Non solo il difensore più veloce del Sudamerica. Il più veloce al mondo. Oscar Ruggeri Per chi di mestiere fa il difensore, entrare nella...

Non solo il difensore più veloce del Sudamerica. Il più veloce al mondo.

Oscar Ruggeri

Per chi di mestiere fa il difensore, entrare nella storia del pallone è sempre un po’ più difficile. L’occhio è catturato dal dribbling, dalla classe, dalla giocata ad effetto. La memoria è morbosamente legata ad un goal piuttosto che ad un recupero impossibile, compiuto quando tutto sembra perduto. Eppure non va sempre così. Per lo meno non in Sudamerica, dove prima dei gol, dei numeri funambolici, dei tackle senza domani conta quel muscolo contrattile che batte a cadenza regolare sotto la camiseta, di qualunque colore essa sia.

E quella camiseta numero 2 della Colombia non poteva portarla un giocatore qualunque. Quella camiseta numero 2 dei Cafeteros era appertenuta ad un giocatore particolare, entrato nella storia e nella memoria collettiva nella maniera più brutta possibile. Era il 2 luglio 1994 quando 6 pallottole sparate a bruciapelo si presero brutalmente la vita di Andres Escobar. Da quel momento in poi la camiseta numero 2 della Colombia sarebbe potuta rimanere legittimamente senza proprietario. Sarebbe potuta rimanere, già, se durante il suo immaginario cammino non avesse incontrato un uomo tutto d’un pezzo, un hombre vertical, come si usa chiamarlo da quelle parti, in grado di sopportarne l’ enorme peso. Per sua fortuna quell’uomo l’ha incontrato e quella maglia speciale non solo l’ha indossata nuovamente, ma ha saputo rendergli onore come pochi altri avrebbero fatto. Lui è Ivan Ramiro Cordoba, protagonista della storia che state per leggere.

Rionegro, la Cuna de la Democracia. La culla della democrazia, lo stesso luogo in cui nel 1863 fu scritta la Costituzione. Ma anche quello in cui ottantasei anni dopo veniva alla luce uno dei più grossi narcotrafficanti del pianeta terra, Pablo Escobar. Siamo nel dipartimento di Antioquia, è qui che l’11 agosto 1976 nasce Ivan Ramiro Cordoba Sepulveda. La madre volontaria nell’ospedale cittadino, il padre rappresentante della Caja Agraria, un istituto di credito bancario colombiano.

Trascorrono i primi anni di vita, sempre con accanto un pallone come amico più fidato. Ivan matura, tecnicamente e fisicamente ma proprio non ne vuol sapere di crescere in altezza, raggiunge i centosettantacentimetri mal contati e lì si ferma. Solitamente uno con quella statura lo si trova dal centrocampo in su, a folleggiare tra le linee della squadra avversaria. Purtroppo o per fortuna per lui la tecnica non rientra tra le virtù che madre natura gli ha messo a disposizione. Per lo meno non in quantità tale da farne un giocatore dalle spiccate attitudini offensive. In patria, all’inizio, quei centimetri in difetto sembrano essere un grosso problema qualcuno addirittura lo manda a casa, troppo piccolo per fare strada.

Ivan Ramiro, però, ha altre qualità sopra la media, tante altre qualità. E’ rapido, fate conto di vedere un fulmine e quando stacca da terra sembra librarsi in volo, quasi non scende più. Chi ha provato a calcolare la sua elevazione con stacco da fermo dice esterrefatto: settantacinque centimetri. Una roba mai vista. Inoltre è abile nell’anticipo, sfruttando a proprio favore le sfolgoranti doti fisiche. Nel corpo a corpo non va sotto con nessuno, sebbene spesso l’attaccante avversario di turno gli renda 20 centrimetri buoni. Un’altra cosa, che ci aiuta a capire meglio la sua forza: Ivan Cordoba è uno che la paura non sa nemmeno dove stia di casa. Ci sono quelle cicatrici in testa, ricordi di mille battaglie, che parlano meglio di tante parole. La più evidente è opera di Gabriel Omar Batistuta, per far capire ai più giovani con chi doveva avere a che fare nei suoi primi anni italiani.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Fino ai ventidue anni Cordoba rimane a giocare in patria, prima Deportivo Rionegro poi Atletico Nacional di Medellin, con cui vince una Copa Interamericana nel 1997. L’anno successivo abbandona la Colombia pur rimanendo in Sudamerica. Veste i colori rossoblu del Cuervo, il San Lorenzo De Almagro, una delle società storiche del calcio argentino. In due anni si mette in luce non solo come ottimo difensore, dotato di una personalità debordante, ma anche come goleador aggiunto. Va a segno per ben 8 volte, sfruttando sui calci piazzati quella mostruosa elevazione. Entra ben presto nel giro della nazionale, giocando molte amichevoli e quasi tutte le gare di qualificazione ai Mondiali di Francia ’98. Poi la doccia gelata, a cinque giorni dall’inizio della rassegna più importante in ambito calcistico, quando gli viene comunicata l’esclusione dalla formazione titolare che affronterà i Mondiali.

Pensa per un momento di abbandonare il calcio, poi ragiona e rimane. Diventerà una bandiera dei Cafeteros, e scriverà la storia della nazionale Colombiana, segnando il goal decisivo per la conquista della Copa America nel 2001, in finale contro il Messico. Di testa, alla sua maniera, prendendo il tempo al difensore avversario e volando in cielo. Per regalare ad un popolo intero una gioia che a tutt’oggi rimane l’unica, indimenticabile. Ci sarebbe materiale per una storia nella storia. Terminata la parentesi Argentina è tempo di Italia. E’ tempo di Inter, la squadra a cui Ivan Ramiro Cordoba ha giurato amore eterno, la squadra per la quale Ivan Ramiro Cordoba avrebbe dato la vita.

I tifosi sanno che io per l’Inter ho dato e darei ancora la vita, perché io non ho lavorato per l’Inter io ho vissuto per quella società.

A caldeggiare il suo approdo in nerazzurro, nel 2000, fu Marcello Lippi, allora allenatore dell’Inter e alla ricerca di un difensore centrale. Massimo Moratti, presidente con il pallino del Sudamerica, individua in Cordoba il tassello giusto per la retroguardia interista , una scelta che si rivelerà felice soprattutto negli anni a venire.

L’anno successivo approda a Milano Marco Materazzi che formerà con Ivan Cordoba la coppia centrale difensiva dell’Inter per le seguenti stagioni, fino all’arrivo di Lucio. Duri e senza fronzoli dietro, assolutamente complementari dal punto di vista tecnico e fisico. Ancor più temibili quando si spingono in avanti, entrambi dotati di un senso del gol superiore alla media dei pari ruolo avversari.

Per dodici lunghe stagioni veste i colori nero e azzurro, vive le gioie e sperimenta i dolori di una società che la normalità non sa nemmeno cosa sia. Incarna come pochissimi altri lo spirito interista, e solo la presenza di un mostro sacro come Javier Zanetti gli preclude la possibilità di portare la fascia al braccio da capitano. Proprio con El Tractor Cordoba stringe un rapporto di amicizia fortissimo, che va oltre i confini del rettangolo di gioco. Quando nel 2005 l’Inter vince la Coppa Italia e Zanetti non può sollevare il trofeo, perché impegnato con la Nazionale nella Confederations Cup, non può che spettare a lui l’onore di alzarla al cielo, in qualità di vice-capitano. Prima di assaporare i trionfi più belli, come nelle storie migliori , viene messo duramente alla prova. Deve passare indenne attraverso il 5 maggio 2002, cosa tutt’altro che scontata. Ivan cade e si rialza, da vero guerriero. Deve passare attraverso il calvario del lettino di un’ospedale, il 19 febbraio 2008 quando si lesiona il legamento crociato anteriore in una gara di Champions League. Deve inghiottire tanti bocconi amari, sportivamente parlando, soprattutto nei primi anni quando la vittoria non vuol proprio saperne di arrivare se non come premio consolatorio palesatosi sotto forma di Coppa Italia.

L’anno di Tardelli succedeva di tutto, Io uscivo di casa e guardavo di qua e di là perché poteva anche succedere che arrivasse un pullman che mi prendeva sotto.

Ma spesso chi cade e si rialza torna più forte di prima, ed è proprio questo il caso di Ivan Cordoba. Che ci sia anche lui tra gli eroi del triplete neroazzurro di Mourinhana memoria non è assolutamente un caso. Lui che ha saputo soffrire ed è rimasto fedele, nonostante Ronaldo avesse provato a tentarlo con le sirene madridiste. Lui che ha sposato in tutto e per tutto la causa interista, lui con le spalle abbastanza larghe per sopportare le critiche che, durante i dodici anni di esperienza nerazzurra, non hanno risparmiato nessuno.

Non è solo il giocatore Cordoba che merita di essere ricordato, ma anche se non soprattutto l’uomo. Sempre con una mano tesa verso i più deboli, per aiutarli a rialzarsi. Con l’associazione da lui fondata, si prende cura di tantissimi bambini di Rionegro, la sua città natale. Fornisce loro cibo e beni di prima necessità e dona loro una cosa ancora più importante, la possibilità di inseguire i propri sogni.

Il 5 maggio 2012, neanche a farlo apposta sono trascorsi dieci anni da uno dei giorni più tristi della storia interista, annuncia il suo ritiro dal calcio giocato. E’ un giorno triste per i suoi tifosi ma non solo, chiunque l’abbia visto giocare non può non averne apprezzato la forza e la lealtà mostrata in campo, contro qualunque avversario, partendo spesso da un gap fisico colmabile unicamente gettando il cuore e l’anima oltre l’ostacolo. Cuore ed anima che, fidatevi, ad Ivan Ramiro Cordoba non sono mai mancati.

Quando vai in campo non dimenticare mai di giocare prima per la tua squadra e poi per tutto il resto. Solo così crescerai come calciatore e come uomo, e di sicuro aiuterai la tua società a diventare sempre più forte e importante. Io all’Inter ho fatto solo questo, fino all’ultimo minuto.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo