Sor Carletto Mazzone, l’allenatore del popolo Sor Carletto Mazzone, l’allenatore del popolo
Vorrei fare una dedica per questa vittoria al calcio italiano e al mio maestro Mazzone: sono orgoglioso di averlo avuto come tecnico. Parole di... Sor Carletto Mazzone, l’allenatore del popolo

Vorrei fare una dedica per questa vittoria al calcio italiano e al mio maestro Mazzone: sono orgoglioso di averlo avuto come tecnico.

Parole di Pep Guardiola, nel maggio 2009, subito dopo aver alzato al cielo la Champions League con il Barcellona. Si, perchè la bacheca dei trofei di Carlo Mazzone sarà anche vuota, ma vuoto non è lo spazio che Sor Carletto occupa nel cuore di chi ha avuto la fortuna di incrociarlo nel corso del suo cammino. Come appunto Guardiola nella sua parentesi bresciana. Come noi, che qualche metro quadro di spazio tra le pareti del nostro cuore per uno come Carlo Mazzone lo troviamo sempre.

Già, il palmares di Carlo Mazzone: 1 Coppa di Lega Italo-Inglese conquistata nel 1975 con la Fiorentina. Stop. Non certo il trofeo dei sogni per chiunque abbia tirato almeno una stincata ad un pallone in vita sua. Eppure, tra appassionati e malati di calcio come noi, il nome di Carletto Mazzone è semplicemente leggenda, molto più di gente che ha alzato coppe, conquistato scudetti, vinto campionati e trofei.

Perchè, come ci piace ripetere, il risultato del campo conta fino a un certo punto. Quello che conta, per noi, alla fine dei 90 minuti, della stagione, della carriera, potersi guardare indietro e poter essere soddisfatti di aver lasciato qualcosa nel cuore dei propri tifosi. Potersi guardare indietro e dirsi che si, magari nemmeno questa volta abbiamo vinto, ma abbiamo dato tutto quello che avevamo e anche di più. Ed è questo, solo questo, quello che conta.




E Carletto Mazzone, fidatevi, è sempre stato uno che in campo, dalla panchina, ha sempre dato qualcosa in più di quello che aveva. Una persona onesta, sincera, senza filtri. Un allenatore del popolo insomma, uno di quelli che puoi tranquillamente trovare in tuta al bar del paese la domenica mattina, mezzora prima della partita, grappino in mano, pronto ad andare a guidare la squadra. Ma sempre con la consapevolezza di non avere nulla da recriminarsi.

Perchè rimanere se stessi, anche quando si allena per 30 anni in serie A, è una di quelle cose che ci fanno sentire orgogliosi di vivere il calcio come lo viviamo noi.

Sono sempre stato un cane sciolto. Avanti tutta, come un navigatore solitario. Mai avuto padrini, né sponsor. Mai fatto parte di lobby di potenti dirigenti, mai goduto del favore di giornalisti condiscendenti o di raccomandazioni. Se ho ottenuto qualcosa lo devo a me stesso, alla mia determinazione e alla passione che ho messo nella mia carriera. E sono orgoglioso di essere un grande professionista, magari non un grande allenatore, ma certamente un professionista e un uomo perbene.

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30 anni vissuti sempre alla stessa maniera, senza mai mollare un centimetro. In panchina, prima durante e dopo la partita. La sua gestualità quasi teatrale, plateale, ma senza mai risultare costruita, lo caratterizzava in maniera totalizzante. Le sue urla, con puntate frequenti nel dialetto romanesco più profondo, che rimbombavano portate dall’eco fino alla città più vicina. Le volte, non poche a dire il vero, in cui la brocca partiva e andava, e allora giù di imprecazioni e vaffanculi.

Ma senza mai dimenticare di chiedere scusa nel post partita, magari, o di andare a stringere la mano ad arbitro e avversari, oggetti degli improperi fino a pochi minuti prima. Proprio perchè chi sa che il calcio è una malattia, è consapevole del fatto che quella maledetta brocca possa partire, e allora chiedere scusa non è un problema. Lo stesso Mazzone scherzava dicendo di avere un fratello gemello che la domenica scendeva in campo ad allenare. Bè, mica tanto sbagliato.




30 anni di panchine in serie A non si vedono tutti i giorni. Parte dall’Ascoli nel 1968, anno di rivoluzioni, voluto dal Presidentissimo Costantino Rozzi, altra icona del calcio popolare e di provincia, e porta la squadra marchigiana in serie A con due promozioni in tre anni. Poi, Firenze, Catanzaro, e nel 1980, di nuovo Ascoli.

Si, perchè il rapporto con il Presidentissimo è di quelli forti, e il legame con Ascoli Piceno sfiora il viscerale. Insieme, Rozzi e Mazzone scrivono pagine indimenticabili del calcio provinciale. “Se Mazzone decide di andarsene non gli sparo, ma lo faccio rapire, sequestrare.” dice una volta il Presidentissimo, evidentemente soddisfatto da quanto Sor Carletto stava facendo sulla panchina della sua squadra. Indimenticabili i derby caldi, caldissimi, tra Ascoli e Sambenedettese. Tanto che, quando qualche suo calciatore era spaventato da una partita a San Siro, o all’Olimpico, o in uno dei tempi sacri del calcio italiano, Mazzone amava ricordargli che quello era nulla in confronto ai derby tra Ascoli e Samb.

Poi, dopo un sesto posto e quattro salvezze consecutive ad Ascoli, gira l’Italia tra Bologna, Lecce, Pescara, fino all’approdo al Cagliari nel 1991. Qui porta la squadra sarda in Coppa Uefa. Certo, con gente come Lulu Oliveira ed Enzo Francescoli non è proprio un miracolo di quelli clamorosi, ma è comunque un risultato che fa rumore. E infatti, arriva la chiamata della sua Roma. Aria di casa, profumo di buono. Niente di eccezionale sul piano dei risultati, un settimo e due quinti posti. Ma, anche qui, il merito di lanciare in prima squadra, senza paura, un giovane biondino che sembrava potesse avere un futuro luminoso nel calcio italiano: Francesco Totti.

Si, perchè Carlo Mazzone ha un rapporto particolare con i campioni. Perchè i campioni sanno riconoscere un cuore grande e sanno di potersi affidare a lui. Sanno di essere in buone mani e possono lasciare a Sor Carletto tutto quello che hanno. Così, dopo aver compiuto un’impresa che è riuscita solo a pochi bipedi senzienti sul Pianeta Terra, vale a dire concludere un’intera stagione sulla panchina di una squadra presieduta da Lucianone Gaucci (Perugia 1999-2000), all’alba del nuovo millennio il nostro approda a Brescia.

Qui, convince Roberto Baggio, si, un altro campionissimo, a spostare il suo genio in terra lombarda. E siccome i campioni sanno che su Mazzone possono contare, il Divin Codino fa inserire nel suo contratto una clausola, una postilla. Se mandate via Carlo Mazzone, io posso sentirmi libero di prendere la mia strada.

E, a Brescia, proprio per la presenza di Roberto Baggio, Carletto Mazzone mette un altro mattoncino, forse passato inosservato ai meno attenti, per i futuri successi del calcio italiano. C’è questo giovane trequartista dallo sguardo che sembra addormentato ma con un piedino che fa quello che vuole. Si chiama Andrea Pirlo e fino all’arrivo di Baggio ha sempre giocato da numero 10.

Ma ora non si può, ora c’è il Divino. Come si fa? Semplice, Pirlo in panchina non ci va, Sor Carletto il talento se lo tiene stretto. Pirlo si sposta qualche metro indietro, e, piano piano, diventa uno dei registi più forti della storia del calcio italiano. Senza Carlo Mazzone il calcio italiano sarebbe stato un po’ più povero, magari. Magara, anzi, per dirla alla Mazzone.

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Brescia, dicevamo. Altra terra di grosse rivalità, specie con quelli che hanno la maglia neroazzurra e giocano a Bergamo. Brescia-Atalanta, settembre 2001. Dal settore ospiti, come di consueto, partono parole non proprio al miele, verso i familiari di Carletto Mazzone, verso la città di Roma, verso dio solo sa cos’altro. Ordinaria amministrazione sui campi di calcio, specie per chi, come Carlo Mazzone, ne ha viste di cotte e di crude.

Ma quel pomeriggio no, quel pomeriggio Carlo Mazzone non vuole tenerseli quegli insulti. Sarà anche perchè l’Atalanta è in vantaggio per 3-1 e perdere non gli piace. FIguriamoci perdere contro quelli che ti stanno infamando famiglia, morti e città. No, Carletto Mazzone oggi ha deciso che non c’è un singolo motivo per tenersi quegli insulti, Carletto Mazzone oggi ha deciso che non sa come, non sa quando, ma gliela farà pagare ai tifosi dell’Atalanta. Sul 3-1, in maniera apparentemente incosciente, promette il pareggio ai tifosi atalantini.

Promette il pareggio, e non solo quello. Promette che quella partita non finirà così e lui andrà da loro a pareggiare anche il conto delle offese, perchè un Galantuomo sa quando è il momento di incassare, ma sa anche quando è il momento di restituire tutto con gli interessi.

Ma la plateale promessa di Mazzone, per realizzarsi, ha bisogno di un intervento divino, visto il punteggio. Un intervento divino, o del Divino, perchè si, il piede di Roberto Baggio dipinge prima la girata del 2-3. Carletto Mazzone rivolge uno sguardo di sbieco alla curva ospite. Quando le speranze di rivalsa sembrano oramai infrante, all’ultimo respiro, negli ultimi 60 secondi di recupero, il pennello del Divin Codino dipinge su punizione la parabola del 3-3.

E’ l’apoteosi. Il Rigamonti esplode di felicità, il cuore di Carletto Mazzone esplode di qualsiasi cosa ci fosse dentro: rabbia, passione, odio, gioia, vendetta, felicità. E’ un turbinio di emozioni quello che spinge un uomo di 64 anni in una corsa folle, irrazionale, eroica verso la curva atalantina. Nessuno riesce a fermarlo, nessuno lo tiene. E lui arriva lì, sotto la curva atalantina che non sa se restare immobile ad ammirare la storia che si sta scrivendo o rovesciare altri insulti contro Mazzone.




Ma a Mazzone non interessa più: la sua promessa è diventata realtà, il Galantuomo ha potuto tenere fede alla sua promessa. Non sono proprio parole da Galantuomo quelle che Carletto Mazzone rivolge alla curva atalantina, no, ma d’altronde, tutti noi ci siamo sentiti un po’ lui in quel momento.

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Chi, almeno una volta nella vita, non avrebbe voluto mollare tutti gli ormeggi e correre libero, spensierato, strafottente, verso chi ci ha insultato, oltraggiato, maltrattato, deriso. Quella corsa di Carlo Mazzone era una corsa contro le ingustizie della vita, non solo contro una curva avversaria.

Quella è una delle immagini simbolo che noi delinquenti ci portiamo nel cuore. Si, noi che viviamo il calcio visceralmente, come una metafora maledettamente reale della vita, almeno una volta nella nostra esistenza, abbiamo sognato di correre sotto quella curva come te, Carletto. Onore a te, icona popolare e baluardo di un calcio che ormai non c’è più.

Valerio Nicastro
twitter:@valerionicastro

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  • Giosafat Scura

    luglio 8, 2014 #1 Author

    Date il Pulitzer a questi ragazzi!

    Rispondi

  • vivino

    agosto 11, 2014 #2 Author

    io c’ero quel giorno ricordo tutto, il pareggio insperato di baggio e mentre esultavo come un pazzo, mi volto e vedo mazzone correre sotto la curva bergamasca,è stato un pomeriggio che mai scorderò.

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  • Michelangelo

    dicembre 26, 2014 #3 Author

    Non ho parole. Siete fenomenali, grazie !!!

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