Yo creo EN d11os, yo creo en Juan Sebastian Veron Yo creo EN d11os, yo creo en Juan Sebastian Veron
Io credo in Dio. Bè sì, un Dio un po’ particolare. Un Dio che è in grado di calciare la palla a cinquanta metri... Yo creo EN d11os, yo creo en Juan Sebastian Veron

Io credo in Dio. Bè sì, un Dio un po’ particolare. Un Dio che è in grado di calciare la palla a cinquanta metri di distanza e recapitarla proprio lì, sul piede del compagno. Non un centimetro prima, non un centimetro dopo. Io credo in un Dio capace di far battere il cuore della squadra al suo ritmo, dolce e compassato quando tutto va come deve. Non sempre, però, tutto va come deve andare. Quando qualcosa non gira questo Dio si incazza, corre e sputa l’anima santa. Roba da far invidia al mediano più rognoso della più infima categoria. A volte sembra quasi una strega, anzi una streghetta.

Per chi non lo avesse capito lui è la Brujita, Juan Sebastian Veron.

Juan Sebastian è figlio d’arte. Il padre Ramòn è un vero e proprio idolo per tutta la gente biancorossa del Pincha. E’ per tutti la Bruja, la strega. Da qui il nomignolo che verrà poi tramandato al figlio, qualche anno più tardi. E’ il 9 marzo 1975 quando nasce la Brujita, e si capisce subito che là in cielo gli astri si stanno allineando alla perfezione. Nello stesso giorno, infatti, si disputa anche il classico Platense tra Estudiantes e Gimnasia, con Juan Ramòn protagonista assoluto ed autore di una rete.

Juan Sebastian cresce fin da bambino con un pallone tra i piedi. Per casa, per le vie del barrio o nel classico potrero argentino non fa alcuna differenza. L’importante è che ci sia quell’oggetto rotondo, da accudire come la cosa più preziosa mai spedita sulla faccia della terra. Ha 5 anni quando viene introdotto nelle giovanili dell’Estudiantes, è ancora minuto fisicamente, ma con i piedi fa già ciò che più gli aggrada. Lo mettono presto a giocare con quelli di due anni più grandi di lui. Quando c’è un calcio d’angolo da battere alcuni dei suoi compagni faticano a calciare direttamente in area. Non lui, che disegna già traiettorie fatate. Tra i suoi compagni più grandi c’è anche un certo Martin Palermo, che all’epoca indossa ancora i guantoni da portiere. Pare che il divertimento più grande di Veròn fosse proprio quello di segnare al povero Martin, che di lì a poco lascerà la porta per dedicarsi al suo vero mestiere, quello del gol.

Approda in prima squadra all’età di 19 anni e rimarrà all’Estudiantes fino al 1996, anno in cui il Boca lo acquista. Non vi rimarrà a lungo, giusto una quindicina di partite in cui riesce a realizzare comunque 4 reti. Una di queste, su punizione, proprio alla squadra del suo cuore, l’Estudiantes. Abbassa il capoccione e non esulta, quasi fosse un figlio ferito.

E’ l’estate del ’96 quando l’allenatore svedese Sven-Göran Eriksson gli mette gli occhi addosso, vede in lui il possibile faro di una squadra piena zeppa di talento che ha in mente. Lo immagina a Marassi ad innescare l’aeroplanino Montella. Chiude gli occhi e vede gli scambi tra lui e il Mancio, gente che da del tu al pallone. Veron che si abbassa a prendere palla da Mihailovic e la sventaglia a quaranta metri di distanza, con la stessa naturalezza con cui il vostro centrocampista medio farebbe un passaggio in orizzontale di cinque metri. E’ Veron signori, ed è l’uomo giusto. Non ci sono dubbi.

veronparma

La sua personalità e la sua leadership spiccata fin dalla giovane età, fanno sì che l’ambientamento nel calcio italiano sia poco traumatico. Lo sarà più per gli avversari, a dire il vero. In una squadra in cui certo il carisma non manca, come quella Sampdoria, a Veron spesso viene chiesto anche di fare il lavoro sporco. Ed il fuoriclasse argentino non si tira certo indietro. Inizia a studiare da centrocampista totale, fa partire la manovra, detta i ritmi ma interdisce come un mastino all’occorrenza. Sta completando uno sviluppo fisico che gli permette di non andare sotto con nessuno. Diventa immediatamente un perno insostituibile del centrocampo blucerchiato realizzando, oltre a tutto il resto, 5 goal. Appostato al limite dell’area di rigore, sui calci d’angolo a favore, ad aspettare quel pallone che arriva e scende quasi perfetto. La coordinazione non è mai stata un problema. Collo esterno diretto all’incrocio, non c’è scampo.

Dopo due anni a Genova Veron passa al Parma. Siamo nella stagione ’98-’99 e rileggere la formazione di quel Parma, conoscendo la situazione attuale nel momento in cui sto scrivendo, vengono le lacrime. Oltre al fuoriclasse argentino gente del calibro di Buffon, Thuram, Cannavaro, Sensini, Chiesa e Crespo, solo per citarne alcuni. Non a caso quel Parma, allenato da mister Malesani, vince Coppa Italia, Coppa Uefa e si classifica quarto in campionato, quando ancora quarto posto vuol dire Champions League.

Siamo nella stagione calcistica 1999-2000, i presidenti delle “sette sorelle” spendono come non mai, anche soldi che non hanno. Cragnotti è in prima fila e mette a disposizione di Eriksson una vera e propria armata con un solo ed unico obiettivo: assaltare lo scudetto. Il tecnico svedese, memore degli anni blucerchiati, capisce che a centrocampo manca qualcosa. Manca una luce in grado di illuminare le serate buie. C’è Almeyda, vero,e c’è pure il Cholo Simeone. Non c’è però una guida capace di dettare il ritmo e prendere per mano la propria squadra. Juan Sebastian Veron pare proprio la ciliegina sulla torta biancoceleste.

Arriva e mette subito in chiaro chi è il padrone della baracca. Nelle prime otto giornate di campionato mette a segno cinque reti oltre ad una quantità innumerevole di giocate al limite tra magia e realtà. Disegna calcio come solo lui sa fare, quando il pallone gli è amico.

“Io lo so dal primo tocco se quel giorno il pallone in campo mi è amico o no. Se lo è, so che posso fare qualunque cosa, rischiare qualunque tipo di giocata. Ma se è nemico, posso anche alzare la mano e chiedere il cambio dopo dieci minuti”.

In quella stagione le partite memorabili sono diverse, a partire da quella contro il Verona ,con goal direttamente da calcio d’angolo, passando per il Derby vinto grazie ad un suo goal e alla sfida decisiva a Torino contro la Juventus in cui manda in porta Diego Pablo Simeone. A fine anno l’impresa è centrata, la Lazio è campione d’Italia. Veron recita un ruolo di assoluto protagonista. Non ci sono solo i goal, sebbene dieci per un centrocampista siano un eccellente bottino, c’è molto molto altro. In quello scudetto c’è la sua personalità ed il suo orgoglio. In quello scudetto ci sono le sue geometrie e le sue visioni. C’è un cuore che batte al ritmo dei suoi piedi ed una squadra che va dove la porta il suo numero 23.

Per non farsi mancare nulla rivince anche la Coppa Italia. Rimane biancoceleste anche nella stagione successiva, non riuscendo a raggiungere i picchi dell’anno precedente ma giocando comunque una buona annata con la vittoria della Supercoppa Italiana.
Nel frattempo un vecchio bucaniere della panchina, Sir Alex Ferguson, gli ha buttato gli occhi addosso. Lo vuole a tutti i costi alla sua corte per rinforzare i Red Devils. Servono quasi 30 milioni di sterline per strapparlo alla Lazio e il tecnico scozzese viene accontentato.

Non c’è calcio al mondo al quale la Brujita non si possa adattare, eppure all’Old Trafford c’è qualcuno che storce il naso. Pensa che Veron non si possa ambientare nel calcio inglese, troppo fisico e dai ritmi troppo frenetici. Qualche giornalista critica pubblicamente la scelta di aver puntato su di lui, suscitando le ire di Ferguson.

“Lasciate perdere. Io non parlo con voi. Lui è un cazzo di grande giocatore, voi siete solo dei cazzo di idioti”.

In due anni vince una Premier League, prima di passare al Chelsea. Nei Blues, complici anche alcuni malanni fisici, non riesce ad esprimersi a livelli accettabili e colleziona poche presenze senza mai lasciare il segno. Il suo viaggio in terra d’Albione è giunto al capolinea, ma non la sua carriera. In Italia ha ancora moltissimi estimatori, tra questi uno che col talento ha sempre avuto un certo feeling, Massimo Moratti. L’Inter della stagione 2004-2005 è affidata a Roberto Mancini, che dai tempi della Sampdoria prima e della Lazio poi conosce molto bene Veròn. Ovviamente lo accoglierebbe a braccia aperte e Massimo Moratti non se lo fa ripetere due volte. Qui può ritrovare una folta colonia Argentina con Zanetti, Burdisso, Cambiasso, el Jardinero Cruz ed il suo grande amico Kili Gonzales. Qui si sente un po’ a casa, come ai tempi della Lazio. Non è un caso che la Brujita torni ad esprimersi su livelli altissimi, prendendo per mano la squadra. San Siro è squarciato in due dai suoi fendenti, che arrivano millimetrici dalla parte opposta del campo. Giusto il tempo di un battito di ciglia.

juan-sebastian-veron-on-wet-ground--1366x768 (1)Anche a Milano arrivano i trofei. Due coppe Italia, una Supercoppa Italiana, con un suo goal decisivo al quinto minuto supplementare contro la Juventus, ed uno scudetto seppur ottenuto a tavolino nella stagione 2005-2006 in seguito ai fatti di Calciopoli. Il richiamo della sua patria inizia però ad esser troppo forte, quasi impossibile da ignorare. Perché come dicono i tifosi del Pincha , Veron es Estudiantes, Estudiantes es Veron.

Sente di avere ancora molto da dare per i suoi colori, indossa la camiseta numero 11 e la fascia al braccio, come naturale che sia. Gioca sentendo e respirando la fiducia della sua gente e gli riesce tutto, è come se vivesse una seconda giovinezza. In panchina ritrova il Cholo Simeone con cui basta uno sguardo per capirsi. Arriva subito la vittoria del campionato di Apertura, nel 2006. Arrivano i riconoscimenti individuali, come il “calciatore sudamericano dell’anno” nella stagione 2008. Arriva ciò che è più importante di ogni cosa per le squadre Sudamericane, la Copa Libertadores. Nell’anno del cinquantenario della competizione, il 2009. Annuncia il suo ritiro nel 2011, salvo poi ripensarci e andare avanti fino alla stagione 2013-2014 quando si ritira ufficialmente diventando automaticamente presidente del Club.

Con la maglia albiceleste della nazionale gioca tre mondiali, in cui tuttavia non riesce a recitare il ruolo da protagonista a cui ci aveva abituato nei club. Nel mondiale del 2002 di Corea e Giappone il Loco Bielsa gli affida la fascia di capitano, ma la Selecciòn naufraga non riuscendo nemmeno a superare il girone eliminatorio. I suoi migliori successi in nazionale rimangono l’argento olimpico ad Atlanta ’96 e l’argento nella Copa America in Venezuela del 2007.

Classe e genialità. Qualità e sostanza. Una mente creata ad arte per il gioco del pallone. Questo è stato Juan Sebastian Veron. Per chi lo ha visto calciare un pallone e subito ne è rimasto stregato, questa storia è per voi che avete, come me, un Dio in cui credere.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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