Storia del peggior fallo di tutti i tempi Storia del peggior fallo di tutti i tempi
“Chi non vuole contatti, vada pure a giocare a tennis.” (Felipe Melo Vicente de Carvalho) Forse pensate ancora che il calcio sia uno sport... Storia del peggior fallo di tutti i tempi

Chi non vuole contatti, vada pure a giocare a tennis.
(Felipe Melo Vicente de Carvalho)

Forse pensate ancora che il calcio sia uno sport divertente. Non provate a negarlo. Voi, comodamente stesi sul divano con la birra appena estratta dal frigorifero, come potete credere che la sofferenza si possa annidare in quel rassicurante rettangolo verde? E’ solo un gioco, giusto?

Quel “gioco” comincia alle 12.45 del 23 febbraio 2008, allo stadio St Andrew’s di Birmingham. L’Arsenal in lotta per il titolo affronta in casa il neopromosso Birmingham City. Mike Dean fischia l’inizio del match, il sole splende e mancano centoquaranta secondi all’Apocalisse.

E’ appena scoccato il secondo minuto quando Clichy verticalizza per Eduardo, il numero 9 dei Gunners. L’attaccante croato di origine brasiliana si gira, vede lo spazio, tenta la percussione sulla trequarti avversaria. Di fronte a lui c’è Martin Taylor, il centrale destro della formazione di casa. E’ un ragazzone inglese di quasi due metri, appena rientrato dal prestito al Norwich, in Championship. Nella sua carriera ha vinto soltanto una Coppa di Lega con il Blackburn, la nazionale l’ha sfiorata appena a livello giovanile.

Non un campione: semplicemente uno che sa fare il proprio dovere. E il suo dovere è, in questo caso, fermare quel dannato centravanti.

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Accade tutto in pochi attimi, ma i successivi replay evidenzieranno la drammaticità dell’evento. Eduardo sposta la palla con l’interno del piede sinistro. Non lo fa con particolare rapidità, non si destreggia con una finta di corpo, non azzarda alcun doppio passo. Si limita a spostare la palla. Quel tanto che basta per far sì che il mirino di Taylor si posi sulla sua caviglia. Perché ormai il difensore è partito come un autotreno, impossibile stopparlo. Piega il ginocchio sinistro, inclina il proprio corpo da rinoceronte, e via: lascia andare la gamba destra. Quasi sperando, nell’ultimo momento di lucidità, che in quel metro quadrato ci sia ancora la sfera. In questi casi il gergo calcistico viene in nostro soccorso con un’espressione ormai abusata. Piede a martello. No, in quel sabato tiepido di fine febbraio, il piede di Martin Taylor non assomigliava ad un martello. Piuttosto, era una mazza ferrata.




Eduardo cade a terra, privo di sensi. Per qualche secondo la normalità non sembra essere scalfita. Taylor si volta verso l’arbitro e fa una smorfia. Le labbra si contraggono, piene di dubbio. Come a dire: “Non gli avrò fatto così male, no?”. Flamini lo manda a quel paese, Adebayor è incredulo. Ma l’espressione più significativa è quella di Cesc Fàbregas, forse il primo ad accorgersi dell’accaduto. Si mette le mani sulla fronte, strepita, richiama l’attenzione della panchina. Il suo sguardo è pietrificato, pieno di disperazione. Arriva a consolarlo Sebastian Larsson, il suo avversario di reparto: “Avanti, ricominciamo a giocare”. Come se fosse semplice. Aljaksandr Hleb, centrocampista bielorusso che pochi mesi più tardi si accaserà al Barcellona, guarda il cielo e si lascia sfuggire un colpo di tosse. Per un attimo, pare sul punto di svenire. Wenger si aggiusta la cravatta, in un vano tentativo di apparire tranquillo. Poi si volta verso i collaboratori, chiede informazioni. Poche ore dopo, davanti ai microfoni, affermerà: “Questo tipo non dovrebbe più giocare a calcio”.

Martin Taylor, a cui Dean ha sventolato in faccia il cartellino rosso, se la caverà invece con sole tre giornate di squalifica (oltre a numerose minacce di morte da parte dei sostenitori dei Gunners). La diagnosi per Eduardo è stata decisamente peggiore: frattura scomposta di tibia e perone con lussazione della caviglia (inizialmente si temeva persino la rottura dello stinco). Secondo quanto riportato dai tabloid, il difensore dei Blues di Birmingham si sarebbe presentato il pomeriggio stesso al Selly Oak Hospital per chiedere perdono all’avversario di persona: ha potuto vederlo soltanto la mattina successiva, dopo gli accertamenti.

Scuse accettate? Non proprio. Intervistato dalla tv croata appena uscito dall’ospedale, l’attaccante ha dichiarato: “Niente di vero. I giornali si sono inventati tutto, Taylor non è mai venuto a trovarmi. Se non lo denuncio, è solo perché sarebbe difficile dimostrare l’intenzionalità del suo gesto di fronte a una corte”.
Eduardo è tornato a giocare 10 mesi dopo con le riserve dell’Arsenal. Un prezzo tutto sommato accettabile, dopo l’intervento che poteva costargli la carriera. Adesso è il centravanti dello Shakhtar Donetsk: nell’ultima stagione ha segnato 12 reti in 18 partite di campionato. Chissà se, ogni volta che tocca quella palla maledetta, si ricorda di Birmingham-Arsenal di otto anni fa.

Per la cronaca, la partita finì 2-2, con un rigore segnato allo scadere dal Birmingham. Oltre al danno, la beffa. Ma tanto è solo un gioco, giusto?

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex

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