Taribo West: da oro olimpico a pastore pentecostale Taribo West: da oro olimpico a pastore pentecostale
Per chi è nato negli anni ’80, il nome di Taribo West rievoca immaginari difficili da esprimere a parole. Rievoca le speranze,ovviamente infrante brutalmente,di... Taribo West: da oro olimpico a pastore pentecostale

Per chi è nato negli anni ’80, il nome di Taribo West rievoca immaginari difficili da esprimere a parole. Rievoca le speranze,ovviamente infrante brutalmente,di chi pensava di aver trovato qualcosa di diverso rispetto al binomio indissolubile prestanza fisica-indisciplina tattica tipica del difensore africano.

Si perché Taribo si era messo in splendida luce con i compagni di nazionale -Babayaro, Kanu, JJ Okocha, Oliseh su tutti- nei giochi olimpici del 1996 ad Atlanta, giochi nei quali la compagine africana brilla fino a vincere sorprendentemente la finale contro l’Argentina di Crespo, Zanetti e Simeone.

Ergerlo a idolo viene subito piuttosto facile: treccine colorate ,che rimarranno sempre il suo tratto distintivo, modi ben poco aggraziati di stare in campo e spirito di sacrificio fuori dal comune. Come spesso accade per i giocatori abituati a dar tutto in campo, succede che spesso si valica il confine e l’abnegazione si trasforma in foga dissennata, col risultato ultimo di svariati danni procurati a compagni e avversari. Danni che, state tranquilli, arriveranno presto.

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Non è facile stabilire un inizio della storia che stiamo per raccontarvi perché, se dobbiamo prendere per buone le ultime notizie apparse sul suo conto, Taribo West sarebbe nato nel lontano 1962 e sarebbe arrivato in Italia alla veneranda età di 35 anni.

Passa l’infanzia ad aiutare la madre a vendere torte di fagioli e andando a pescare per portare del cibo alla sua famiglia.

Questa sua generosità d’animo non gli difetterà nemmeno in campo, almeno per le volte in cui verrà schierato dagli allenatori non sempre inclini alle sue vedute.

La sua vita calcistica, per quel che concerne i club, inizia in Francia, ma è una parentesi per noi scevra di soddisfazioni, leggasi non abbiamo notizie di botte o impazzimenti vari ed eventuali, per cui mettetela lì come mera cronaca che male non fa.

Viene portato in Italia nel 1997 dall’inter di Gigi Simoni e del fenomeno Ronaldo e da qui in poi per noi il lavoro si spreca. L’icona da Santone del villaggio non è casuale. La spiritualità pervade l’esistenza di Taribo West come un’ossessione ed influenzerà il rapporto con la moglie, gli allenatori ed i compagni di squadra oltre ad obnubilargli completamente il senno.

Javier Zanetti ricorda di una cena a casa West dove prima di sedersi a tavola a mangiare, l’allegra combriccola trascorse qualche ora a ripassare Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, atti degli Apostoli compresi.

Che dire invece del rapporto con la moglie? Questa nel 2002 lo porta in tribunale. Solite cose penserete voi, di quelle che ormai non fanno nemmeno più notizia. E invece no. Perché Taribo West è veramente un personaggio curioso, imprevedibile protagonista di un mondo tutto suo.
Trascriviamo quindi direttamente dal verbale deposto dalla moglie in tribunale : “il denunciato si rifiuta dall’ ottobre 2000, senza motivo e senza fornire spiegazioni, di consumare il matrimonio” Ovviamente ci sono anche le violenze verbali e le percosse a suo carico, perché non ci facciamo mancare proprio nulla.

Con gli allenatori ci vuole un capitolo a sè. L’unico con cui sembra andare d’accordo (diciamo sembra perché la mano sul fuoco non ce la mettiamo manco per sbaglio) è Simoni. Infatti al suo esonero reagisce molto male.

Il successore designato sulla panchina neroazzura è Mircea Lucescu (che ,per inciso, starebbe da dio pure lui in una di queste storie e non è detto non lo possiate vedere a breve) che si vede gettare la maglia addosso da West in seguito ad una sostituzione.

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E’ l’epoca d’oro Morattiana, quella dove si vince poco o nulla e si cambiano allenatori alla velocità della luce. Ecco quindi arrivare Marcello Lippi che piuttosto che far giocare Taribo West si darebbe fuoco.

E’ proprio in seguito alle ripetute panchine che il nigeriano si supera e decide di giocare il Jolly chiamando in causa un piano divino che lo vorrebbe titolare all’Inter.

«Dio ha detto che devo giocare».Questa la celeberrima frase proferita da West ,sventolando in aria la Bibbia ,alla quale ha fatto eco la risposta del tecnico «Strano… a me non ha detto niente”.

Che il rapporto tra i 2 non sia dei più facili lo possiamo evincere anche da un altro episodio avvenuto sul campo di allenamento. Improvvisamente, senza apparente motivo per noi comuni mortali, in un’amichevole come tante Taribo decide che lui no, non è più un difensore centrale. Lui gioca centravanti.

Ed alle sonore bestemmie del mister risponde sereno e pacato «Non sono io a voler giocare in quel ruolo, è Dio che mi spinge ad andare avanti». Certo Taribo, certo.
Le premesse per cambiare aria ci sono tutte ed infatti la stagione successiva passerà sull’altra sponda di Milano in maglia rossonera. Maglia rossonera, treccine rossonere, of course.
Disputerà solo 4 partite che saranno sufficienti per andare a segno, contro l’Udinese per l’esattezza.

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Il calcio però incomincia ad andargli stretto. Nonostante ciò gira ancora varie squadre e litiga con pressoché tutti gli allenatori che proprio non si vogliono allineare alla volontà divina.
Decide quindi che è l’ora di smettere con il pallone e si autoproclama pastore pentecostale fondando nella periferia milanese la congregazione denominata “Shelter in the Storm” (Rifugio nella tempesta).

Le ultime notizie che abbiamo di lui risalgono al 2011 quando, alla guida di una delinquentissima Fiat Marea,senza patente né assicurazione, viene fermato dai Carabinieri per un normale controllo. Scende un uomo possente, sguardo fiero e completamente privo di ansie e preoccupazioni. “Non ho niente, fate pure il vostro dovere”.

La nostra storia si conclude qui, con noi che immaginiamo il buon Taribo in pace col mondo, tra un “alleluja” ed un “amen” pronto ad aiutare i bisognosi senza chiedere nulla in cambio, senza tirare mai indietro la gamba. Proprio come contro Kanchelskis: correva l’anno 1998, era la terza giornata di campionato e la vita ci sembrava più leggera.
Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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