Zlatan Ibrahimovic: il gigante di Malmö Zlatan Ibrahimovic: il gigante di Malmö
Io non sono cresciuto avendo la vita facile, molti se lo dimenticano. Non sono un talento che è semplicemente volato in Europa a passo... Zlatan Ibrahimovic: il gigante di Malmö

Io non sono cresciuto avendo la vita facile, molti se lo dimenticano. Non sono un talento che è semplicemente volato in Europa a passo di danza, io ho lottato controvento. Genitori e allenatori mi sono stati contro fin dal primo momento, e molto di ciò che ho imparato l’ho imparato ignorando quello che dicevano gli altri.

Quando la vita colpisce duro, come fosse un vecchio mastino furibondo di terza categoria, ci sono poche alternative. Si può mollare, soccombendo sotto i colpi di un destino infame, e condannarsi ad un’esistenza di sofferenza e testa bassa, di dolore e di rimorsi. Oppure si può rispondere colpo su colpo, aggrappandoci a quello che dalla vita abbiamo ricevuto in dono. E su quel dono, su quel talento, costruire una corazza inossidabile. Una fortezza inespugnabile, che ci permetta di guardare il mondo, quel mondo che tanto ci è stato ostile, dall’alto verso il basso. Facendo credere al mondo intero che nulla mai ci scalfirà, che nessun gigante potrà mai essere tanto forte da buttarci a terra. Se il gigante è un ragazzo nato da padre bosniaco e mamma croata, e il dono ricevuto dalla vita è quello di saper parlare in maniera meravigliosa il linguaggio del calcio, la storia è inevitabilmente e necessariamente quella di uno dei giocatori più forti ad aver mai calcato il prato verde nell’ultimo decennio. E’ la storia di Zlatan Ibrahimovic, il gigante di Malmö.

Non è un’infanzia facile, quella di Zlatan. A Malmö non vedono di buon occhio questo ragazzo turbolento. Con una famiglia nella quale non ci sono parole gentili, affetto, amore. Una famiglia in cui è più facile che a Natale scoppi una rissa piuttosto che uno scambio di regali. A Malmö non vedono di buon occhio questo ragazzo che ruba le biciclette, scontroso, sempre pronto a dire una parola sbagliata nel momento sbagliato. Ma a Zlatan tutto questo non importa. E proprio questa sarà la sua forza. Andare avanti, sempre per la sua strada, senza mai cambiare neanche di una virgola. Anche a costo di attirarsi addosso parole, critiche, insulti. No, la forza di Zlatan è essere Zlatan. E di rimanere Zlatan. Sempre e comunque.

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Mi hanno chiesto spesso, ovviamente, che cosa avrei fatto se non fossi diventato un calciatore. Non ne ho la più pallida idea. Forse sarei diventato un criminale. Io e i miei amici del quartiere combinavamo parecchie cazzate.

Anche nel cuore della tranquilla Svezia ci sono certi posti che è meglio non frequentare troppo. Ed è in uno di quei posti che viene su Zlatan Ibrahimovic: Rosengård, il primo quartiere islamico d’Europa. Somali, jugoslavi, polacchi, turchi, un focolaio di etnie sempre pronto ad esplodere: come la famiglia del giovane Ibra, con il padre e la madre separati, fratellastri e sorellastre che spesso non si vedono di buon occhio. E Zlatan che, quando c’è un problema, si rifugia nel suo unico porto sicuro. Scende in strada, a giocare interminabili partite con un pallone e quattro zaini come porta. Cercando di imparare ogni volta come cavarsela. Ed è proprio sulla strada che Zlatan impara i colpi di kung fu, le giocate imprevedibili, i dribbling nello stretto. E’ la strada la sua prima vera scuola. Anche perchè, della scuola con i libri, non è che voglia saperne poi molto.

Era come se, correndo sempre, non mi potesse succedere niente di male.

Zlatan corre, per scappare dai problemi e dai pensieri. Corre perchè per lui è l’unico modo per salvarsi. Corre, perchè a Rosengård stare fermi è pericoloso. Finché, dalla strada, arriva il momento di passare al campo, quello con l’erba e le porte vere. Perchè il talento c’è, ma va disciplinato e inquadrato in un contesto organizzato. Ecco, bel problema. Il piccolo Ibra non trova pace. Ovunque vada, i genitori degli altri bambini si lamentano. Non piacciono i numeri da circo che il ragazzo esibisce. Non piace lo spirito troppo competitivo che Zlatan mette in mostra. Non piace che arrivi agli allenamenti in sella a bici rubate qua e là.

Lavoravo come un mulo, e non mi accontentavo degli allenamenti con il Malmö. Giocavo anche nel campetto vicino casa della mamma, ora dopo ora. E poi in strada. Uscivo per Rosengård e gridavo ai ragazzini: “Vi do dieci corone se riuscite a fregarmi la palla!”, e non era solamente un gioco: serviva ad affinare la mia tecnica, a migliorarmi nella protezione del pallone con il corpo.

Juventus ´s Ibrahimovic celebrates after scoring against Palermo during Serie A match in Turin

Fino al momento in cui il piccolo Zlatan può indossare la divisa di una squadra dal nome eloquente: Balkan. Una squadra dove ci sono tanti figli di immigrati, dove non si risparmiano i confronti, dove l’insulto è prassi consolidata. E un po’ si sente a casa, sembra proprio Rosengård. Ma anche qui, qualche problema ogni tanto viene fuori. Ma Zlatan risponde a modo suo. Come quella volta contro il Vellinge, la squadra dei figli di papà. Zlatan passa il primo tempo in panchina, per punizione, per qualche cosa che aveva combinato nei giorni precedenti. Risultato al duplice fischio del direttore di gara: 4-0 per gli altri. Ecco, nella ripresa entra lui, e la partita finisce 8-5. Si, tutti gli 8 gol li ha segnati lui.

Non credo nei paladini dell’ordine. Certe volte devi infrangere le regole, è allora che avanzi. Voglio dire: che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?

Sarà per questo, sarà per il suo carattere pronto a qualsiasi avversità, che gli basta poco per prendersi ogni squadra in cui giochi. Che sia il Balkan, il Malmö, l’Ajax, la Juventus, l’Inter, il Milan, il PSG, poco importa. Solo una squadra non è riuscito a prendersi. Il Barcelona, dove non poteva essere Zlatan, dove la maglia blaugrana aveva preso il sopravvento anche sull’uomo forte. Zlatan ha imparato a sue spese che il Barcelona, forse, non poteva prenderselo. L’ha imparato a suon di litigi con Guardiola, di panchine, di vittorie vissute da comprimario. Lui che il comprimario mai ha voluto farlo.

Ero stato spinto dalla voglia di rivincita e dalla rabbia fin da quando avevo cominciato a giocare.

Basta vederlo in campo, Zlatan Ibrahimovic, per capire che lui, in campo, ci sta per un motivo soltanto. Sembra che stia combattendo contro il mondo, sembra che voglia dimostrare al mondo intero che lui vale esattamente tanto quanto dicono. E’ una lotta eterna, e non è semplice. Non è mai questione di giocare contro questa o quella squadra. E’ quasi sempre, e da tempo, ormai, uno Zlatan contro il mondo. E spesso, vince lui, chiaro.

Era così che mi sentivo, o che volevo sentirmi: volevo stare lì davanti al mondo intero e mostrare a tutti quelli che avevano dubitato di me chi ero veramente, e nessuno avrebbe potuto fermarmi.

Si, perchè di Zlatan Ibrahimovic avevano dubitato. Era un ragazzo strano, un carattere difficile. Scontroso, sempre pronto a reagire male. Sempre pronto a scendere in campo per prendersi una rivincita. Che si trattasse di un avversario, di un compagno, del pubblico, di un allenatore, bè, importava poco. E in campo, sembrava che gli interessasse solamente mettersi in mostra, solamente far vedere agli altri i suoi numeri. Numeri meravigliosi, sia ben chiaro. Numeri che, a quell’altezza, con quel fisico, nessuno aveva mai fatto vedere. Anzi, si, uno forse si. Uno che aveva anche indossato una maglia biancorossa, come Zlatan. Uno che chiamavano il Cigno di Utrecht e che ha finito troppo presto di incantare il mondo. Marco Van Basten. Ma a Zlatan i paragoni non sono mai andati giù. A Zlatan Ibrahimovic i paragoni non sono mai piaciuti. Ha sempre e solo voluto essere unico, indistinguibile. Aveva deciso di passare alla storia come Zlatan, e come nessun altro. Pare ci stia riuscendo.

E poi, è arrivato quel momento. Quello in cui da ragazzino talentuoso, Zlatan Ibrahimovic si è trasformato in trascinatore. In uomo capace di prendersi sulle spalle una squadra e portarsela appresso, di peso. Quel momento in cui Ibracadabra, il ragazzo che accendeva e spegneva il motore della fantasia con giocate da paura, è diventato una macchina da goal. Un attaccante su cui poter contare, sempre e comunque. Uno che spaventa le difese con la forza del pensiero. E’ come se fosse scattato qualcosa in quegli occhi profondi come una notte scura di Rosengård. E’ come se fosse scattata una scintilla. E’ come se fosse deflagrata una bomba.

Io devo essere arrabbiato per giocare bene. Devo urlare e fare casino.

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Non si sa se sia successo alla Juventus, con Fabio Capello. Uno degli allenatori a cui Ibra ha sempre detto di essere più grato. O all’Inter, con lo spogliatoio spaccato tra argentini e brasiliani e la necessità di prendere in mano il gruppo. O al Milan, con una squadra che aspettava di tornare grande da sette anni ma soffriva la rivalità dei nerazzurri che avevano vinto tutto. Semplicemente, è successo. Zlatan Ibrahimovic è diventato grande, è diventato leader.

Se sei bravo, ottieni fischi e insulti. E’ così che funziona.

Forse è successo quando ha imparato a caricarsi con tutto quello che gli riversano addosso. Come i fischi degli avversari. I fischi che riceve ogni volta che tocca palla. Fischi di paura, perchè è proprio paura la prima parola che ti viene in mente quando Ibra prende palla in una qualsiasi zona del campo. Perchè non sai mai quando ti colpirà. E il fatto che magari sia spalle alla porta a 30 metri dalla stessa non può farti sentire al sicuro. Perchè basta un attimo, e Ibra si può inventare un colpo di kung fu, una rovesciata, un colpo di tacco. E in men che non si dica, ti ritrovi il pallone in fondo al sacco.

E’ questa la magia di Zlatan Ibrahimovic. Riesce a farsi beffe delle leggi della fisica. Reinventa, ogni volta, regole che qualche istante prima non esistevano. Come facevi a immaginare solamente di poter fare quel numero, quel colpo da taekwondo con cui ha buttato in porta il pallone, come quello con la maglia della Svezia, quello che ci ha sbattuto fuori da Euro 2004? Semplice, non te lo potevi neanche immaginare. Prima di Zlatan, quel colpo non esisteva. Adesso si.

Ho fatto stronzate di ogni genere, è vero, ma difficilmente comincio io, anche se in campo qualche testata mi è capitato di darla. Però quando mi arrabbio, lo ammetto, non ci vedo più ed è meglio starmi alla larga.

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Certo, ogni tanto il caratteraccio viene fuori anche in campo. Ma è un agonismo che solo i vincenti sanno tirare fuori. Non è mai semplice giocare con gli occhi di tutti puntati addosso. Occhi, spianati, come fucili. Pronti a sparare, e non proprio a salve, al primo errore. Al primo momento di debolezza. Al primo brutto fallo, alla prima brutta reazione. Eccolo lì, è tornato lo Zlatan testa calda. Quello su cui non puoi contare. Lui, come sempre, risponde sul campo. Certo, anche con la bocca. Che, chiusa, non ci sa stare. Mai, con nessuno.

Come quando aveva deciso che la sua avventura con l’Inter era al capolinea. Con i tifosi che lo fischiavano, sempre più forte. Lui rispondeva con i gol, e poi restava lì, fermo, immobile, con aria di sfida. A vedere se qualcuno aveva ancora il coraggio di aprir bocca. Zlatan è così, se deve fare qualcosa, la fa. Se deve dire qualcosa, la dice. Delle conseguenze, poco importa.

Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni.

E le chiacchiere non sono mai mancate. Ad osservarlo superficialmente, questo gigante con la faccia levigata dalle intemperie calcistiche e non, potresti pensare che sia uno spaccone. Poi lo vedi giocare, lo vedi trascinare i compagni, lo vedi fare cose che non credevi umanamente possibili. E, sotto sotto, anche se non fai il tifo per lui, non puoi che ammirarlo. Non puoi non pensare che ogni parola fuori posto se la sia meritata a suon di numeri, gol, trofei. In campo, ovviamente.

C’è però un rimpianto, in questa storia. Un cerchio ancora aperto, da chiudere a tutti i costi. Un’ossessione. Una di quelle rivincite che a Zlatan piacerebbe tanto prendersi. E’ una Coppa, ha delle orecchie grandissime, e si assegna in maggio, in genere in grandi città europee. E’ una Coppa che non è mai riuscito nemmeno a sfiorare. E’ il suo sogno, ma anche il suo incubo. E’ il motivo per cui ha lasciato l’Inter, per andare a vestire il blaugrana del Barcelona. Quella Coppa, che Mourinho gli aveva promesso. Anzi, fu quasi una minaccia, quando si separarono. Zlatan, tu adesso stai andando via. Ma la alzeremo noi, quella Coppa. E così fu.

Oggi il destino sembra essersi di nuovo interessato a questa storia. A questo cerchio da chiudere. E si è scelto per bene i suoi protagonisti, i suoi luoghi, la sua trama. Il Paris Saint Germain di Zlatan ha appena sbattuto fuori quell’allenatore che aveva promesso la Coppa ad Ibra, ma al quale Ibra non ha creduto. Ma lui, la partita decisiva, non se l’è potuta godere. Un cartellino rosso, perlomeno dubbio, gli ha privato la pienezza della gioia. Ma siamo sicuri che, quando tornerà in campo, per giocarsi quella Coppa, Zlatan avrà lo sguardo delle grandi occasioni. Perchè forse è l’ultima occasione per chiuderlo, quel maledetto cerchio. E mettere la parola fine alla storia iniziata su quel campetto di Rosengård.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

Le citazioni sono tratte dal libro “Io, Ibra” – Zlatan Ibrahimovic e David Lagercrantz -Rizzoli 2012

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