Julio Ricardo Cruz, El Jardinero Julio Ricardo Cruz, El Jardinero
Noi attaccanti siamo giudicati per i gol che facciamo, e fare gol è un po’ come innamorarsi. “Ti ricordi del Jardinero Cruz, quello che... Julio Ricardo Cruz, El Jardinero

Noi attaccanti siamo giudicati per i gol che facciamo, e fare gol è un po’ come innamorarsi.

Ti ricordi del Jardinero Cruz, quello che quando entrava faceva sempre gol?” Dario è seduto con me fuori dal bar, in una di quelle serate di fine estate che aspettano solo di essere accompagnate al termine con un sorso di birra e quattro chiacchiere sul pallone. “E chi cazzo non se lo ricorda il Giardiniere?Dai, fai il serio”. Mi faccio prendere un po’ dalla foga, Dario non lo sa, e non credo nemmeno lo possa lontanamente immaginare, ma Julio Ricardo Cruz è stato a lungo uno dei miei calciatori preferiti.

Difficile dirne il motivo, so solo che tutto iniziò nella sua prima parentesi italiana, con la maglia del Bologna. Arrancava e qualcuno, dagli spalti del Dall’Ara dopo le prime uscite, diceva “questo è tristo”, che in dialetto emiliano rende sicuramente meglio l’idea del concetto di fondo, ovvero che il giocatore in questione è davvero scarso. Difficile immaginarlo appesantito, per chi nella testa ha ancora la sua immagine degli anni migliori, gli ultimi di Bologna e quelli con la casacca nerazzurra, eppure i primi tempi di Bologna Julio Ricardo Cruz appesantito lo è eccome, reduce dagli anni in terra Olandese, che lo hanno portato all’attenzione del nostro campionato. Guidolin lo nota subito e gli fa capire che se vuole fare strada nel campionato italiano deve buttare giù qualche chilo.

Mister, mi scusi, ma grazie ai miei 90 chili ho fatto la differenza in Olanda, nessuno mi buttava giù”. Già, appunto, in Olanda, dove si gioca un altro calcio. Guidolin, che forse non conosce in maniera approfondita il campionato olandese, su quello italiano potrebbe addirittura scrivere un trattato. Sa benissimo che con l’attenzione che i difensori dedicano alla marcatura e all’anticipo uno con quel fisico, se non perfettamente reattivo, sarà per forza di cose destinato a fare fatica.

E così in effetti accade, nelle prime partite in cui El Jardinero si muove, crea spazi e sgomita ma, ogni volta che riceve il pallone spalle alla porta, viene costantemente anticipato. Io, senza nessun titolo o pretesa, sono sempre stato dell’avviso che se un giocatore sa giocare a pallone lo sa fare e basta, certo potrà trovare un campionato più consono alle proprie caratteristiche, dovrà trovare il modo di adattarsi al nuovo ambiente, alla nuova lingua ma se il valore c’è è destinato ad emergere, inevitabilmente. Ed in questo ragazzone di 190 centimetri cresciuto nel Banfield, che nei prepartita si dilettava a tagliare l’erba del campo da calcio, da qui il suo celebre soprannome, di valore ce n’era eccome.

Mi sembrava evidente dai movimenti che faceva, dagli spazi che creava per il vero bomber della squadra felsinea, Beppe Signori. L’intelligenza calcistica difficilmente la insegni, e mi sembrava che traboccasse dalle giocate del calciatore argentino, che pure faticava tremendamente a trovare la via del gol. Gli bastava una spizzata di testa, o un taglio a portare via l’uomo, fatto nel posto giusto al momento giusto. Avevo iniziato a farci caso che, nelle azioni chiave del Bologna, c’era sempre il suo zampino. Non poteva essere una coincidenza. La locuzione spesso abusata “trova sempre il modo per rendersi utile alla causa” mi pareva si adattasse perfettamente al suo modo di giocare e -presto se ne accorgeranno anche i più critici tra i tifosi rossoblu- , pensavo tra me e me.

Cruz diventa una pedina insostituibile, uno di quelli a cui l’allenatore non rinuncerebbe mai, uno che potrebbe fare comodo a qualsiasi squadra, perché il suo modo di stare in campo non ha controindicazioni di sorta. Lo fai giocare 90 minuti, oppure 10 il suo atteggiamento non cambia, sempre pronto mentalmente a dare il massimo. Inizia anche a segnare con discreta continuità e, pur non essendo l’attaccante da venti gol a campionato, considerando tutto l’abbondante contorno, è pronto per palcoscenici più grandi. Lo cerca Massimo Moratti, pur non essendo un classico colpo alla Massimo Moratti anzi, è quasi vero l’ opposto. Poco appariscente, silenzioso, senza le luci della ribalta addosso. Si rivelerà, pound per pound, uno degli acquisti più azzeccati in termini di efficacia e contributo alla causa. Se pensate che come colleghi di reparto e concorrenti per una maglia da titolare aveva gente del calibro di Adriano e Vieri prima, Ibrahimovic e Crespo dopo non potete far altro che ammirarlo.

Il popolo nerazzurro, dal canto suo, ci mette davvero poco ad innamorarsene, galeotta fu la doppietta che permise all’inter di vincere per 3-1 al Delle Alpi, dopo 10 anni in cui l’inter non vinceva a Torino. Punizione calciata magistralmente nel primo tempo e ribattuta su un suo precedente tiro respinto nel secondo tempo, tanto basta. La zebra, è stata in assoluto una delle vittime preferite in tutta la sua carriera. In realtà nel Jardinero versione interista c’è tantissimo altro. C’è la propensione ad entrare a partita in corso e risultare quasi sempre decisivo, c’è l’abilità innata di segnare gol pesanti, nelle sfide che contano. Come il derby, anno del Signore 2007, in cui segna dopo soli 11 secondi dal suo ingresso in campo o come il gol in pallonetto all’Arsenal in Champion’s League, in una delle partite che Cruz ricorda con maggior piacere, perché arrivata in un momento difficile per l’allenatore dell’Inter di allora, Hector Cuper. Julio Cruz vive i momenti più bui dell’Inter, soffre in silenzio con l’amico e connazionale Javier Zanetti, mai una parola fuori posto.

Si gode ancor di più il suo momento d’oro con Mancini alla guida tecnica, dove il Giardiniere gioca, segna e alza trofei. Quattro campionati, due coppe italia e tre supercoppe italiane. Con Mourinho subentrato a Mancini il feeling è diverso, la fiducia nei suoi confronti da parte del tecnico portoghese è sicuramente minore. La grandezza di Cruz sta nell’accettarlo, consapevole che nella vita di un calciatore c’è chi è pagato per prendere delle scelte e chi per rispettarle. Non è mai stato un problema. Non ha mai alzato la voce, preferendo di gran lunga far parlare il campo che, ad onor del vero, è sempre stato un gran bell’avvocato.

Si è fatto tardi, butto giù l’ultima boccata di birra e abbraccio Dario. “Si, cazzo, che mi ricordo del Jardinero. Tu ti ricordi di quanto era forte e, soprattutto, di cosa vuol dire onorare una maglia? Io sì, anche grazie a lui.”

Non ho mai amato o odiato nessun allenatore. Per me il calcio era lavoro e io ho sempre cercato di viverlo in modo professionale.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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