Ci sono posti in cui giocare a pallone ha un sapore particolare, in cui tutto sembra perfetto. Ogni ciuffo d’erba e ogni seggiolino. Con...

Ci sono posti in cui giocare a pallone ha un sapore particolare, in cui tutto sembra perfetto. Ogni ciuffo d’erba e ogni seggiolino. Con il sole o sotto la pioggia battente. Di giorno e di notte.
Ci sono posti in cui l’ atmosfera che si respira vale da sola il prezzo del biglietto. Ci puoi andare in amichevole precampionato o durante un match di cartello, poco importa. Ma se ami il calcio ci devi andare. Come si dice, almeno una volta nella vita.

Ogni tifoso è affezionato alla propria casa, ogni tifoso darebbe qualsiasi cosa per difenderla contro tutto e tutti. Ci è cresciuto e ha visto la sua squadra del cuore giocare. Ha visto la sua squadra del cuore demolire avversari, uno dopo l’altro, grazie al frastuono proveniente dagli spalti. I giocatori, a pensarci bene, non erano niente di che, ma col cazzo che venivano a vincere nella tua fortezza. Non ci riuscivano. Loro avanzavano e tu con la voce li ricacciavi indietro. Azione dopo azione. Grido dopo grido. Più avanzavano e più urlavi.

Ci hai versato anche tante lacrime dentro, quando tutto sembrava andare per il verso sbagliato. Quando la tua squadra sembrava sprofondare in un baratro e nemmeno le mura amiche servivano da conforto. Anche la tua voce si disperdeva invano all’aria.

Ognuno di questi posti meriterebbe una storia a sé, ogni tempio del calcio. Sono luoghi sacri per noi amanti del pallone, che trasudano storia, affascinano e ammaliano. Oggi vi racconto di uno di questi posti, uno di quelli che se ci metti piede almeno una volta nella vita ti puoi considerare un uomo fortunato.

Siamo appena arrivati nel Merseyside, Liverpool. Ci guardiamo in giro e vediamo pub e negozi. Un po’ più in là c’è il porto con i suoi docks, il fiume Mersey che scorre incessante e scandisce il tempo. Esci un po’ dalla zona centrale ed inizi a vedere campi da pallone. Arrivi a Stanley Park. Vedi una miriade di campi da pallone. Uno affianco all’altro, uno di fronte all’altro. Inizi a respirare l’aria di calcio giocato, vedi ragazzini che inseguono un pallone con qualsiasi condizione atmosferica. Respiri e senti profumo di calcio. Ti vorresti fermare a dare quattro calci, anche se sei in jeans e scarpe da passeggio.

Ti limiti a guardare, incantato, la magia di una città che vive di football. Ventiquattro ore su ventiquattro. La metà rossa e quella blu. Divise da quell’unico parco che accoglie tutti indistintamente. Ma tu sei lì per mettere piede in quella cattedrale dove tutto è rosso. Sei lì per ammirare da vicino Fortress Anfield, quella fortezza di cui hai solo sentito parlare e che hai ammirato più e più volte alla televisione. Già avevi i brividi davanti ad uno schermo, non puoi immaginare come sarà dal vivo.

Esci dal parco e spunti direttamente in Anfield Road, il cuore che batte sempre più forte e la mente che corre. Te lo trovi di fronte, davanti al tuo naso. Intorno a te le vie con le villette, i pub e la gente che aspetta la partita con la pinta di birra in mano. Davanti a te solo Anfield. Non vorresti essere in nessun altro posto al mondo. Non ora né mai più. Vorresti che il tempo, per una volta, si fermasse. Fai in giro lungo tutto il perimetro dello stadio, dall’Anfield Road Stand al Centenary Stand percorrendo Skerries Road.

Giri l’angolo e ti trovi la Kop, la Spion Kop, tana di tutti gli scousers che ogni partita la stipano all’inverosimile. Tiri su la testa e rimani così per minuti, a leggere quelle tre lettere. Sai che il tuo biglietto è proprio uno dei seggiolini rossi della Spion Kop. Il tuo sguardo è attirato da una statua in bronzo qualche metro più in là. La posa è inconfondibile, braccia larghe e pugni al cielo. E’ Bill Shankly, leggendario tecnico alla guida dei Reds dal 1959 al 1974, colui che ha riportato tra le grandi di Inghilterra il Liverpool Football Club, ponendo anche le basi per i successi europei del suo successore Bob Paisley.

Entro e comincio a voltare la testa in ogni direzione. Dal campo agli spalti. Da un settore all’altro e poi ancora su quel prato perfetto. Qua si gioca a calcio dal 1892, anno di fondazione del Club, ma non c’è un ciuffo d’erba fuori posto. Con il vento sferzante, con la pioggia battente. Non un ciuffo d’erba fuori posto. Lo stadio si riempie piano piano. Fino a pochi minuti dal calcio di inizio è ancora mezzo vuoto per la verità, la gente è all “Albert Pub” a tracannare l’ultima birra. L’ultima prima di entrare si intende. Incomincia a prendere forma la marea rossa, quella che ad ogni attacco della propria squadra si alza in piedi come per risucchiare il pallone in rete.

Partono le note del famoso You’ll Never Walk Alone e i brividi ti percorrono tutta la colonna. Dalla prima persona in basso all’ultima in cima tutti intenti a cantare. Dal vecchio al bambino. Ora la capienza è stata ridotta a poco più di 12000 persone in seguito alla strage dell’Hilsborough del 1989, prima ne poteva contenere fino a 28000. Tutte rigorosamente in piedi e cantanti. L’enorme banner con il simbolo del club e di tutti i trofei vinti viene passata sopra la testa di ogni persona fino a coprire anche l’ultimo centimetro della Kop. Non resta altro che attendere il calcio d’inizio.

This Is Anfield.

«Per ricordare ai nostri ragazzi per quale maglia giocano, e ai nostri avversari contro chi giocano»

Bill Shankly

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo