Per fare il portiere, bisogna avere un rapporto particolare con le emozioni. Per fare il portiere, nel calcio di oggi, bisogna essere sempre concentrati,...

Per fare il portiere, bisogna avere un rapporto particolare con le emozioni. Per fare il portiere, nel calcio di oggi, bisogna essere sempre concentrati, sempre pronti a tenere in mano la partita. Per usare una frase fatta piuttosto abusata, bisogna avere la testa, bisogna essere e rimanere con la testa nella partita.

Si, per fare il portiere ci vuole un carattere speciale, essere in grado di rimanere lucidi e freddi, per poi farsi trovare pronti e scatenare l’istinto, la reattività, l’esplosività quando si è chiamati in causa a salvare la porta della propria squadra. Perchè fare il portiere significa rimanere soli per parecchio tempo, e poi vedersi puntare addosso i riflettori, pronti a trasformarsi in indici puntati contro al primo errore, spesso decisivo per le sorti di un incontro.

Ecco, pensate a cosa significhi fare il portiere. E pensate a cosa possa significare farlo quando, oltre che con gli avversari e con la pressione, devi combattere con un nemico infido, un perfido ospite che si annida nella tua testa da quando eri bambino e ha provato a trasformare la tua vita in un inferno.

Pensate a cosa significhi cercare di rimanere freddi, lucidi, concentrati, quando il tuo corpo si abbandona a reazioni che non puoi controllare, a tic inconsulti che non sai mai se e quando arriveranno. Pensate a cosa significhi essere un portiere, e anche un portiere piuttosto importante, quando devi combattere e convivere da quando sei bambino con la sindrome di Tourette. Pensate a tutto questo, e avrete una piccola idea di quello che succede ad ogni santa partita nella testa di Tim Howard.

Succede di continuo, senza alcun segno in anticipo, e aumenta con l’aumentare dell’importanza della partita. Succede ancora di più quando sono particolarmente nervoso.

Tim Howard sa che non è facile convivere con il suo nemico. Ma sa anche che non è mai stato facile. Sin da quando, a scuola, tutto era diverso. Avere intorno 30 compagni di classe, e non sapere mai quello che sarebbe successo, quale sarebbe stato il prossimo tic, non sapere se da quella bocca sarebbe uscita qualche parola fuori luogo che lo avrebbe messo in difficoltà. Provare a leggere, a scrivere, a imparare tutte quelle cose scritte sui libri, combattendo con quello che intanto succedeva dentro di lui.

Poi, per fortuna, è arrivato lo sport. Tim Howard lo abbiamo imparato a conoscere in Europa, ma lui è nato negli USA. E negli USA, a scuola, ti fanno provare più o meno tutti gli sport. Tim inizia a scoprire che giocando riesce a tenere impegnata la mente, a sconfiggere i suoi demoni. Comincia con il basket, dove è anche particolarmente bravo, poi scopre anche il calcio. Dove, per la sua altezza, lo piazzano in mezzo ai pali e scoprono che, ehi, quel ragazzone ci sa fare.

Ci sa fare, tanto che nel 2003 attira l’attenzione dei club europei. E non è un club qualsiasi a farlo, è il Manchester United, una delle squadre più prestigiose e famose al mondo. E’ una bella sfida per Tim. A Old Trafford, tra i pali, stanno ancora cercando l’erede di Peter Schmeichel, una leggenda. E quando Howard sbarca in Inghilterra, si accorge di quanto duro e infame possa essere il mondo del calcio dall’altra parte dell’Oceano. I giornali inglesi, quasi indignati, sottolineano il fatto che il Manchester United abbia preso un portiere con la sindrome di Tourette. Quasi come fosse una colpa. Qualche giornale, meno carino, parla di un portiere “ritardato“, addirittura “handicappato“.

Logico che le cose non vadano sempre per il verso giusto. Tim è agitato, si sente sempre più sopraffatto dall’ansia, in mezzo ai pali della porta dei Red Devils. Sente la pressione di uno stadio che, forse, non si fida poi così tanto del suo portiere. Gli sembra quasi di rivivere la sua infanzia. Quando le cose, a casa, non andavano così bene, tra mamma e papà, quando cominciarono a venire fuori i primi tic, le prime nevrosi. I tifosi dello United non gli perdonano niente, o quasi. Gli errori, le papere, cominciano a susseguirsi, uno dopo l’altro.

Tornano le insinuazioni sulla sua malattia, che sono quelle che fanno più male. Perchè un portiere può anche accettare le critiche. Un portiere può anche sentirsi dire che è scarso, inadatto, fuori luogo. Ma un uomo non può sopportare che la sua malattia venga messa alla berlina.

L’avventura con lo United è al capolinea. L’Everton, nel 2006, offre una chance ad Howard, che va via in prestito prima, definitivamente poi. A Goodison Park Tim trova un ambiente più comprensivo, meno ossessionato. Riesce a ritrovare la calma e la serenità che gli servono per rendere al meglio. E, nella semifinale di FA Cup del 2009, a Wembley, riesce anche a prendersi una rivincita particolarmente gradita. Di fronte c’è proprio il Manchester United, e la partita arriva ai rigori. Proprio i rigori, quella particolare forma di tortura in cui ai portieri è richiesto il massimo della concentrazione. Tim Howard tra i pali è agitato, fa su e giù prima di ogni battuta. Succede sempre così. Più è alta la posta in palio, più i suoi tic si affacciano all’uscio.

Eppure, riesce a trovare la forza di respingere i rigori di Berbatov (dopo che Cahill aveva sbagliato il primo, mettendo di fatto Howard già con le spalle al muro) e di Rio Ferdinand, i primi due calciati dallo United. L’Everton va in finale di FA Cup, i tifosi dello United sono costretti a guardare il loro vecchio numero uno fare festa. A Liverpool, sponda Toffees, Tim ha trovato una nuova casa. “Nelle mie vene scorre sangue blu. Sangue Everton“.

Ma il giorno più bello della carriera di Tim Howard è forse un altro. Risale ai Mondiali del 2014, all’ottavo di finale tra Belgio e Stati Uniti. Già, ci risiamo, la storia dell’importanza della partita e dei tic che si affacciano. Bè, quella sera di luglio, Tim prende praticamente qualsiasi cosa i Diavoli Rossi (già, che coincidenza) del Belgio tirano verso la sua porta. Saranno 15 i palloni respinti da Tim durante quella partita. Un record per i Mondiali, un record che però non serve alla nazionale a stelle e strisce per evitare la sconfitta.

Ma Tim Howard da quella partita è uscito a testa alta. A testa alta, proprio come ha imparato a camminare, dopo tutte le difficoltà. Perchè stare tra i pali non è semplice, farlo combattendo un nemico che ti porti dietro da sempre è ancora più difficile. Ma se hai il coraggio di affrontarlo, quel nemico, non potrà farti più paura di un avversario lanciato a rete.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro