Javier Zanetti, el Tractor Javier Zanetti, el Tractor
Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia... Javier Zanetti, el Tractor

Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter. Beppe Bergomi

Chissà se quel lontano 28 luglio 1995, vedendolo arrivare al campo di allenamento con una sportina di plastica della spesa con dentro le scarpe per l’ allenamento, lo zio Beppe Bergomi avesse lontanamente pensato che quel ragazzo dalla faccia pulita e dai capelli straordinariamente ordinati sarebbe arrivato a superare i suoi record di militanza nella storia nerazzurra. Chissà se gli è mai balenata in mente la pazza idea che quella fascia al braccio, ereditata da Beppe Baresi, sarebbe poi finita sul bicipite di quel numero 4, venuto da Buenos Aires a fari spenti.

Ma facciamo un passio indietro, esattamente al 13 maggio 1995. All’inter è da poco arrivato un presidente facoltoso di nome Massimo Moratti, ansioso di investire tanto e subito  per far tornare la società agli splendori conosciuti all’epoca della presidenza di papà Angelo. Gli danno una cassetta da visionare, quella dell’argentina olimpica, in cui milita un giocatore versatile, instancabile e dalle doti fisiche fuori dal comune. Se ne invaghisce, come gli capiterà più e più volte in seguito con alterne fortune. Decide che quel giocatore del Banfield sarà suo, immediatamente. E’ il primo acquisto dell’era Moratti, anzi a dire il vero è il secondo, il contorno. Il pezzo grosso sarebbe dovuto essere Sebastian Rambert proveniente da uno dei club più importanti dell’Argentina, l’Independiente.  Quanto è strano a volte il destino. Fatto sta che il 5 giugno dello stesso anno viene presentato, tra la curiosità mista a stupore dei presenti. Lo sguardo timido, la sola voglia di andarsi ad allenare e ringraziare chiunque gli avesse regalato quell’opportunità:

Sinceramente quando ho giocato la mia prima partita con questa maglia non avrei mai pensato che sarebbe potuta essere la prima di 800, giocate con la stessa maglia, con la stessa società. Questo mi riempie di orgoglio.

Opportunità che non è per nulla scontata in quanto, essendo in vigore la legge Bosman, ogni squadra poteva schierare in campo al massimo tre giocatori stranieri. E all’inter c’erano già Roberto Carlos e Paul Ince, arrivati con ben altre credenziali. Ma in panchina siede Ottavio Bianchi ,che in lui intravede un potenziale crack e che, ammirato dalla sua etica lavorativa, decide di mandarlo subito in campo il 27 agosto 1995, nella partita casalinga contro il Vicenza. Due cose di quella partita sono impresse nella mente di qualsiasi tifoso interista: la punizione di Roberto Carlos e le sgroppate sulla fascia di questo trattore venuto dall’Argentina, con cui semina avversari con la stessa facilità con cui aggira i paletti  in allenamento. La palla rimane sempre lì, incollata al piede, sospinta a forza da quel quadricipite infinito usato da propulsore. Non è tecnica pura la sua. A dire il vero il giocatore con i suoi 22 anni è ancora piuttosto acerbo. Ma con quelle gambe ara letteralmente tutta la fascia, dalla difesa fino alla trequarti avversaria. Protegge la palla con il corpo, quasi fosse uno scudo e poi accelera. Ancora e ancora, fino a che non lo vedi più. Se a queste doti fisiche avesse abbinato una tecnica, ed una visione anche solo paragonabili probabilmente staremmo parlando di uno dei più grandi di questo giochino. In ogni caso ci accontentiamo.

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L’altra data da segnare col cerchietto rosso sul calendario è il 3 dicembre 1995, il suo primo goal con i colori nerazzurri. E’ da cerchiare non solo per il fatto di essere la sua prima marcatura nell’Inter ma anche perché di gol, in futuro, ne farà molto pochi sebbene alcuni di notevole importanza. E’ un Inter che nel frattempo è passata sotto la gestione Hodgson. E’ l’Inter di un presidente che divora allenatori con la stessa frequenza con la quale si accende l’immancabile sigaretta sugli spalti. E’ un Inter che annaspa faticosamente in classifica e che non trova mai certezze. Quasi mai. Una sembra averla trovata, perché quel ragazzo di Buenos Aires soprannominato Pupi continua a giocare e macinare chilometri su chilometri. Dove gli chiedi di stare lui sta, qualsiasi ruolo gli venga chiesto di ricoprire sembra che lo abbia fatto da una vita intera.

In campionato la squadra stenta ma va meglio nelle coppe Europee, nella coppa Uefa in particolare, che la vede impegnata nella stagione 96-97 ed in quella successiva.

Il primo anno però le sorti di Zanetti e compagni si infrangono ai calci di rigore, contro lo Schalke 04. Diversamente, e molto meglio, andrà l’anno successivo. Arrivati nuovamente in finale questa volta l’avversario è un’altra italiana, la Lazio. La cornice è quella stupenda del Parco dei Principi di Parigi, gremito in ogni ordine di posto. L’Inter si impone per 3 reti a 0 e Javer Zanetti realizza quello che è il suo più bel goal in carriera. Sponda di testa di Ivan Zamorano per l’accorrente Zanetti che, da fuori area, fa partire un collo esterno che termina all’incrocio dei pali.

Era una partita davvero importante e sentivamo la pressione della gara. Fu un bellissimo gol da fuori area, sicuramente il più importante da me realizzato.

La coppa Uefa è il primo trofeo conquistato da Javier con la maglia nerazzurra, arrivato dopo tre stagioni di sofferenza. Ci sarebbe anche la possibilità di fare l’accoppiata con il campionato, ma le ambizioni della squadra, che nel frattempo è passata sotto l’egida di Gigi Simoni, vanno a schiantarsi, metaforicamente e non, contro il blocco portato da Mark Iuliano e soci.

Con la conquista del trofeo europeo, Zanetti è convinto che l’Inter possa aprire un ciclo vincente. Ma si sbaglierà. Ancora dovrà deglutire amaro e sopportare delusioni. Vede giocatori arrivare e vede giocatori partire. Vede allenatori entrare dalla porta un giorno con una faccia, ed il giorno dopo con una diversa. Vengono silurati  in serie Simoni, Lucescu, Castellini ed il cavallo di ritorno Roy Hodgson. Viene affidata la panchina ad un nemico storico dei colori nerazzurri quale è sempre stato Marcello Lippi. Durerà poco anche lui. Nel frattempo però qualcosa cambia. O meglio, rimane uguale per poter cambiare. Il numero 4 infatti continua a giocare, a svolgere il suo lavoro duramente e con una professionalità senza eguali. Abbassa la testa e pedala. Gli spettatori a S. Siro come fuori casa vogliono stare dalla parte della sua fascia di competenza solo per ammirare da vicino le sue cavalcate. Sì perché Javier Zanetti riesce a far presa su quasi tutti gli amanti del pallone, impossibile non ammirarlo sportivamente ed umanamente parlando.

E’ il 28 ottobre del 1998 quando per la prima volta quella fascia colorata viene arrotolata attorno al suo braccio, sono gli ottavi di finale di Coppa Italia contro il Castel di Sangro. Di li a poco, Bergomi annuncia il suo ritiro e non c’è bisogno di sforzarsi molto per capire dove andrà di diritto quel nastro fluorescente.  Dal 29 agosto 1999 fino all’ultima partita giocata Javier Zanetti sarà per tutto il popolo nerazzurro il Capitano.

Tra i nerazzurri c’è un giocatore che dribbla come Pelè alè Zanetti alè eh oh

Ormai el Tractor è diventato l’idolo della Nord di S. Siro, l’uomo eletto per diventare la nuova bandiera del club.

Se dal punto di vista dei riconoscimenti personali le cose sembrano andare alla grande, dal lato della squadra le delusioni sono tante, una più cocente dell’altra. Alla sconfitta in Coppa Italia e Supercoppa a favore della Lazio si aggiunge la batosta del 5 maggio 2002, data tragica per qualsiasi interista. In uno stadio olimpico surreale, si compie una delle più crudeli storie sportive  di sempre. Tutti sugli spalti stanno tifando Inter, laziali compresi.

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Oltre al gemellaggio storico c’è il rischio che lo scudetto vada alla Roma, non sia mai. Fatto sta che in campo vanno 11 giocatori per parte, e quelli con la casacca biancazzurra quel pomeriggio vanno per giocare la partita e non da vittime sacrificali. E quella partita la vinceranno, per quattro reti a due, infliggendo a Zanetti e compagni una delle batoste più difficili da mandar giù.

C’era tanta gente interista intorno a noi. Sembrava Milano all’Olimpico. Pensavamo che avremmo fatto un gol in più e che avremmo vinto, ma è successo il contrario. Finisce in lacrime. Un ritorno a Milano pieno di tristezza. Una sconfitta che fa capire tante cose. E forse cose così le devi provare per arrivare alla vittoria. Se c’è una partita che vorrei rigiocare? Sicuramente questa.

El Tractor si prende sulle spalle tutti i pesi delle delusioni, fa propria la sofferenza della squadra tramutandola sempre in qualcosa di positivo, un’occasione di crescita, di fortificazione. Quando sembra di essere arrivati agli inferi, sportivamente parlando, c’è sempre la speranza di vedere quella ruota girare, quella speranza di essere il prossimo capitano a sollevare i trofei. Ma ancora non immagina quando deve soffrire prima di vedere avverarato questo sogno. Nel 2002-03 l’Inter arriva ancora dietro alla Juve in campionato ed in Coppa Campioni, se possibile, va ancora peggio. Semifinale contro gli odiati cugini del Milan, la possibilità di spedirli all’inferno nella massima competizione e staccare il biglietto per la finale. La possibilità di alzare la coppa dalle grandi orecchie. Tutto vano, tutto inutile. I sogni si infrangono sul ginocchio di Abbiati che respinge il tiro a botta sicura di Kallon. Questa volta Javier Zanetti non ce la fa, è una delusione troppo grande anche per lui, El tractor.

Piange, come un bambino a cui hanno strappato i sogni più belli. Piange ma non si arrende. Potrebbe andarsene altrove a sollevare quella maledetta argenteria pesante, ma non l’idea non lo accarezza che per un istante quando decide che no, lui vincerà e lo farà con i colori nerazzurri, da bandiera e capitano. Passano gli anni e gli allenatori. All’hombre vertical, Hector Cuper, subentrano Zaccheroni e poi Mancini. Quest’ultimo che ha affrontato capitan Zanetti decine di volte, da avversario, sempre ammirato e rispettato.

L’arrivo del Mancio coincide anche con l’esplosione dello scandalo di Calciopoli, del quale si vedranno gli effetti solamente l’anno successivo, destinato a cambiare gli equilibri del calcio in Italia. Nasce una nuova, sentitissima rivalità per la società di Moratti ed è quella con la Roma. Arrivano anche i primi trofei da alzare al cielo, la Coppa Italia nel 2004-2005, proprio contro la compagine capitolina e la Supercoppa vinta il 20 agosto 2005 contro la Juventus, al Delle Alpi. Come detto in precedenza in questa stagione si vedono gli effetti di Calciopoli e la Juventus, arrivata prima in classifica, viene retrocessa in serie cadetta. Viene assegnato lo scudetto a tavolino alla squadra di Moratti, il primo scudetto di Capitan Zanetti.

La maledizione della Champions però sembra non avere fine, l’Inter affonda per mezzo del Submarin Amarillo, nei quarti di finale. La stagione si conclude sollevando nuovamente la coppa Italia, grazie alla vittoria contro la Roma.

Inizia un’era per la società milanese ricca di trofei e record in ambito nazionale, lo scudetto dei 97 punti realizzati seguito da quello del centenario, ma la coppa dei Campioni rimane un tabù. Prima l’eliminazione con rissa annessa del Mestalla, poi la delusione contro i Reds. Anche quando gli avversari sembrano alla portata c’è sempre qualcosa che va storto, serve qualcuno in grado di far fare uno step mentale decisivo a questo gruppo. Qualcuno in grado di rendere coscienti i giocatori della propria forza, di entrare nelle loro teste e stravolgerle.

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Serve qualcuno di speciale. E quel qualcuno arriva, si chiama Jose Mourinho e viene da Setubal. L’Inter vince subito la Supercoppa Italiana contro la Roma il 24 agosto 2008 ai calci di rigore. Il rigore decisivo lo calcerà proprio il capitano Javier Zanetti, lui che mai aveva calciato un rigore prima di allora. Vince anche lo scudetto ma, in questo primo anno di gestione Mourinho, le cose sembrano continuare sulla falsariga delle ultime stagioni. Zanetti e compagni vengono eliminati in coppa per mano dello United di Sir Alex Ferguson e del capitano Ryan Giggs che per il capitano nerazzurro ha sempre avuto parole al miele:

L’avversario più difficile che abbia mai incontrato è stato Javier Zanetti. Lo incontrai per la prima volta nel ’99, ai quarti di Champions. Lui terzino destro, io ala sinistra. M’impressionò per le sue qualità: rapido, potente, intelligente, esperto. Ci ho giocato contro altre due volte. È stato l’avversario più duro in assoluto. Un campione completo.

E’ nella stagione 2009-2010 che lo Special One cambierà completamente il corso della storia,  quella interista e quella del suo fedele capitano. Si parte con la vittoria della Coppa Italia il 5 maggio contro la Roma, una data significativa per questi colori, una catarsi per noi che crediamo poco alle casualità della vita. Arriva anche il campionato, dove l’Inter ha la meglio ancora una volta sui giallorossi. Arriva la Champions, al Santiago Bernabeu ai danni del Bayern di Monaco, il vero capolavoro del tecnico portoghese.

E’ una stagione che ripaga i tifosi interisti, i giocatori ed in particolar modo il capitano di tante sofferenze. Non è infrequente, mentre si cammina per strada in quei giorni, sentir pronunciare da tifosi di squadre rivali le seguenti parole “sono contento per Zanetti, se lo meritava”. Sì perché questo campione è riuscito in un’impresa riservata a pochissimi giocatori, specialmente di grandi club,  ovvero quella di entrare nel cuore della gente indipendentemente dalla diversa fede calcistica. Come tutti i capitani che ha allenato Josè porta il 4 nerazzurro in fondo al cuore, quando gli si domanda di ricordarlo a stento trattiene le lacrime.

Sapevo che era una forza della natura, ma non pensavo fosse questo uomo. E poi il suo passaporto deve essere sbagliato. Non può avere 36 anni, devono essere al massimo 25-26.

Josè Mourinho

Quando Mourinho abbandona la barca, al termine della stagione, tutti sanno che quello resterà un anno irripetibile sotto tanti aspetti. L’Inter riparte dal suo capitano, dal suo unico punto fermo che ormai ha sollevato tutti i trofei più prestigiosi. Non ci pensa ancora a smettere, anzi si allena come e più di prima perché il fisico va curato e protetto a maggior ragione quando l’età avanza. E quasi nessuno tra i calciatori moderni ha curato il proprio fisico e lavorato quanto Zanetti nel corso dell’intera carriera. Vede arrivare Benitez, poi Gasperini, Ranieri e Stramaccioni.

Gli sembra di essere stato catapultato di punto in bianco nel passato quando questa era la normalità. Ne ha viste troppe sulla propria pelle per stupirsi. Infatti Pupi va avanti senza scomporsi, perfetto e diligente come la sua capigliatura in qualsiasi occasione, si mette a disposizione di tutti. Sembra sempre che ci sia qualcuno pronto a scavalcarlo nelle gerarchie ma, fin quando riesce ad allenarsi, il suo spazio lo trova sempre.

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Il momento più difficile, per uno come lui abituato a non saltare neanche una partita di coppa Italia nelle fasi prelimitari, arriva il 28 aprile 2013, quando si rompe il tendine d’Achille. Un corpo che fine a quel momento ha funzionato come un orologio svizzero, non perdendo mai un colpo, ora è costretto ad alzare bandiera bianca. Nonostante ciò El Tractor non vuole ritirarsi in questo modo. Ci tiene a salutare la sua gente con una delle sue cavalcate che lo han reso celebre, palla al piede macinando avversari mentre l’applauso cresce fino a farsi scrosciante. A 40 anni lo può fare ancora, giurateci.

Torna in campo nella stagione 2013-2014 a distanza di 6 mesi dall’infortunio, nell’Inter che nel frattempo è passata di mano a Mazzarri. Il 18 maggio 2014 gioca contro il Chievo la sua ultima partita con i colori nerazzurri, prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo e dedicarsi a tempo pieno alla sua fondazione. Quello che ha dato Zanetti a questo gioco va ben oltre i trofei vinti, i minuti disputati e i vari record ottenuti. E’ stato un esempio di lealtà e attaccamento, di fedeltà e amore incondizionato. E, al momento del suo ritiro, se n’è andato con lui anche un pezzo di questo meraviglioso sport.

È arrivato nell’Inter da ragazzo all’inizio della gestione Moratti, oggi ne è il campione-simbolo, l’indiscusso capitano, l’uomo che ha realizzato con la società nerazzurra una identificazione totale: in campo e fuori, nell’impegno di calciatore, nella fedeltà allergica a ogni tentazione e persino sul fronte della solidarietà che per l’Inter è una bandiera. Questo è Javier Zanetti, l’uomo in avanguardia sempre, nei momenti della gioia e in quelli della mortificazione, bandiera dell’Inter come lo fu in altri tempi l’indimenticabile Giacinto Facchetti. Ormai è difficile immaginare una squadra nerazzurra senza di lui. Ha giocato in ogni ruolo con lo stesso impegno, ogni domenica tra i migliori, sempre con la stessa generosità, la semplicità che lo distingue e quel sorriso da bravo ragazzo.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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