che contano.

Nella stagione 2007-2008, con Iaquinta ormai trasferito alla Juventus, la dirigenza decide di puntare su Fabio Quagliarella per completare il reparto offensivo al fianco di Totò, e i due si intendono a meraviglia. Gol, spettacolo, assist e l’Udinese ritorna in Coppa UEFA. I 17 gol di Antonio gli valgono la qualificazione a Euro 2008, che tutti ricorderanno per quel maledetto rigore tirato in bocca a Casillas contro la Spagna nei quarti di finale. Totò torna a Udine e nella stagione successiva, grazie ai suoi gol, l’Udinese arriva fino ai quarti di finale di coppa UEFA, dove si deve arrendere ancora al Werder Brema. Di Natale deve guardare la partita in televisione visto il recente intervento al crociato, conseguenza di un infortunio subito in Nazionale.

Nell’annata 2009-2010 l’Udinese è sempre intrappolata in una sfiancante lotta per la salvezza. Ma Totoò segna. Tanto. 29 gol, da tutte le posizioni, destro, sinistro, punizioni. Si prende con merito la fascia di capitano, e la curva nord comincia a intonare un coro che di lì a poco diverrà la norma sulle gradinate del Friuli: “Un Capitano, c’è solo un Capitano“. Si, perchè quell’estate la Juventus bussa alla porta per assicurarsi le prestazioni del bomber friulano. L’accordo è cosa facile vista la cifra che la Juventus è disposta a pagare, il contratto è pronto, manca solo la firma. Ma Totò da Udine non vuole saperne di muoversi, lui sta bene lì, sotto la sua Curva Nord, con cui è amore incondizionato.

E da quel momento, dopo aver rispedito al mittente i milioni juventini, la maglia bianconera diventa come una seconda pelle. E i tifosi stravedono per lui, anche quando Totò sbaglia un rigore, il coro che riecchegga per lo Stadio Friuli è sempre lo stesso “Un Capitano, c’è solo un Capitano“.

A Udine arriva Francesco Guidolin al timone, e la squadra non è molto diversa da quella che si è a malapena salvata la stagione precedente. L’innesto di Benatia in difesa, alla sua prima esperienza in Serie A, centrocampo muscolare con Inler, Pinzi e Asamoah, due ali veloci come Isla e Armero a rifornire di palloni Alexis Sanchez, di cui tutti aspettano l’esplosione. E poi naturalmente lui. Il capitano con la numero 10. E’ lui che prende per mano la squadra nei momenti di difficoltà, portando in campo estro, fantasia, numeri da fuoriclasse e naturalmente una caterva di gol. L’inizio di stagione è disastroso, 4 sconfitte consecutive, 0-4 in casa dalla Juventus con Iaquinta che esulta polemicamente contro i tifosi friulani. Peggio di così non può andare, 0 punti e il traguardo salvezza che sembra già compromesso.

E poi, inaspettatamente, qualcosa cambia: Guidolin sposta Sanchez dall’esterno al centro, vicino a Totò, vicino all’area di rigore. E la musica cambia: i due si intendono a meraviglia e creano una coppia d’attacco devastante. Sanchez per Di Natale, dribbling al difensore, gol. Contropiede innescato da Di Natale, palla sul filo del fuorigioco per Sanchez, portiere saltato, gol. Le grandi del campionato cadono tutte sotto i colpi di Totò e Alexis, 3-1 all’Inter, 2-1 alla Juve a Torino, persino il Milan di Ibrahimovic e Thiago Silva (che poi vincerà lo scudetto) deve sputare sangue per strappare un pareggio a San Siro.

Totò vince di nuovo il titolo di capocannoniere, ed è di nuovo Champions League, con Guidolin che si mette a ballare danza Kuduro in mezzo al campo. Totò ha pure l’occasione di mettere la firma sull’ultima partita contro il Milan, grazie a un calcio di rigore conquistato da Sanchez dopo aver scartato l’intera difesa milanista. Destro preciso a incrociare nell’angolino basso a sinistra, imprendibile. O quasi, perchè Amelia in qualche modo ci arriva e rovina la festa. Poco importa, perchè la qualificazione in Champions è cosa fatta e la Nord intona come al solito “Un Capitano, c’è solo un Capitano“, nonostante il rigore sbagliato.

Per il preliminare di Champions a Udine arriva l’Arsenal e c’è da ribaltare l’1-0 dell’Emirates. Totò mette subito le cose in chiaro, con uno stacco di testa in mezzo ai difensori dei Gunners e la palla sul palo lontano dove Szczesny non può arrivare. Van Persie mette la situazione in parità all’inizio del primo tempo, ma poi l’arbitro indica il dischetto per un contatto sospetto nell’area londinese. Totò posiziona la palla, guarda Szczesny e lascia partire un siluro nel sette. Come Szczesny ci sia arrivato su quella palla io non l’ho ancora capito a 4 anni di distanza. Con quel rigore parato se ne vanno le residue speranze di qualificazione, ma la Nord continua imperterrita a cantare: “Un Capitano, c’è solo un Capitano“. Del resto se l’Udinese e’ arrivata a giocarsi l’accesso alla Champions con l’Arsenal, lo deve soprattutto ai gol del suo numero 10.

La stagione che arriva si gioca sulla falsa riga della precedente: Totò segna a valanga, la squadra di Guidolin gira a meraviglia e, anche senza Sanchez, riesce ad arrivare terza e ad accedere nuovamente al preliminare di Champions. La stagione da record di Totò gli vale la chiamata di Prandelli per Euro 2012, dove però si deve accomodare in panchina, visto che il CT decide di affidare l’attacco a Mario Balotelli. Ma la Spagna campione del mondo in carica è un avversario ostico da affrontare alla prima partita e, alla metà del secondo tempo Prandelli ci prova. Fuori Balotelli, dentro Di Natale. Il resto è storia: Pirlo lancia Totò sul filo del fuorigioco, Di Natale controlla, si infila in mezzo a Ramos e Piquè e punta Casillas (che quattro anni prima gli aveva preso il rigore).

Totò scatta a sinistra, Casillas esce a chiudergli lo specchio. Troppo tardi. Totò scavalca Casillas con un morbido pallonetto che si infila delicatamente nell’angolino a destra. Di Natale entra nella leggenda, quello è l’unico gol che la Spagna campione uscente concederà in quel campionato europeo (che poi vincerà pure).

Da quel momento il sipario comincia a calare. Totò si danna come un ossesso per la sua Udinese e per quella Curva Nord che l’ha sempre amato incondizionatamente. Ma i tempi dell’Udinese in Champions sono ormai lontani, e bisogna ricominciare a lottare per la salvezza. E Totò il suo lo fa sempre, segnando e prendendo per mano la squadra nei momenti di difficoltà. Prima che il sipario cali definitivamente c’è ancora spazio per un paio di lampi, su tutti il gol ad Anfield sotto la Kop, un altro pezzo di storia che a Udine è diventato leggenda.

E poi arriviamo a domenica scorsa: Di Natale è al malinconico passo d’addio con la maglia bianconera. Una partita che ormai non conta più niente, una squadra ormai lontana dai fasti del passato, e un calcio di rigore che ormai conta poco ai fini del risultato. Ma il pubblico è tutto per il suo Capitano, che per quella maglia ha dato tanto, tantissimo, come nessuno prima di lui. Di Natale sistema la palla sul dischetto, il Friuli è una bolgia, come ai tempi della Champions. L’arbitro fischia e Totò calcia. Destro a incrociare nell’angolino, come piace a lui. Colombi non si tuffa neanche, come per porgere omaggio al Capitano bianconero, come per dire “Fai l’ultimo gol davanti alla tua gente, te lo sei meritato“.

La palla si insacca, esplode l’urlo del Friuli. “Un Capitano, c’è solo un Capitano”. Grazie Capitano, ci mancherai. Come l’hai portata tu, quella numero 10, a Udine non l’ha mai portata nessuno.

Andrea Petri