Nigel De Jong, il tosaerba Nigel De Jong, il tosaerba
Ci sono episodi che segnano la tua carriera, episodi che contribuiscono a creare un mito e che, a volte, forse ti fanno passare alla... Nigel De Jong, il tosaerba

Ci sono episodi che segnano la tua carriera, episodi che contribuiscono a creare un mito e che, a volte, forse ti fanno passare alla storia con una fama che non avresti meritato. Quando sei protagonista di episodi del genere, quando tutto il mondo punta il dito e ti fa passare per il criminale di turno, etichettandoti come il cattivo esempio che i bambini non dovrebbero seguire, puoi fare due cose.

Puoi spiegare, chiedere scusa, anche se non lo senti per davvero, dire che cambierai e proverai a rigare dritto. O puoi andare avanti per la tua strada, ignorando critiche e affrontando gli insulti come hai sempre fatto in campo e come sempre farai: testa alta e petto in fuori.

L’episodio, forse uno dei più famosi atti violenti della storia recente del calcio, per gesto atletico e importanza della partita, è quello che si verificò durante la finale dei Mondiali del 2010 in Sudafrica, che vide Xabi Alonso nel ruolo di vittima di un’entrata stile kung fu. E, ovviamente, lui, Nigel De Jong, il tosaerba, nel ruolo di protagonista principale.

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Un giocatore affascinante, Nigel nostro, che solo chi non conosce può additare come semplice criminale o solo come giocatore violento. No, signori, Nigel è tutto e il contrario di tutto, in campo e fuori. Da solo e con gli avversari, con pallone o senza.

Quando vedi De Jong giocare, in mezzo al campo, andare a sradicare il pallone dalle gambe dell’avversario, spesso dopo averlo inseguito per decine di metri, e consegnarlo a chi di dovere, ti immagini che sia nato per fare quello. Che quella fosse la sua vocazione, insomma. E invece, tornando indietro nel tempo, ti rendi conto di quanto intelligente sia stato a riciclarsi in un ruolo che non era quello nel quale aveva iniziato la carriera.

Il Nigel De Jong dell’Ajax giocava interno destro, con una certa propensione alla costruzione più che alla distruzione. E i risultati erano tutt’altro che malvagi. 13 gol in 132 presenze con la maglia dei lancieri di Amsterdam, predisposizione all’impostazione della manovra e, ciliegina sulla torta, visione di gioco per mandare in porta i compagni.

Abbastanza per mettersi in mostra. Tanto che, come spesso accade ai talenti del vivaio dell’Ajax, dopo qualche anno in prima squadra, arriva qualcuno dall’estero, spesso con una valigia piena di soldini, e si porta via Nigel, verso la Germania. Destinazione Amburgo, nel 2006, mentre l’Italia vinceva il suo quarto campionato del Mondo. Ma Nigel ancora non sapeva che ci sarebbe stato lo stivale nel suo destino.

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Amburgo, dicevamo, dove tira un po’ aria di casa: i compagni di nazionale Boulahrouz e Van Der Vaart in campo e Huub Stevens (all’anagrafe Hubertus Jozef Margaretha Stevens, molto affascinante in verità) in panchina. Ed è proprio Stevens che dobbiamo ringraziare se oggi possiamo ammirare Nigel De Jong mordere caviglie e polpacci degli avversari, rincorrerli e stenderli, inseguirli e randellarli, diventando l’idolo di grandi e piccini. Si, perchè è Stevens che, memore del passato nelle giovanili dell’Ajax di De Jong, quando Nigel veniva provato anche da mediano, convince il nostro a cambiare il suo modo di giocare.

Nell’Ajax giocavo interno destro, cercavo sempre la profondità, volevo il pallone tra i piedi. Stevens ricordava di avermi visto nello Jong Ajax impiegato come mediano davanti alla difesa, e mi convinse che quello era il ruolo più adatto alle mie caratteristiche. Il problema è che in Olanda nessuno vuol fare il portatore d’acqua, tutti vogliono impostare il gioco.

Quattro stagioni ad Amburgo, senza particolari gioie, tranne l’ultima che però è bella grossa, il gol all’Allianz Arena per battere il Bayern Monaco. E’ quasi arrivato il momento di lasciare anche la Germania, però, perchè arriva la chiamata del Manchester City, che in quegli anni sta diventando grande.

Nigel intanto, è diventato quello che conosciamo, il lottatore che in mezzo al campo non si risparmia, e, se c’è da lasciare il segno sugli avversari lo fa, ma mai con cattiveria, se non quella, legittima e incentivata, agonistica. Marzo 2010, amichevole Olanda-Stati Uniti. Stuart Holden, centrocampista statunitense, si allunga il pallone nei pressi del cerchio di centrocampo. De Jong riconosce il mezzo passo falso dell’avversario, che ha esposto troppo la palla, che ora è lì, pronta per essere saccheggiata.

Si lancia, Nigel, si allunga. E non prende la palla, ma l’avversario, e lo prende forte. Si rende immediatamente conto che l’entrata è brutta, e, come spesso fa, chiede immediatamente scusa al suo avversario. Come fa spesso, si, perchè Nigel picchia forte e picchia duro, ma aiuta sempre l’avversario a rialzarsi. Sempre duro, ma sempre leale e mai scorretto, mai vigliacco, mai alle spalle. Consapevole che chi le dà le può anche prendere. E’ per questo che lo amiamo.

A Holden andrà male: frattura del perone. Nessun rimorso per De Jong, che chiede scusa, ma dice anche che non aveva cattive intenzioni. Peggio andrà ad Hatem Ben Arfa: in un Newcastle-Manchester City, fa la conoscenza del De Jong più duro che c’è: esce in barella, con la maschera dell’ossigeno e tibia e perone fratturati.

Ma anche in questo caso Nigel chiede scusa, e dopo un anno riceverà anche il perdono del calciatore francese, che inizialmente si era rifiutato di ricevere De Jong in albergo subito dopo il fattaccio.

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Perchè Nigel è fatto così, non ci stancheremo mai di ripeterlo. Picchia, e anche forte, ma sa quando è il momento di chiedere scusa. E sa che probabilmente ce ne saranno altre di vittime sulla sua strada, che il tosaerba continuerà a falciare ma continuerà a farlo nel solo modo possibile: testa alta, petto in fuori, cuore in mano.

Sulle braccia (oltre che, ben in vista, sul petto) due enormi tatuaggi: uno dei guerrieri Maori sul braccio destro, uno di origine indonesiana sul sinistro, che sta a significare forza, potenza ed equilibrio. Tre caratteristiche che spiegano in pieno il modo di vivere, non solo il calcio, di questo ragazzone olandese duro come la roccia.

Il 31 agosto 2012, in extremis, quasi in sordina, all’ultimo giorno utile, passa al Milan. Rimedia un giallo all’esordio contro il Bologna, tanto per gradire. Ma diventa subito una pedina insostituibile di quel Milan, che infatti, senza di lui affonda. Già, perchè Nigel è, non solo metaforicamente, l’anima della squadra, da subito. Perchè non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta, figuriamoci nel cuore di chi getta ogni goccia del suo sudore per la maglia che indossa. Qualsiasi essa sia.

Amato dai compagni, osannato dai tifosi, stimato dagli allenatori, temuto dagli avversari. Questo è Nigel, questo è il guerriero che ci ha rubato il cuore.

Dopo tutte queste parole, viene naturale andare a leggere le statistiche. Chiedersi quante valanghe di cartellini rossi abbia collezionato Nigel in carriera, quante volte sia stato cacciato dal campo a pedate. Due, di cui una per doppia ammonizione. Ve l’avevamo detto, Nigel è speciale.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro