di Daniel Taylor; Pubblicato sul Guardian. Traduzione di Luca de Luca. L’articolo originale è disponibile su Mondocalcio Magazine 1. Benvenuto all’inferno “La mia prima...

di Daniel Taylor; Pubblicato sul Guardian. Traduzione di Luca de Luca.

L’articolo originale è disponibile su Mondocalcio Magazine

1. Benvenuto all’inferno

“La mia prima partita [con il Celtic] fu contro il Clyde, fuori casa, nel terzo turno della Coppa di Scozia. Perdemmo 2-1. Fu un incubo. Non ero contento del mio gioco. Giocai bene, ma bene non era abbastanza. Dopo la partita – la delusione. Mentre mi toglievo la maglia, notai che aveva ancora la targhetta col prezzo della Nike. Quando salii sul pullman John Hartson, un gran bravo ragazzo, si era già seduto e stava mangiando un sacchetto di patatine – con una bibita gassata. Mi dissi: ‘Benvenuto all’inferno’.”

2. Chi è il responsabile?

“Sembrerà strano ma se fai attenzione al responsabile della musica [nello spogliatoio] capisci di che pasta sono fatti i ragazzi. Magari un pischello vuole mettere su l’ultimo successo; magari un giocatore più vecchio dice: ‘Sono il giocatore più anziano’ e se ne occupa lui. Ma notai che nessuno dei giocatori [del Sunderland] era responsabile della musica e questo mi metteva ansia. Il responsabile era un membro dello staff. Lo guardavo pensando: ‘Spero che qualcuno gli molli un cazzotto’. L’ultimo pezzo prima che i giocatori scendessero in campo fu Dancing Queen degli Abba. Quello che mi preoccupava davvero era che nessuno dei giocatori – nemmeno uno – dicesse: ‘E leva quella merda’. Stavano uscendo per giocare una partita, uomini contro uomini, i livelli di testosterone erano alti. Devi affrontare uno scontro corpo a corpo. Dancing Queen del cazzo. Ero preoccupato. Non avevo molti leader come credevo.”

3. Il colore blu no

“Il nostro primo allenamento [all’Ipswich] era a porte aperte. Ma non venne nessuno. Il mio primo giorno – avresti detto che un paio di scolaretti erano stati trascinati a forza dal papà o dal nonno. Non c’era calore. Ai tempi si usava un kit per l’allenamento blu. Non mi piace quel cazzo di blu. Il City era blu. I Rangers erano blu. I miei più grandi avversari erano blu. È infantile? Non riuscivo a sentirla – la chimica. Tra me e il club. Adesso mi irrita, pensare che avrei dovuto essere capace di accettarlo: ero lì per fare un lavoro.”


4. Mancanza di rispetto da parte di Ferguson

Keane rivela che quando tornò col Sunderland all’Old Trafford per la sua prima partita da allenatore contro il Manchester United, non ci fu nessun drink post-partita con Sir Alex Ferguson. “Ferguson non si fece vivo. Pensai che fosse una scorrettezza. Pochi giorni dopo mi chiamò per scusarsi. Disse che era dovuto scappare dopo la partita e che mi aveva aspettato per un sacco di tempo. Gli dissi che avrebbe dovuto bere un bicchiere con me, come avrebbe fatto con qualsiasi altro allenatore, e che non aveva mostrato il giusto rispetto né a me né ai miei collaboratori.”

5. Spegni la segreteria telefonica

“Telefonai a Mark Hughes. Robbie [Savage] non era titolare nel Blackburn e chiesi a Mark se si poteva tentare di stringere un accordo. Sparky disse: ‘Sì, certo, qui si è smarrito un po’, ma con te potrebbe ancora fare un buon lavoro’. Le gambe di Robbie erano un tantino andate, ma pensavo che avrebbe potuto unirsi a noi [al Sunderland], con i suoi lunghi capelli, e tirarci su di morale – come aveva fatto Yorkie [Dwight Yorke], una grande personalità nello spogliatoio. Sparky mi diede il permesso di fargli una telefonata. Così mi procurai il numero di cellulare di Robbie e lo chiamai. Rispose la segreteria telefonica: ‘Ciao, qui Robbie – whazzuuup!’ come nello spot della Budweiser. Non lo richiamai più. Pensai: ‘Se ingaggio questo qui, sono fottuto’.”

6. La suola della scarpa di Ellis Short

“Il presidente [Ellis Short] mi telefonò. Disse: ‘Ho sentito che verrai solo una volta alla settimana’. ‘È una sciocchezza,’ feci io. Disse che era deluso dal risultato con il Bolton. Il suo tono non era gentile. ‘La tua sistemazione – dove vivi. Devi trasferirti dalla tua famiglia’. Ero al terzo anno di un contratto di tre anni. L’accordo – appartamento a Durham, famiglia a Manchester – aveva soddisfatto tutti, fino a quel momento. Non sono sicuro di aver detto qualcosa tipo: ‘Perché non ti trasferisci tu?’. Lui viveva a Londra. Ma di sicuro dissi: ‘Non mi sposto. E comunque mancano solo sei o sette mesi alla fine del mio contratto’. La conversazione non si chiuse bene. Era un caso di ‘Nessuno dovrebbe dirmi dove vivere’ e l’accusa che io andassi lì solo una volta alla settimana restò in sospeso. Credevo che stesse parlando con me; invece mi parlava come se fossi qualcosa attaccato alla suola della sua scarpa. E prima che me ne rendessi conto era – era finita. La cosa ancora mi rattrista. Sono ancora convinto che avrei dovuto essere io l’allenatore del Sunderland. Mi piaceva davvero il club, e mi piaceva la gente. Ma Ellis Short era nuovo – e io non ero il suo allenatore. Probabilmente è vero che il rapporto non avrebbe mai funzionato, e non perché lui fosse una specie di texano grosso e cattivo e io una specie di straccione attaccabrighe di Cork. Non mi va che mi si parli dall’alto in basso.”

7. Duro con quelli di Cork

“Da quando era arrivato Damien Delaney aveva lavorato bene. Ma ero duro con lui, probabilmente perché lo conoscevo ed era di Cork. Andavo letteralmente oltre. Facevo lo stesso con un altro ragazzo, Colin Healy. Anche lui era di Cork e gli dissi che muoveva i piedi come un giocatore del campionato irlandese. Era sbagliato. Colin era nuovo al club; avrei dovuto farmi in quattro per lui. Ho ricordato il fatto che Ellis Short mi parlava come se fossi qualcosa attaccato alla suola della sua scarpa. Credo di aver parlato proprio così con alcuni all’Ipswich.”


8. Walters è ricercato

“Jon Walters voleva andarsene. Eravamo alla quarta o quinta partita della stagione. Aveva sentito che lo Stoke era interessato a lui. Gli dissi: ‘Jon, non mi ha chiamato nessuno’. Tornò pochi giorni dopo. ‘Mi cercano, è ufficiale.’ Dissi: ‘Non ne so niente. Se c’è un’offerta, te lo farò sapere. Non ho nulla da nasconderti. Puoi chiamare il presidente. Non mi occupo io delle cessioni’. ‘Non ti permetto di trattarmi così’. Volarono parole grosse, ci fu qualche spintone. ‘Perché cazzo non mi credi?’. Una settimana dopo fu ceduo allo Stoke. Da allora siamo andati d’accordo.

9. La replica di Couñago

“Pablo Couñago era un giocatore che non apprezzavo particolarmente e con cui non ero in sintonia. Nessun club era interessato a prenderlo – e io fui felice di dirglielo. Il fatto è che lo consideravo uno scansafatiche. Disse: ‘Come faremo a vincere qualcosa con te come allenatore?’. Stavo quasi per aggredirlo fisicamente – ma mi trattenni.”

10. Un’altra classe

“[Paul Scholes] era un grande giocatore, un top player. Ma non mi sono mai bevuto l’immagine del ragazzo-della-porta-accanto, o che fosse un tipo particolarmente umile. Si è preso i suoi bei vantaggi. Tutti pensano che abiti in una casa popolare. La ‘Classe del ’92’ – tutti buoni giocatori, ma il loro ruolo nel club era diventato eccessivo. Sembra che la ‘Classe del ‘92’ sia cresciuta per conto proprio; è diventata un brand. È come se formassero una squadra al di fuori della squadra, e non mancano mai di sbandierarlo. Tutti noi avevamo gli stessi obiettivi; tutti noi avevamo fame.