Il terzo posto della Lazio e il miracolo di Pioli Il terzo posto della Lazio e il miracolo di Pioli
Ok, lo scudetto se l’è portato a casa la Juventus. Ma su questo, probabilmente, c’erano pochissimi dubbi. Il secondo posto, anche quest’anno, è stato... Il terzo posto della Lazio e il miracolo di Pioli

Ok, lo scudetto se l’è portato a casa la Juventus. Ma su questo, probabilmente, c’erano pochissimi dubbi. Il secondo posto, anche quest’anno, è stato appannaggio della Roma, che però ha potuto lottare poco per contendere il tricolore ai bianconeri. Anzi, i giallorossi hanno dovuto anche guardarsi le spalle e hanno conquistato il secondo posto solo nello scontro diretto della penultima giornata. Uno scontro diretto che era anche il derby della Capitale, perchè al terzo posto, quello che vale i preliminari di Champions, ci è arrivata la Lazio.

E il terzo posto della Lazio, per quelle che erano le premesse di inizio anno e quello che era successo nel girone di andata, è un piccolo miracolo. Un miracolo che porta impresso un nome e un cognome. Stefano Pioli. Uno che è sempre stato abituato alla gavetta, al duro lavoro, alla soddisfazione di raccogliere quanto ha seminato nel corso della sua carriera. Senza una parola fuori posto, senza polemiche sterili, senza dover per forza cercare la bagarre a tutti i costi. Non è detto che per fare gli allenatori in serie A bisogna per forza cercare di alzare un polverone mediatico ad ogni costo. Stefano Pioli ha dimostrato anche questo.

Un piccolo miracolo, quello costruito dalla squadra biancoceleste. Una squadra messa su senza acquisti che hanno fatto clamore, senza colpacci. Un gruppo di gente disposta al sacrificio, un santone come Miro Klose lì davanti, un’organizzazione basata sulla fatica e sulla condivisione della corsa, dell’impegno. E, naturalmente, l’esplosione di alcuni talenti capaci di tirare fuori la giocata ad effetto nel momento di difficoltà, Felipe Anderson e Candreva su tutti.

Il miracolo della Lazio è quello di una squadra che era partita piano, ma non si è scoraggiata. Ha saputo recuperare terreno, sfruttare le incertezze di quelli davanti, in una lotta al terzo posto in cui sembrava che le inseguitrici di Roma e Juventus facessero a gara a perdere punti stupidi per strada. I ragazzi di Pioli non si sono persi d’animo, hanno saputo continuare a macinare gioco e i risultati sono arrivati, con le 8 vittorie consecutive che hanno portato i biancocelesti, ad un certo punto della stagione, a sentirsi autorizzati a dichiararsi l’anti-Juve, titolo poi decaduto con la sconfitta proprio contro i bianconeri.

Ma il terzo posto della Lazio è tutto fuorchè ordinario. E’ meritato, sudato, è il frutto di un lavoro onesto e costante. E’ il frutto di una cooperativa del gol. 71 in totale, uno solo in meno del tanto decantato attacco bianconero. 71, con il solo Klose a quota 13 e poi con il nutrito contributo dei centrocampisti: 10 a testa i gol di Candreva, Parolo e Felipe Anderson. A dimostrazione che il gioco della Lazio è l’espressione di una delle più antiche tradizioni del Belpaese: il calcio all’italiana. Contropiede e ripartenze veloci, strutturate, organizzate. Con il gioco che passa sulle fasce, con le accelerazioni degli esterni, o dai piedi buoni dei centrocampisti, come quelli, fondamentali nella striscia di vittorie consecutive, di Lucas Biglia, uno che forse meriterebbe anche palcoscenici più preziosi.

Il terzo posto della Lazio, in un calcio sempre più focalizzato sulle gesta dei singoli, è la dimostrazione che si possono ottenere i risultati anche puntando su un collettivo coeso, determinato, concentrato sull’obiettivo. E, soprattutto, un collettivo fedele alla linea del suo condottiero. Un condottiero che dopo gli anni di gavetta in provincia, sulle panchine di squadre abituate a sudare e soffrire, finalmente adesso potrà ascoltare, orgoglioso, quella musichetta magica che sta a significare l’ingresso nell’Europa che conta, quella dei grandi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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