Alexi Lalas: il calcio a modo mio Alexi Lalas: il calcio a modo mio
I capelli posso tagliarmeli, in nazionale Milutinovic me l’ha imposto e mi sono adeguato, ma la barba no, ce l’ho dai tempi del liceo.... Alexi Lalas: il calcio a modo mio

I capelli posso tagliarmeli, in nazionale Milutinovic me l’ha imposto e mi sono adeguato, ma la barba no, ce l’ho dai tempi del liceo. Il pullman che ci portava a scuola lo guidava un uomo che aveva la barba fino alle ginocchia, era grande e grosso, era un tipo calmo, sembrava un filosofo. Io mi ispiro a lui.

Panayotis Alexander “Alexi” Lalas è un tipo strano. Devono averlo pensato in parecchi quando lo hanno visto sbarcare a Padova. Barba lunga, rossa rigorosamente incolta, folta chioma riccia e chitarra sulle spalle. Eppure non è uno sconosciuto, non per chi segue abitualmente il calcio.

Quella estate, siamo nel 1994, si giocano i mondiali negli Usa. Fa un caldo torrido. E chi se li scorda quei mondiali? Per l’occasione la nazionale statunitense deve affidare la missione di guida ad un uomo speciale. E’ un vagabondo del pallone, del quale vi abbiamo già raccontato, si chiama Bora Milutinovic. E’ a lui che Alexi deve dire grazie se quando arriva a Padova non è uno sconosciuto. Milutinovic ha girato in lungo ed in largo per tutti i continenti, è uno spirito libero. Proprio come Lalas, che oltre all’aspetto di un figlio dei fiori, ne possiede anche l’animo.

Il nome Panayotis Alexander, che da tutti verrà abbreviato Alexi, lascia spazio a pochi dubbi: il padre infatti viene dalla terra di Platone. E’ un professore, che più tardi farà parte anche dell’osservatorio nazionale in Grecia. Ma lo spirito ribelle, l’indole istrionica e quel fare scanzonato è lecito pensare siano opera dei geni materni. La madre è infatti scrittrice e poetessa, mente brillante e raffinata.

Soccer - FIFA World Cup USA 1994 - USA v Romania

Inizia all’età di 11 anni a giocare a pallone. Fa parte di uno dei suoi molteplici interessi che comprendono musica, lettura, filosofia e tanto altro. All’età di 22 anni, anno di grazia 1992, viene notato da alcuni emissari dell’Arsenal che lo scritturano per un provino. Non è quello che cercano e viene liquidato in breve tempo. I mondiali di casa si avvicinano e Alexi vuole farsi trovare pronto. Non gli basta partecipare, sa che lo guarderà tutto il mondo. Vuole stupire, e non solo per il suo look che inevitabilmente catturerà l’attenzione.

La vita è strana a volte, il mondo del calcio non ne parliamo. Non hai mai giocato una partita da professionista e ti ritrovi titolare ,al centro della difesa, a proteggere Tony Meola, portiere e capitano, dalle incursioni avversarie. Con uno stadio e migliaia di occhi puntati addosso. E ci riesci anche piuttosto bene a giudicare dal passaggio del turno nella fase a gironi. Ma agli ottavi è un’altra storia, agli ottavi c’è il Brasile di Romario, Bebeto e Dunga. Gli Stati Uniti ci provano, davanti ad ottantacinquemila spettatori e forti dell’uomo in più, in seguito all’espulsione di Leonardo, per una gomitata rifilata all’americano Ramos. Ci prova anche Lalas randellando a destra e a manca, come tutti i suoi compagni d’altra parte, ma non è sufficiente. Gli Usa si devono inchinare a Bebeto, che con un rasoterra preciso non lascia scampo al portiere di casa. Ma non importa. Quei ragazzi che prima non conosceva nessuno ora fanno parlare di sè. In particolare quel difensore centrale, dall’aspetto trasandato, sembra che a calcio sappia giocare. E se Lalas viene ingaggiato dal Padova nell’imminente sessione di mercato, per 400 milioni di lire, deve ringraziare solo e soltanto Bora.

Quando ho incontrato Bora Milutinovic per la prima volta ero solamente un ventiduenne punk che non aveva mai pensato al suo posto nel mondo. Mi ha insegnato a giocare e mi ha dato una nuova collocazione in campo per cui, nella mia immaginazione, quell’uomo è un genio assoluto.

Arriva al Padova che è appena stato promosso dalla serie cadetta. Serve almeno un rinforzo per tutti i reparti. In attacco si pensa a Goran Vlaovic. Molto bene, in quanto risulterà decisivo con le sue reti per la salvezza finale. Per il centrocampo si vira su Michael Kreek. Bene anche qui, un suo goal su rigore deciderà lo spareggio salvezza contro il Genoa. In difesa, come detto, arriva lui, Alexi Lalas: sandali ai piedi, camicia a quadri e chitarra sulle spalle. E’ il primo americano della storia a mettere piede su un campo da calcio italiano.

L’inizio non è dei più promettenti, la squadra ha bisogno di conoscersi ed è guidata da un novello Sandreani, ancora sprovvisto di patentino al via del torneo. La prima suonata arriva subito, contro la Sampdoria, ed è di quelle epiche. 5-0 senza diritto d’appello. Alexi Lalas non si scoraggia e nel post partita fa subito emergere la sua indole filosofica, perché nello sport la sconfitta è naturale tanto quanto la vittoria.

La Sampdoria ha suonato troppo forte, noi non siamo riusciti a tenere il ritmo.

Non va meglio nelle giornate successive, con i biancoscudati che arrivano alla sesta giornata contro il Milan con 15 goal al passivo. Qui qualcosa cambia, proprio quando meno te lo aspetteresti. I rossoneri non perdono a Padova dal 1960 ma stavolta le cose vanno diversamente. Lalas gioca la classica partita da tramandare ai posteri, impreziosendola con la rete del vantaggio che spiana la strada al 2-0 finale.

Alexi prova a portare di qua dall’Oceano quello che manca, la spensieratezza dello sport. Non ama le contestazioni, specie se rivolte ai propri compagni di squadra. Andrà infatti a battibeccare con i propri tifosi , rei di aver esposto uno striscione offensivo nei confronti del “Nanu” Galderisi.

lalas3

Si esibisce con la propria chitarra alla Domenica Sportiva, come fosse la cosa più naturale del mondo. Ed in effetti per lui, con una band con all’attivo 5 dischi, è proprio così. “Ciao bella come stai?” si rivolge alla conduttrice in studio prima di imbracciare la chitarra. E’ spontaneo, genuino, odia le regole ed il conformismo. Se qualcosa gli balena nella mente lo fa, senza pensarci troppo. Come quella volta che a Padova, di notte, dal suo garage provenivano delle urla e dei rumori e i vicini chiamarono i Carabinieri. Entrati aspettandosi di tutto vi trovarono il solo e beato Alexi, che stava calciando il pallone contro la serranda usata a mo’ di porta e nel mentre urlava la telecronaca di una partita che stava vivendo solo nella sua testa. Che personaggio meraviglioso.

O come in quella famosa intervista in cui l’inviato gli chiede un parere riguardo il tecnico Boemo Zdenek Zeman, che qualche giorno prima lo aveva criticato, al quale risponde “Zeman è un…vaffanculo!
C’è chi racconta di averlo visto più volte per strada in ciabatte a giocare con i ragazzini a pallone, non ci stupiremmo.

Difficile dire se fosse lui poco adatto a questo mondo del pallone o viceversa quest’ultimo ad essere troppo serioso per un personaggio del suo calibro. Quel che è certo è che la sua avventura nel nostro paese non sarebbe potuta durare a lungo. Se ne va dall’Italia nel 1996 per tornare negli Stati Uniti che, nel frattempo, sono riusciti ad imbastire un proprio campionato professionistico, la MLS. New England Revolution, MetroStars, Kansas City Wizards per finire nei Los Angeles Galaxy squadra in cui ottenne più soddisfazioni dal punto di vista personale.

Penso che in Italia nessuno avesse mai visto uno come me, per via del mio aspetto, del mio modo di essere, delle cose che dicevo.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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