Renè Higuita, il portiere che amava fare il loco Renè Higuita, il portiere che amava fare il loco
Wembley, il teatro del calcio, il palcoscenico che tutti i giocatori sognano prima o poi di calcare. Anno 1995, Inghilterra e Colombia si affrontano... Renè Higuita, il portiere che amava fare il loco

Wembley, il teatro del calcio, il palcoscenico che tutti i giocatori sognano prima o poi di calcare. Anno 1995, Inghilterra e Colombia si affrontano in un’amichevole, ma quando giochi in quel tempio, non è mai una partita qualsiasi. Jamie Redknapp, figlio dell’attuale tecnico del QPR Harry, carica il destro. Quella che Sandro Piccinini chiamerebbe sciabolata morbida, facendoci immediatamente venire voglia di spegnere la tv e andare ad ascoltare ore e ore di telecronache di Nando Martellini. Il pallone di Redknapp è a metà fra un tiro e un cross, comunque, e si avvia docile alla porta colombiana.

A questo punto, se il protagonista di questa storia fosse un portiere qualsiasi, uscirebbe in presa alta ad abbrancare la sfera. Ma, fortunatamente, il protagonista di questa storia non si sa bene cosa abbia nella testa. Gli spettatori di Wembley, quella sera, vedono un individuo dotato di folti capelli ricci, neri, e discutibili baffi da narcotrafficante sbilanciarsi in avanti, fare una capriola con le braccia e respingere il pallone con i piedi uniti all’indietro. Si, quella era la famosa “mossa dello Scorpione” e il protagonista di questa storia è Renè Higuita, el Loco.

Molti portieri sono passati alla storia per le loro parate, per i loro salvataggi miracolosi, per il loro carisma, per la loro capacità di rimanere freddi e concentrati per 90 minuti e poi piazzare la zampata decisiva andando a togliere un pallone dal sette all’ultimo respiro. Bè, con Renè Higuita scordatevi tutto questo. C’è un solo motivo per cui il portiere colombiano è passato alla storia: era, fondamentalmente, matto come un cavallo, e vederlo giocare era un autentico spettacolo.

Certo, quando scendeva in campo non sapevi mai se ti saresti divertito di più tu o i tuoi avversari. Una delle giocate preferite di Higuita era una cosa che, a pensarla nel calcio di oggi, verrebbe da chiamare la neuro. Ad Higuita infatti piaceva, da matti, prendere palla e partire, partire, partire, verso la metà campo avversaria. Scartando avversari, irridendoli, cercando di dribblarne quanti più poteva. Viste con i cinici occhi della razionalità (che, perdonateci, non ci appartengono) erano giocate inutili, che spezzavano il ritmo del gioco, che sbilanciavano la squadra. Che mettevano in pericolo il risultato, visto che la figuraccia era sempre dietro l’angolo.

Come quella volta a Italia ’90: Colombia-Camerun, ottavi di finale, stadio San Paolo. 0-0, si va ai supplementari e al 106′ Roger Milla, 40 primavere e non sentirle, segna il gol dell’1-0. Ma c’è tempo per pareggiare, calma. Al minuto 109 il buon Renè sta dialogando con un proprio compagno della difesa, 10 metri buoni fuori dalla propria area di rigore, proprio come se fosse il regista della squadra. Roger Milla gli si fa incontro, cercando di pressarlo.

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Se nel suo cervello ci fosse ancora qualche rotella al proprio posto, sarebbe il momento giusto per redimersi, spazzare il pallone in tribuna e ringraziare Gesù Giuseppe e Maria per il pericolo scampato. Ma è Higuita, ragazzi. Si porta il pallone sul destro, prova a passarselo sul sinistro da dietro. Milla se ne impossessa facilmente e si invola a rete, evitando il disperato tentativo del numero uno colombiano di falciarlo da dietro. 2-0. In un universo ordinario, o anche su un campaccio di terza categoria molisana, i compagni prenderebbero il loro portiere e lo impalerebbero all’istante. Ma è Higuita, ragazzi.

I campi in cui Higuita nel corso degli anni si esibisce sono tanti, ma soprattutto nel continente natio. Millionarios, Atletico Nacional, Medellin, Real Cartagena, Junior, Deportivo Pereira. Nomi che all’appassionato medio europeo potrebbero dire ben poco per spiegare la leggenda del Loco. Leggenda che, una volta, si incrocia con i destini di una squadra italiana: è il 1989 e con l’Atletico Nacional sfida nella finale di Coppa Intercontinentale l’invincibile Milan di Arrigo Sacchi, che la spunta solo con un gol di Chicco Evani ai supplementari.

Tenta anche l’avventura europea, a Valladolid, nel 1992, ma, non dobbiamo essere noi a spiegarvelo, uno come Higuita in Europa viene preso per matto per davvero. Troppi schemi, troppe gabbie, troppa tattica. Come si può sopportare un calcio in cui il tuo allenatore ti chiede di restare tra i pali e non provare a scartare tutti gli avversari? No, nel mondo di Renè Higuita restare fermo tra i pali non esiste, è inconcepibile.

A volte viene il sospetto che Higuita abbia sbagliato mestiere. Il piede buono ce l’ha per davvero, perchè in carriera mette a segno anche 41 gol (37 rigori e 4 punizioni), terzo portiere goleador per quantità, dietro Rogerio Ceni e l’intramontabile Chilavert. Forse doveva fare il trequartista o l’ala Renè, come diamine ci è finito tra i pali?

Eppure, Higuita è sempre stato un idolo per i suoi tifosi. Quando partiva palla al piede, da incosciente, a nessuno veniva in mente che poteva essere pericolosi. Allo stadio, davanti alla tv, i colombiani tornavano bambini.

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E sognavano, con Renè, di essere ancora per strada, e di poter prendere e partire, senza doverci poi pensare tanto su. Che non casca mica il mondo se perdiamo palla a centrocampo, tanto è solo un gioco, no?

Higuita il Loco però lo fa anche fuori dal campo. Molto chiacchierata la sua presunta amicizia con Pablo Escobar, non proprio una personcina a modo e raccomandabile. I Mondiali di Usa ’94, saltati per un piccolo contrattempo: i 7 mesi dovuti passare al fresco nelle patrie galere per aver fatto da mediatore in un sequestro di persona senza aver avvertito la polizia.

L’amicizia, spesso e volentieri sopra le righe, con Diego Armando Maradona, un altro che condivideva il modo di guardare al pallone e alla vita di Renè. Nel 2004, una squalifica per doping: cocaina. Non c’era da sorprendersi, probabilmente. Ne approfitta per partecipare ad un reality show della tv colombiana in cui il gioco sta nel cambiarsi i connotati tramite interventi di chirurgia estetica. Era così un Higuita irriconoscibile quello che nel 2009, a 43 anni, con la maglia del Deportivo Pereira, chiudeva la sua carriera.

Ma il suo popolo, la sua gente, non gli ha mai fatto mancare il suo sostegno. E’ questa la cosa straordinaria, è questo il bello. In un mondo in cui non ci sarebbe voluto nulla ad etichettarlo come fenomeno da baraccone, ad urlargli dietro “Torna in porta, imbecille“. Il suo popolo l’ha capito, che Renè era un rivoluzionario, un sognatore. E allora, che male c’era a sognare insieme a lui?

Ora che siete arrivati alla fine, però, possiamo dirvelo: in un’intervista successiva, Renè Higuita dichiarò che sul pallonetto di Redknapp aveva visto alzarsi la bandierina del guardalinee, altrimenti mica l’avrebbe fatto lo Scorpione…Però, davvero, era necessario che lo sapessimo?

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro