Se c’è un mondo nel quale la sconfitta non è mai definitiva, un mondo in cui l’occasione di redenzione e di riscatto è sempre...

Se c’è un mondo nel quale la sconfitta non è mai definitiva, un mondo in cui l’occasione di redenzione e di riscatto è sempre dietro l’angolo, pronta ad apparire magicamente ad ogni nuova stagione, a ogni nuovo calcio d’inizio, è proprio quello del calcio. Un mondo in cui se perdi una finale puoi rimboccarti le maniche e, con l’aiuto delle circostanze, riprovarci l’anno successivo. Un mondo in cui se arrivi secondo in campionato, puoi lavorare ancora più duro per essere di nuovo lì l’anno successivo, a combattere e lottare con i denti per essere tu, stavolta, a essere finalmente incoronato campione.

Ogni tanto però il destino sembra accanirsi, sembra intestardirsi contro qualcosa – o piuttosto qualcuno – divertendosi a negargli la gioia della vittoria per quanto più tempo possibile. Un destino che ha deciso di continuare a bersagliare te, proprio te. Un destino che ti insegue, vicino o lontano, divertendosi come un matto a farti arrivare a un passo dai tuoi sogni, a un passo da quelle coppe e quei trofei che tanto hai sognato, per poi toglierteli sotto il naso. Un destino che ha accompagnato per tutta la carriera uno dei centrocampisti più forti e completi del calcio moderno. Un destino che ha appiccicato sulla fronte di Michael Ballack un’etichetta scomoda, ingombrante, fastidiosa: quella di Eterno Secondo.

Ballack nasce nel 1976 in quella che prima era Germania Est. Cresce in fretta, il giovane Michael, e, con un pallone tra i piedi, sembra essere a suo agio come non mai. Impara ben presto che saper fare più cose e saperle fare bene è una dote che nel calcio moderno sarà sempre più importante. Ed è per questo motivo che il giovane Ballack impara a usare tutti e due i piedi, indifferentemente. Impara a correre per recuperare palloni, impara a lanciare in profondità, impara a inserirsi per concludere a rete, impara a impostare la manovra per far ripartire il contropiede. Impara presto tutto quello che i centrocampisti del calcio moderno devono saper fare, e lo impara benissimo.

A 19 anni è il Chemnitzer a offrirgli il primo contratto della sua vita, in Seconda divisione. E il primo campionato di Ballack tra i grandi è già condito da una delusione, da una amara retrocessione. Ma l’anno successivo in Terza divisione è quello che illumina Ballack come uno dei talenti più fulgidi del nuovo calcio tedesco: e così nell’estate del 1997 il Kaiserslautern di Otto Rehhaghel, mica uno a caso, vuole Ballack per festeggiare al meglio il ritorno in Bundesliga. E i festeggiamenti saranno grandi, perchè, anche se Ballack riveste un ruolo marginale nella stagione della neopromossa, il Kaiserslautern si laurea campione di Germania, la prima volta di una squadra appena risalita nella massima serie. Dopo un’altra stagione in Renania, nel 1999 viene acquistato dal Bayer Leverkusen.

Ed è proprio a Leverkusen che Michael inizia ad assaporare quanto amaro possa essere il gusto della sconfitta. La stagione 1999/00 vede il Bayer fare un gran bel calcio e, allo sprint finale, le Aspirine sono in testa. Manca una sola giornata, quella decisiva. La classifica recita Bayer Leverkusen punti 73, Bayern Monaco punti 70. Fatti i dovuti conti significa che al Leverkusen basta un punto in casa dell’Unterhaching già salvo per sollevare al cielo il Meisterschale. Ma quel punto non arriverà mai, perchè il Bayern vince la sua partita, mentre il Leverkusen crolla a sorpresa. Ed è proprio Michael Ballack a spalancare le porte dell’Inferno ai suoi compagni. Dopo 20 minuti il centrocampista devia in rete un innocuo traversone dalla trequarti, minando le certezze del Bayer, che non riuscirà mai a pareggiare, anzi, prenderà anche il gol del 2-0. E’ una tragedia sportiva mai vista, uno dei ribaltoni più incredibili del calcio europeo. Iniziato da un autogol di Michael. E purtroppo per Ballack sarà solo l’inizio di una serie di cocenti delusioni.

Nell’estate del 2001 a Leverkusen arriva in panchina Klaus Toppmoller, che costruisce una macchina quasi perfetta. A partire da Butt, il portiere rigorista, per arrivare all’intramontabile Oliver Neuville. E in mezzo, ovviamente, Michael Ballack, con in mano le chiavi della squadra. Sarà un’annata strepitosa. Quando arriva maggio, quando stanno per tirarsi le somme della stagione, quando insomma si decide chi solleverà al cielo i trofei, le Aspirine sono al comando della Bundesliga e in finale di Coppa di Germania. Ah, si. Sono anche in finale di Champions League. Poi, in 15 giorni, il Bayer butta via tutto. Con un finale di campionato sciagurato regala il titolo al Borussia Dortmund. Con una prestazione opaca regala la Coppa di Germania allo Schalke 04. E, il 15 maggio del 2002, a Glasgow, il Bayer Leverkusen si inchina a una delle reti più belle di tutti i tempi, la straordinaria girata al volo di Zinedine Zidane che regala al Real Madrid la Coppa dei Campioni. C’è una foto che racconta più di mille parole. C’è Zizou colto nell’atto della perfezione, quel movimento splendido, quel capolavoro di grazia. E dietro di lui, a osservarlo con lo sguardo stupito, c’è il 13 del Leverkusen, Michael Ballack. Condannato a vedere da vicino le vittorie altrui, senza poter mettere le mani sui trofei Per ben 3 volte, nella primavera del 2002, Michael Ballack è arrivato secondo.

Ma il calcio non smette di regalare occasioni di riscatto: in estate partono i mondiali di Giappone e Corea, ma la Germania non è tra le favorite. Ballack, che sta per entrare nel pieno della maturità calcistica e umana, guida il centrocampo di una squadra che forse non sarà bellissima da vedere, ma che, con le parate di Kahn e i gol di Klose, arriva fino alla semifinale di gran carriera. Semifinale che vede i teutonici di fronte alla sorpresa (ok, tralasciamo le circostanze) Corea del Sud. E’ una partita più difficile del previsto. La Germania attacca e i coreani rischiano di segnare in contropiede. E al 71′, Michael Ballack deve fare quello che chi si trova a giocare a centrocampo di tanto in tanto è costretto a fare, per salvare capra e cavoli: spezzare la manovra avversaria che si sta facendo pericolosa con un sacrosanto fallo tattico. Il problema è che lo svizzero Urs Meier si avvicina con il cartellino giallo in mano. L’altro problema è che Michael Ballack è diffidato. Quattro minuti dopo sarà proprio il gol del centrocampista del Bayer Leverkusen a regalare la finale alla Germania, una finale che Ballack non giocherà mai, nemmeno versando tutte le lacrime del mondo nello spogliatoio. Quell’ammonizione gli evita comunque un’altra amara delusione, un’altra sconfitta in finale. Se un mese prima era stato Zidane a trafiggere i sogni del tedesco, sarà l’altro grande campione di quegli anni, Ronaldo, a dargli l’ennesima delusione, regalando il Mondiale al Brasile.

Dopo quel Mondiale, Ballack lascia il Bayer e si trasferisce al Bayern. E non sarà solo la “n” finale la differenza. In Baviera spera di raggiungere i successi che non ha raccolto altrove. E effettivamente in quattro anni con la maglia del Bayern vince per tre volte la Bundesliga, da protagonista, e altrettante Coppe di Germania. Ma quella che manca è la consacrazione internazionale, un trofeo vinto da protagonista, una Coppa da alzare al Cielo. Della nazionale tedesca adesso Michael è diventato il capitano. Anzi, Der Capitano. Il simbolo di una generazione che sembra però non riuscire ad esprimersi come vorrebbe. Nel 2006, però, c’è un’occasione da non mancare, il Mondiale di casa. Sembra tutto perfetto, almeno fino alle semifinali. Dove, a Dortmund, la Germania si stampa contro un muro azzurro capitanato da Fabio Cannavaro e Gigi Buffon, prima che la freccia di Fabio Grosso si scagli giusto in mezzo alle pareti del cuore tedesco. Il Capitano tedesco, in mezzo al campo del Westfalen Stadion, è ancora una volta sconfitto, ancora una volta a un passo dai suoi sogni più grandi.

Nel luglio del 2006, ancora una volta dopo i Mondiali, Ballack decide di cambiare aria. Con la faccia triste di chi sente di dover peregrinare ancora, sempre più lontano da casa, per conquistare la gloria eterna, sempre sfuggita. E’ l’Inghilterra la nuova casa di Ballack. Londra. Stamford Bridge. Chelsea. Nel 2008, Michael Ballack ha l’ennesima opportunità di riscatto della sua vita. Sembra la fotocopia del 2002. Il Chelsea in lizza fino all’ultimo per il titolo nazionale. In finale di Coppa di Lega. In finale di Champions League. E sarà per davvero la fotocopia del 2002. I Blues chiudono al secondo posto il campionato, dietro il Manchester United. Perdono la finale di Coppa di Lega contro il Tottenham. E poi, nella nera notte di Mosca, lo scivolone di John Terry dal dischetto ribalta tutto. Il Manchester United fa doppietta, Michael Ballack vive l’ennesimo anno nero della sua carriera. Uno dei centrocampisti più completi del calcio moderno sembra tormentato da una maledizione senza fine. Lo sguardo di Ballack si fa sempre più cupo, sempre più pesante. Diventa lo sguardo di chi si sente condannato a sconfiggere i suoi demoni, prima ancora che i suoi avversari sul campo. Ma c’è, come sempre, la Nazionale in estate ad offrire l’opportunità del riscatto. Manco a dirlo, Ballack dovrà aggiungere un’altra finale persa al suo palmarès: stavolta è la Spagna dei fenomeni a piegare la Germania nella finale di Euro 2008.

L’anno dopo, la corsa del Chelsea di Ballack si ferma alle semifinali, con il Chelsea sconfitto in semifinale dal Barcellona anche grazie al discutibilissimo arbitraggio del norvegese Øvrebø. La storia ci consegna le urla disperate, del tedesco in faccia all’arbitro, con le braccia larghe e la giugulare che sembra esplodere. Sone le urla di rabbia di un uomo che ancora una volta vede i suoi sogni scivolare via. Il suo tormento diventare dannazione eterna. L’ultima stagione al Chelsea si chiude con un ultimo, ennesimo, boccone amaro. Un brutto fallo di Kevin Prince Boateng costringe Ballack a saltare i Mondiali di Sudafrica 2010. La rabbia è sempre più evidente. Dopo i Mondiali non sarà più convocato in nazionale, per polemiche con alcuni compagni e con il commissario tecnico Joachim Low. Gli offriranno la possibilità di disputare un’ultima amichevole di addio con il Brasile, proposta liquidata da Ballack con un secco no. “E’ una farsa“, dirà poi.

Nel 2010, a 34 anni, torna in patria, torna a casa: è il Bayer Leverkusen ad accoglierlo per le ultime due stagioni della sua carriera, che si chiude nel 2012. Non è stata la carriera di un perdente. Non è stata la carriera di un giocatore mediocre. E’ stata la carriera di uno dei centrocampisti più forti degli anni Duemila, il calciatore che più di tutti ha mostrato la via ai centrocampisti moderni. Aveva tutto Michael Ballack: corsa, tiro, testa, inserimenti, piedi buoni e capacità di trascinare i compagni. Tante volte, nel calcio, le circostanze ci fanno diventare quello che non siamo. Le circostanze ci condannano a portarci addosso etichette scomode, ingombranti. Michael Ballack continuerà a convivere con la fama di perdente, di campione incompleto, di uomo sfortunato. Michael Ballack, nonostante tutto, resterà nella memoria collettiva come l’Eterno Secondo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro