Ci sono occasioni nella vita in cui fare gli eroi, occasioni in cui alzare la voce e farsi forti, occasioni in cui affrontare l’avversario...

Ci sono occasioni nella vita in cui fare gli eroi, occasioni in cui alzare la voce e farsi forti, occasioni in cui affrontare l’avversario in faccia, guardandolo dritto negli occhi. E ci sono occasioni in cui la cosa migliore da fare è abbassare lo sguardo, farsi i cazzi propri e girare alla larga. Ecco, questa era la cosa più intelligente da fare quando nei paraggi c’era Jaap Stam.

Fisico possente, cranio lucido, sguardo da serial killer in giornata storta: diciamoci la verità, se uno come Jaap Stam lo incrociassimo per strada, la tentazione di attraversare e scappare via senza voltare mai le spalle sarebbe forte, fortissima. Quasi inevitabile. Figuratevi la paura, il timore, il terrore nudo e crudo che quello sguardo incuteva negli attaccanti avversari.

Il terrore, quello che attraversò gli occhi e l’anima del povero Pietro Parente, che, ai tempi dell’Ancona, ebbe la malaugurata idea di questionare con Jaap e andare davanti a lui a muso duro. Risultato? In men che non si dica Parente si ritrovò con le mani del gigante olandese strette intorno al collo, in una posa che non lasciava adito a fraintendimento alcuno. Guardi Jaap Stam, lo osservi in campo, metterci in campo una grinta e una cattiveria agonistica che ti farebbero immaginare un’infanzia difficile, un’adolescenza turbolenta passata a fare a pugni per le strade di Kampen, un passato fatto di nottate in locali puzzolenti, in vicoli sporchi e malfamati, con le nocche sporche di sangue altrui e birra venuta fuori da bicchieri, boccali e bottiglie spaccate sui pavimenti. E invece no, dietro lo sguardo freddo e penetrante di Jaap Stam non c’è niente di tutto questo. Solo un ragazzo normale che ha capito ben presto che in campo è un’altra storia. Che in campo tocca fare i duri per farsi rispettare, tocca alzare la voce e mettere le mani al collo dell’avversario che ha messo quei tacchetti troppo vicino al tuo piede. Tocca mettersi la maschera dell’orco e recitare il ruolo del cattivo. E tocca farlo anche piuttosto bene, tanto da sembrare che quella sia la tua vita, da sempre.

Jaap (anzi, Jakob) nasce a Kampen il 17 luglio del 1972. Il padre è un carpentiere, sua madre e le sue tre sorelle restano a casa a mantenere la famiglia. Sembrerà strano, ma il piccolo Jaap era davvero piccolo: non era imponente, il ragazzino che inizia a giocare a calcio per le strade della sua città sognando di indossare un giorno la maglia bianca con la striscia orizzontale più larga rossa, quella dei Lancieri, quella dell’Ajax. Il piccolo Jaap gioca sull’ala, e poi, un giorno, come in tante storie di predestinati e di campioni, il caso decide di metterci lo zampino e indirizzare la storia sui binari giusti. L’assenza di tutti e due i centrali di difesa costringe uno dei primi allenatori di Jaap a piazzarlo in mezzo alla difesa. E da lì non si muoverà mai più, nemmeno a volerlo spingere. Perchè con il tempo, Jaap diventa il gigante che impareremo a conoscere. Diventa una montagna sulla quale andranno a sbattere intere generazioni di attaccanti di tutta Europa. Diventa uno dei difensori centrali più difficili da superare.

Il mondo del calcio si accorge di lui ad Eindhoven, dove, con la maglia del PSV vince uno scudetto, una coppa d’Olanda e due supercoppe nazionali, tra il 1996 e il 1998. Adesso il piccolo Jaap, diventato l’enorme Jaap, è pronto per il grande salto. E non sarà un salto banale, perchè di lui si accorgerà uno dei manager più vincenti di sempre, forse il più leggendario di sempre. Sir Alex Ferguson osserva la tempra e il carattere di questo ragazzone olandese, lo guarda comandare la difesa, lo guarda impartire istruzioni ai compagni e lo guarda ergersi a muro insuperabile. Dalle sue parti, raramente si passa. E, se qualche suo compagno si fa superare, ci pensa Jaap, con le buone o con le cattive. E gli attaccanti avversari si trovano spesso a sperare che stavolta tocchi alle buone, perchè se tocca alle cattive, sono guai seri.

Jaap Stam ci mette poco, molto poco a piazzarsi nel cuore della retroguardia dei Red Devils. Arrivare dalle sue parti è difficile, anche perchè, di solito, prima di arrivare da lui bisogna vedersela con un altro tipetto piuttosto irascibile: sua maestà Roy Keane. Il primo anno di Stam allo United è da leggenda. Campionato, FA Cup, Champions League. E, per quasi dieci mesi tra il dicembre del 1998 e l’ottobre del 1999, quella squadra non conosce l’onta della sconfitta. D’altronde, con un gigante del genere lì dietro, difficile fare altrimenti. Dopo 3 stagioni, nell’agosto del 2001, la Lazio bussa alla porta dello United chiedendo se Stam sia in vendita. Sir Alex ci pensa, e lo lascia andare via. Un difensore ventinovenne che ha combattuto tante battaglie e sta per logorarsi può essere dato via a cuor leggero. Qualche anno dopo, ripensando a quella scelta, il manager scozzese dirà che fu uno degli errori più grandi da lui commessi nella sua vita.

Ma, quando arriva a Roma, Jaap Stam sembra tutto fuorchè il campione ammirato allo United. Ci mette parecchio ad ambientarsi, complice anche qualche stop fisico. E qualche imprevisto, come la positività al nandrolone che lo tiene lontano dai campi di gioco per quattro mesi. Poi, però, piano piano riesce a rientrare a pieno regime, e prende possesso della retroguardia laziale. Si piazza lì dietro insieme a Sinisa Mihajlovic e forma un’altra di quelle coppie che preferiresti non incontrare. L’assenza di Sandrino Nesta non si sente più di tanto. E Stam mette in mostra anche un piede tutt’altro che malvagio, deliziando il pubblico dell’Olimpico con un paio di gol su punizione: punizioni tirate fortissimo, rasoterra, a pelo d’erba, difficili da vedere, impossibili da parare. Punizioni tirate chiudendo gli occhi e sparando più forte possibile. Un po’ come quel rigore tirato contro Francesco Toldo, nella semifinale di Euro 2000. Alto, sopra le stelle. A regalarci una gioia effimera.

Quando nel 2004 sembra destinato al ritorno in patria, per concludere la carriera con la maglia dell’Ajax, quella che aveva sempre sognato, all’improvviso spunta il Milan, che decide di puntare ancora su di lui. E lui, nonostante il fisico non sia più quello di una volta, non tradisce le aspettative dei rossoneri. Un uomo come Jaap Stam non tradisce. Mai, per nessuna ragione al mondo. Il ricordo più bello è il gol nel derby di Champions del 2005, nei quarti di finale, all’andata. Prima che al ritorno un fumogeno colpisca Dida e mandi il Milan avanti comunque. A gennaio 2006, il Milan decide di accontentare la richiesta di Jaap. Jaap che vuole tornare a casa sua, in Olanda, all’Ajax. Ma i problemi fisici oramai hanno deciso di accanirsi contro il colosso di  Kampen. Che, il 29 ottobre del 2007, deve annunciare al mondo che è arrivato il momento di dire basta, a 35 anni. Anche se avremmo voluto vederlo battagliare fino a 40 anni, e siamo sicuri che lui non si sarebbe tirato indietro. Se ha detto basta, è perchè davvero non ce la faceva più a sopportare il dolore che il suo corpo gli imponeva.

C’è un’immagine, una sola, che racconta tutto quello che è stato Jaap Stam. Olanda-Repubblica Ceca, partita d’esordio degli arancioni agli Europei di casa del 2000. Jaap si fa male in un contrasto, inizia a perdere sangue dal sopracciglio. Le telecamere lo colgono immobile a bordocampo, mentre si fa mettere i punti di sutura senza colpo ferire, lo sguardo fiero e orgoglioso di chi non vede l’ora di tornare in campo a restituire, in maniera dura ma leale, il colpo restituito. Perchè mettersi contro Jaap Stam è sempre stato un affare da duri.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro