Quante volte la Storia, quella con la S maiuscola, si intreccia con il mondo del pallone? Tante, tantissime. E se vi dicessimo che il...

Quante volte la Storia, quella con la S maiuscola, si intreccia con il mondo del pallone? Tante, tantissime. E se vi dicessimo che il protagonista di questa storia è un uomo dei balcani, più precisamente di Sarajevo? Bè a questo punto l’intreccio diventa inevitabile. Nascere alla fine degli anni ’80, in una delle zone che oggi possiamo definire della ex Jugoslavia, deve essere una di quelle cose che ti segna a vita, indipendentemente dal paese o dall’etnia di provenienza. Lì non ci sono buoni e cattivi, ognuno ha le sue ragioni. Ognuno ha i propri morti da contare.

Tra periodi di relativa tranquillità e conflitti intestini di quelli più atroci c’è una cosa che l’area balcanica non ha mai smesso di produrre, ovvero i giocatori di pallone. Li riconosci a prima vista gli slavi, hanno caratteristiche che li rendono unici nel panorama calcistico mondiale. Prima ancora che a livello tecnico li distingui  guardandoli in faccia, con quegli occhi glaciali da impavidi che raramente lasciano trasparire emozioni. Ne hanno viste troppe per aprire il cuore alla leggera, non li scomponi. Ed è proprio questa la prima impressione che ho avuto guardando dritto negli occhi, seppur filtrati da un monitor, Ervin Zukanovic.

Zuka nasce a Sarajevo, Bosnia Erzegovina,   l’11 febbraio 1987.  C’è ancora la Repubblica Federale socialista di Jugoslavia. Non ci sarà ancora per molto, cesserà di esistere ufficialmente nel 1992, anno di inizio della guerra dei Balcani.  Le scelte da compiere, per i genitori, non sono tantissime. O si combatte o si cerca di fuggire. Tertium non datur. Così, quando Ervin ha solo cinque anni, la famiglia decide di cercar rifugio altrove, prende l’ultimo treno disponibile per Lubiana e da qui si trasferisce definitivamente in Germania. Per lo meno queste sarebbero le loro intenzioni, prima di fare i conti con l’amara realtà che sta per riservare loro un destino beffardo. Trascorsi 6 mesi infatti non viene rinnovato il permesso di soggiorno, la famiglia Zukanovic è costretta a tornare nella capitale bosniaca, proprio l’inferno da cui avevano cercato di sfuggire pochi mesi prima.

E’ passato così poco tempo ma la città è uno spettro, lontano ricordo di quella che avevano abbandonato. Martoriata dalle bombe e ridotta a cumuli di macerie, che soffocano persino i sogni delle anime più ottimiste. In mezzo a tanto buio e grigiore c’è uno spiraglio di luce, un vero e proprio arcobaleno che fa capolino, non appena la pioggia ha cessato di bastonare. L’arcobaleno ha un nome, si chiama Predrag, ed un cognome, Pasic. E’ una vecchia conoscenza del calcio Jugoslavo, non uno qualunque ha partecipato ai Mondiali del 1982. Proprio come Zuka, Pasic è nato a Sarajevo, molti anni prima. Ha fatto in tempo ad ammirare ciò che Zuka da giovane non ha mai visto, un gioiello di città, ospitale e multiculturale, aperta a mondi e culture di provenienze antitetiche.

Solo a Sarajevo, nel raggio di 400 metri, potevo sentire i suoni delle moschee, le campane delle chiese cattoliche, vedere gli ebrei che andavano in sinagoga. Ero orgoglioso di essere cittadino di una città così aperta a tutti, a prescindere dalla loro provenienza e dalla loro religione.

Così, quando scoppia il conflitto, Predrag decide di rimanere nella sua città, decide di non fuggire come invece hanno fatto tutti quelli che hanno potuto. Ma non solo, Pasic non si limita a questo. Vuole fare qualcosa di concreto, soprattutto per i bambini, i più indifesi, che sono le vittime per eccellenza di ogni guerra. Con un passato sportivo, di calciatore, l’unica idea che gli sembra perseguibile è proprio quella di usare lo sport, il calcio come veicolo di aggregazione e protezione. Fonda una scuola calcio, la Bubamara, che nel nome ha insito il proprio significato. La coccinella, simbolo di fortuna e speranza, l’unica cosa di cui hanno bisogno i bambini che decidono di farne parte.

In poco tempo la scuola ha un vero e proprio boom di iscrizioni.  Ovviamente è aperta a tutti, musulmani, cattolici, ortodossi, l’unica cosa a non essere accettata è la discriminazione. Fuori imperversa la guerra, ma dentro le mura della vecchia Olympic Hall i bambini si sentono al sicuro, è forse l’unico luogo in cui si sentono al riparo da tutto e tutti. Anche se in realtà non è proprio così, fuori si sentono i colpi di mortaio, e per arrivare alla palestra bisogna attraversare un ponte, che si sa essere una delle prime cose da dovere abbattere durante un conflitto, per impedire qualsiasi forma di collegamento. Tra i bambini di questa scuola c’è anche Zukanovic, appena rientrato in patria. Aveva da poco iniziato a palleggiare da solo quando il padre, vedendolo,  si accorse che aveva un tocco di palla niente male e decise di mandarlo a provare.

Da quel momento in poi Zuka con il calcio non ha più smesso, approdando prima al Željezničar, una delle più rinomate della capitale in cui ha iniziato anche Edin Dzeko, poi approdando in Europa. Austria, Germania e Belgio, prima dell’approdo nella nostra penisola. Ervin ha un ottimo fisico, a cui abbina una tecnica di base più che discreta ed un calcio mortifero. Nelle sue stagioni in Belgio si mette in evidenza proprio per le sue doti realizzative, sia sfruttando l’abilità fisica nel gioco aereo sia sui calci piazzati, dove è considerato quasi una sentenza. Un’altra caratteristica che lo fa apprezzare fin dal primo istante a tutti gli allenatori è la duttilità tattica. Zuka nasce centrale difensivo, ma viene adattato proficuamente sulla fascia dove la sua forza fisica e la sua pericolosità offensiva vengono esaltate. In piccolo, se proprio dobbiamo ricorrere ad un paragone può ricordare, fisicamente e per l’evoluzione tattica, Branislav Ivanovic, rispetto al quale difetta in esperienza e affidabilità.

In serie A approda il 20 giugno 2014, tra le fila del Chievo, ed esordisce proprio contro la Sampdoria che sarà la sua nuova squadra. Prima ancora che per l’affidabilità stupisce per personalità e capacità di adattamento al nostro calcio, come dimostrano le parole del direttore sportivo Nember.

Forse i primi calci alla Bubamara sono stati un segno del destino, forse crossare e dribblare mentre i cecchini prendono la mira dalle colline gli hanno formato il carattere.

Le sue doti non passano inosservate nemmeno al direttore tecnico della Nazionale Bosniaca, il quale lo convoca per la prima volta nel 2012, in una partita valida per le qualificazioni al mondiale in Brasile dell’anno passato. Ma anche qui tutto sembra più difficile del previsto, ogni volta un ostacolo imprevisto da superare. Non riesce ad ottenere il visto per sbarcare negli Stati Uniti, ed è costretto a saltare i Mondiali in Brasile. Zuka non si arrende, com’è abituato fin da bambino lotta per guadagnarsi tutto, e finalmente il 28 marzo 2015 torna a vestire la maglia della Nazionale.

Noi siamo pronti a scommettere su Envir Zukanovic, la locomotiva di Sarajevo. Lo vediamo già impossessarsi della fascia e percorrerla in lungo e in largo. E perché no, lo vediamo svettare o piazzarla all’angolino su calcio piazzato per poi chiudere gli occhi ed immaginare il fischio della locomotiva che accompagna ogni gol del Željezničar, la squadra dei ferrovieri da cui proviene e di cui possiede l’anima.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo