Harvey Esajas, il sogno di un lavapiatti Harvey Esajas, il sogno di un lavapiatti
12 gennaio 2005, sono quasi le 23 di una scura serata invernale. San Siro è un freddo calderone di indifferenza. In pochi hanno avuto... Harvey Esajas, il sogno di un lavapiatti

12 gennaio 2005, sono quasi le 23 di una scura serata invernale. San Siro è un freddo calderone di indifferenza. In pochi hanno avuto l’idea balzana di trascorrere una serata di metà settimana, in pieno inverno, per vedere un Milan-Palermo di Coppa Italia, con l’esito del doppio confronto già deciso all’andata e un nugolo di riserve infreddolite in campo.

Quei pochi che pure avevano deciso di sfidare il freddo, per noia o per passione vera Dio solo lo sa, hanno anche già cominciato a lasciare lo stadio, per dirigersi verso casa, visto che dopo un buon sonno ristoratore li aspetta un’altra giornata di lavoro.

Eppure non sanno, quelli che non sono venuti a San Siro, quelli che se ne stanno andando, e quei pochi pazzi che sono rimasti, che stanno per assistere al momento più bello della vita di un ragazzo che anche lui, quella sera, era a San Siro, ma per lavoro. Un lavoro decisamente diverso da quello che faceva fino a pochi mesi prima, tra la cucina e la sala di un anonimo e forse un po’ triste ristorante.

Il Milan sta vincendo per 2-0, e Carlo Ancelotti decide che è arrivato il momento di regalare un sorriso a un ragazzo. Dalla panchina del Milan si alza Harvey Delano Esajas, per quelli che saranno i cinque minuti più belli della sua vita. Massimo Ambrosini gli lascia il suo posto in campo. Non avrà occasione di fare molto, anche perché la partita è praticamente finita. Harvey fa una cavalcata sulla fascia, mette in mezzo il pallone, ascolta il triplice fischio dell’arbitro Palanca. Tutto quello che gli serve per abbandonarsi, negli spogliatoi, a un pianto di gioia pura.


Perché questo è solo il momento più bello della storia di Harvey Esajas. E’ da qui che abbiamo deciso di cominciare la nostra storia perché, quando il lieto fine non c’é, tanto vale inventarselo. E perché, soprattutto, la vera storia da raccontare è un’altra. Ovvero come abbia fatto Harvey Delano Esajas a finire dalla cucina di un ristorante al prato verde di San Siro.

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Le radici di questa storia vanno ricercate in Olanda, o forse in Suriname. Perché è proprio di quella parte del mondo che sono originari due ragazzi che incrociano il loro percorso di vita, in Olanda, nelle giovanili di uno dei club più prestigiosi al mondo: l’Ajax di Amsterdam. Harvey Esajas e Clarence Seedorf si incontrano qui, giovani, ambiziosi e sognanti. Ma il destino, per questi due ragazzi dalle origini simili, ha in serbo solo un biglietto di prima classe per il mondo del calcio vero, quello con cui puoi campare dignitosamente e forse anche più.

Quel biglietto, stando a sentire Clarence Seedorf, se lo doveva accaparrare Esajas. “Era lui quello più bravo tra i due, all’inizio“, racconterà il Professore, più di qualche volta. Ma siccome il calcio non è una scienza esatta, Clarence Seedorf diventerà grande già nell’Ajax, Harvey Esajas sarà costretto a girare l’Europa alla ricerca del suo posto nel mondo. Prima che le loro strade si separino, però, c’è ancora tempo per un ultimo fugace incontro. Stagione 1993-94, Esajas è finito al Feyenoord, che lo lancia tra i professionisti. Il ragazzo segnerà un unico gol nella sua travagliata carriera. E si, siccome il calcio non è una scienza esatta ma spesso si diverte a prenderci per i fondelli, quel gol lo segnerà proprio contro l’Ajax.

Presto, però, Esajas comincia a smarrire la via. Inizia la solita trafila di prestiti e trasferimenti, a caccia del proprio posto nel mondo del calcio. Groningen, Cambuur, Dordrecht. Poi, nel 1999, sembra arrivare l’occasione del riscatto con la chiamata del Real Madrid. Ma resterà solo un sogno, le porte della prima squadra non si apriranno mai, anzi, ricomincia la discesa verso le serie inferiori spagnole. Zamora, Mostoles, avventure che non fanno che intristire e ingrigire ulteriormente l’anima di Harvey Esajas, che vede ormai le sue speranze di diventare un calciatore allontanarsi sempre più verso l’orizzonte, mentre lui rimane piantato per terra.

E’ il 2001. Un infortunio al tendine d’achille gli ha complicato le ultime chance di trovare un posto da qualche parte, i chili cominciano ad accumularsi, uno dopo l’altro. Harvey Esajas inizia a riflettere sulla sua carriera, ma anche sulla sua vita. Non gioca una partita dal 1999, e capisce che il calcio sarà solo un passatempo, un lontano ricordo, alla peggio un rimpianto da portarsi dietro finché morte non li separi, ma di sicuro non sarà mai il suo mestiere. Pagare affitto e bollette diventa un problema, per cui deve cercarsi dei lavori saltuari. Tra cui, racconterà un giorno, anche quello di inserviente in un circo.

Nel 2002 decide di tentare ancora la fortuna. Un amico di lunga data, anche lui transitato da Amsterdam, sponda Ajax, gli offre un posto sul divano di casa sua. E’ Edgar Davids, che in quel periodo vive a Torino, e si offre di aiutare il suo ex compagno: Harvey ha messo su molti chili, ma il talento e la voglia di tornare a giocare ci sono. Fa qualche provino, con Fiorentina e Torino, ma tutti gli rispondono che per lui non c’è posto. Lui si mette il cuore in pace, si allaccia il grembiule, e torna in cucina, a pelare patate e a lavare piatti, mentre dagli altoparlanti del ristorante la radio diffonde le urla dei radiocronisti di Tutto il calcio minuto per minuto.

Chissà quante volte Harvey Esajas avrà sentito Riccardo Cucchi chiedere la linea per annunciare un gol di Clarence Seedorf. Il suo vecchio amico Clarence Seedorf che ora gioca al Milan. Harvey prende coraggio, alza ancora una volta la cornetta. Chiede aiuto a Clarence, uno con il cuore grande almeno quanto il suo fondoschiena. E’ il 2003, e quel telefono squilla. Da un telefono all’altro. Da Harvey Esajas a Clarence Seedorf, da Clarence Seedorf ad Adriano Galliani.

In qualche modo, non si sa come, Clarence riesce a convincere il suo capo. E’ il 2004 quando Harvey Esajas, 29 anni e 110 chili, varca i cancelli di Milanello. Gli mettono in mano un borsone, gli danno un armadietto per posare le sue robe. E Harvey comincia a lavorare, a sudare, a far scivolare via quei chili di troppo, inseguendo un sogno che profuma di riscatto.

Finché arriva quel giorno. 11 mesi dopo, a San Siro. Le luci, il pallone, la maglia rossonera. Harvey Esajas, almeno per una sera, torna a sentirsi un giocatore vero, quello che aveva sempre sognato di essere.

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Erano sette anni che stavamo cercando l’ opportunità che poi ci è stata data al Milan. Da parte mia ringrazio la società, l’ allenatore e la squadra per la fiducia che hanno avuto nelle mie parole, perché otto mesi fa le mie erano soltanto parole. Nessuno lo conosceva. Per me quella dell’altra sera è stata una grande emozione, una bella storia di calcio e di vita che ci insegna una cosa: non bisogna mai smettere di sognare.

(Clarence Seedorf)

Qualche mese dopo, Carlo Ancelotti lo mette anche nella lista dei convocati per la maledetta finale di Istanbul. Nessuno si sarebbe sognato di mandarlo in campo, ma lui è lì con la squadra, vive fino in fondo il dramma della rimonta, dei rigori, delle lacrime. E’ da quelle lacrime che dovrebbe ripartire la carriera di Harvey, ma, un po’ come quando un film ti sembra troppo perfetto per essere vero, in realtà è lì che tutto finisce.

Al Milan, in effetti, non c’è posto per un trentunenne come tutti gli altri. Ora che la sua storia è diventata di pubblico dominio, ora che tutti hanno voluto bene almeno per 5 minuti al lavapiatti obeso diventato eroe per una notte, qualcuno disposto a prenderlo, anche in categorie inferiori, c’è sicuramente. Harvey va prima a Legnano, poi al Lecco. Quattro partite in due anni, la consapevolezza che forse stavolta è davvero tutto finito.

Harvey telefona ancora una volta a Clarence Seedorf. Lo ringrazia per l’ultima volta, poi torna a sfogliare le pagine degli annunci di lavoro. Non smette di seguire il calcio. Un giorno, dice, vuole diventare un allenatore, uno di quei signori che riconoscono il talento e gli danno una possibilità. Quando gli chiedono se si ispira a qualcuno, se vuole diventare come qualcuno di quegli allenatori famosi, Harvey non ha dubbi, tira fuori due nomi: Guus Hiddink e Carletto Ancelotti.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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