Quando c’era lo stopper: vita in simbiosi Quando c’era lo stopper: vita in simbiosi
In termini scientifici e biologici, la simbiosi sta ad indicare vari modi di convivenza tra organismi di specie diversa, animali o vegetali. In senso... Quando c’era lo stopper: vita in simbiosi

In termini scientifici e biologici, la simbiosi sta ad indicare vari modi di convivenza tra organismi di specie diversa, animali o vegetali. In senso figurato, letterario, sta ad indicare stretta unità, intima associazione, coesistenza e compenetrazione di fatti ed elementi diversi. In termini calcistici, la simbiosi sta ad indicare il rapporto tra lo stopper e il centravanti.

Già, lo stopper, icona di un calcio in via di estinzione, sempre più orientato ai difensori con i piedi buoni, capaci di impostare la manovra prima ancora che di fermare gli attacchi avversari. A noi, il ruolo del difensore centrale piace ricordarlo così, come quando c’erano ancora gli stopper.

Quelli che si attaccavano al centravanti avversario dal venerdi sera e lo mollavano solo la domenica sera, dopo essersi accertati che avesse fatto la doccia. Quelli che entravano sottopelle, sottotraccia, sottobestemmia nella testa del numero 9 avversario. Quelli che invece che entrare nella testa preferivano entrare sulla caviglia al calcio d’inizio, per far capire che intenzioni avevano.

Quelli che ricevevano precise istruzioni e per i quali quello che facevano gli altri 20 in campo e il pallone non esisteva: esisteva solamente il proprio uomo, da seguire ovunque, ad ogni costo. Quelli che alternavano i respiri: uno tu, uno io, fino a magari fargli esalare l’ultimo. Quelli che passavano un’intera partita ad elencare tutte le malefatte della moglie al malcapitato di turno.

Determinati, concentrati, cattivi se serviva, fedeli alle istruzioni di un grande come Nereo Rocco: “A tuto quel che se movi su l’erba, daghe. Se xe ‘l balon, no importa.”  L’extrema ratio rerum della difesa, quello che, quasi sempre, doveva mettere una pezza agli errori dei suoi compagni, quello che, più di tutti quelli in campo, era designato per allontanare i pericoli.

Per essere un buono stopper, se ancora qualche allenatore crede nel ruolo, bisogna adottare un certo stile di vita, bisogna essere concreti e con i piedi ben attaccati al terreno di gioco. Bisogna rassegnarsi a vedere gli altri gioire da lontano, bisogna rassegnarsi a giocare in uno spazio vitale ben determinato. Per essere un buono stopper, bisogna far proprio la massima “a mali estremi, estremi rimedi“.

Se c’è da tirare un calcione per fermare il centravanti, pazienza, lo si tira. Se c’è da strattonare una maglia per evitare che l’avversario ci sfugga, pazienza, si strattona. Se c’è da beccarsi uno, o anche due, cartellini gialli quando la situazione si è fatta disperata, pazienza, ce li si becca.

Perchè, oltre a grinta, cattiveria e tempismo, per essere buoni stopper, bisogna anche avere una certa serenità d’animo ed accettare che certe volte nel calcio il male può essere necessario. Che,  anche e soprattutto nel calcio, il fine giustifica i mezzi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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