Steven Gerrard e altri dieci Steven Gerrard e altri dieci
Ci sono giocatori che rappresentano un Club, la sua storia e le sue emozioni. Ci sono giocatori nati e cresciuti con quell’unica maglia addosso,... Steven Gerrard e altri dieci

Ci sono giocatori che rappresentano un Club, la sua storia e le sue emozioni. Ci sono giocatori nati e cresciuti con quell’unica maglia addosso, che solo pensarli altrove, con altri colori, non è proprio possibile. Non senza versare una lacrima. Ci sono giocatori per cui la parola icona, leggenda, bandiera va persino stretta. Troppo grandi per essere odiati, troppo forti per non amarli.

C’è una squadra di Liverpool, il Liverpool Football Club, e c’è un capitano Steven Gerrard. Colui che rappresenta tutto, l’unico non rimpiazzabile. C’è Steven Gerrard e ci sono altri dieci giocatori. Dudek , Finnan, Carragher, Hyppia, Traore. Luis Garcia, Xabi Alonso, Rise. Kewell e Baros. E Steven Gerrard. Steven Gerrard e altri dieci. E non importa se questa è la formazione scesa in campo nella notte di Istanbul, capace di una rimonta di 3 goal che ha dell’incredibile e per la quale servirebbe una storia a parte.

Capace di alzare la coppa Campioni a ventun anni di distanza dall’ultimo successo nel massimo trofeo continentale. Non importa. Non c’è più nessuno di quei dieci che indossa una maglia rossa con il Liverbird sul petto, non uno che accarezzi ancora l’erba di Anfield ogni sabato pomeriggio in cui il Liverpool Football Club gioca tra le mura amiche. Rimane solo lui. La 8 sulla schiena e la fascia da capitano al braccio. L’orgoglio della parte rossa del Merseyside. L’orgoglio del Liverpool.

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Per capire cos’è Gerrard e quanto rappresenti per i suoi colori bisogna partire dal 15 aprile 1989. Dalla semifinale di FA Cup a Sheffield tra Nottingham Forest e Liverpool. Dai 96 morti di una delle più grandi stragi che il mondo del calcio abbia mai conosciuto, quella di Hillsborough.
Tra queste vittime ci sono tanti giovani, addirittura alcuni bambini. C’è John Paul, cugino di Steven, che allora ha solo 10 anni.

È stata dura quando ho saputo che uno dei miei cugini aveva perso la vita, vedere la reazione della sua famiglia mi ha spinto a diventare il giocatore che sono oggi.

Steven nasce a Whiston, piccola cittadina del Merseyside, da genitori con un’unica fede incrollabile, di colore rosso. Dopo una breve trafila nei Whiston Junior viene subito notato dagli scout delle maggiori società inglesi, tra cui ovviamente quelli del Liverpool. La scelta è quasi scontata, naturale. Approda all’Accademy del Liverpool nonostante la pressione del Manchester United fosse molto insistente. Ma è difficile per un ragazzino di Liverpool resistere al richiamo della Kop. Uno scouser ai piedi della Kop, si può chiedere di più a questa esistenza?

Quello che la gente ammira a Melwood, nel centro di allenamento della squadra, è un giocatore ancora acerbo ma instancabile, dotato di una personalità debordante. Non è ancora il box to box player che abbiamo ammirato negli anni migliori della carriera. Predilige interrompere la manovra avversaria piuttosto che impostarla, ed inizia ad apprendere per diventare grande. Corre e impara. Tutto per farsi trovare pronto per quando dovrà scendere e giocare per la sua gente. Non aspetta altro. L’occasione non tarda ad arrivare, ha 18 anni quando l’allenatore Gerard Houllier lo manda in campo per la prima volta in prima squadra. Steven deve però fare i conti con vari infortuni all’inguine che tormenteranno tutta la prima parte della sua carriera, costringendolo a vari interventi chirurgici.

L’anno della consacrazione è il 2001. Trova la continuità fino ad allora agognata, e il resto arriva di conseguenza. Non ha mai smesso nel frattempo di imparare. Corre e contrasta. Ma ora sa anche tirare, lanciare e inserirsi.

Col destro e col sinistro, quasi indistintamente. Ora quel giocatore non è più acerbo, è un centrocampista totale. E’ pronto a prendere per mano la sua squadra e trascinarla a grandi traguardi. In quella storica annata i Reds portano a casa il treble: FA cup, Coppa di Lega e Coppa Uefa. Gerrard gioca 50 partite realizzando dieci reti e venendo eletto miglior giovane della Premier League. Arriveranno a breve anche il Charity Shield e la Supercoppa Europea ai danni dei campioni d’europa del Bayern Monaco. In campo Stevie G è ovunque, recupera il pallone e lo lancia a 40 metri di distanza facendolo arrestare sullo scarpino di Michel Owen, o trovando la testa di Milan Baros. Sempre preciso, mai un centimetro più in là. La fascia è ancora sul braccio del Finlandese Sami Hyppia ma non ci resterà ancora per molto. Non può restarci ancora per molto. C’è Steven che la richiama, la pretende come un pallone che esce dalla difesa e deve passare dai suoi piedi, per forza di cose.

Nel 2003 diventa capitano, del Liverpool Football Club, della sua gente e della sua città. E’ l’ultima eredità che lascia Houllier al Club, la più preziosa. Arriva Rafa Benitez che lo mette al centro del progetto tecnico. Steven Gerrard e altri dieci. E Arriva la notte di Istanbul. Nel 2005. Arriva grazie al goal decisivo del capitano contro l’Olympiakos nei minuti finali, che vale la qualificazione agli ottavi.

Arriva perché Gerrard è il primo a crederci, nello spogliatoio, a Istanbul, sotto di tre reti. Con cinquantamila persone che intonano You’ll Never Walk Alone e non si vogliono rassegnare a tornare a casa a mani vuote. Steven accorcia al 54’ e si procura il rigore che poi varrà il pareggio di Xabi Alonso. Il resto è storia, come direbbe qualcuno. A chi gli chiede se è sicuro di rimanere a Liverpool per il prosieguo della carriera (c’erano stati per tutto l’anno rumors di un suo possibile passaggio al Chelsea) risponde così:

Come potrei pensare di lasciare Liverpool dopo una notte come questa?

Gerrard rimane , vince un’altra Fa Cup e viene eletto giocatore dell’anno in Premier League.
Con la gestione tecnica di Benitez le coppe vengono assolutamente privilegiate rispetto al campionato e così nel 2007 il Liverpool vince la Community Shield e si ritrova nuovamente in finale di Coppa Campioni contro il Milan, ad Atene.

Quello che il destino a volte ti da, altre volte te lo toglie. E così questa volta è Gerrard a piangere ed il Milan a sollevare la coppa dalle grandi orecchie.

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Steven sa che si prospettano anni bui, la società non attraversa un buon momento e alcuni giocatori sono a fine ciclo. Non è facile rinnovarsi e tornare competitivi in breve tempo ed infatti saranno tante amarezze e pochissime gioie. Solo traguardi personali, effimeri, per uno come lui che ha sempre messo la squadra davanti a ogni cosa. Sulla panchina, dopo l’abbandono di Benitez, si alternano Roy Hodgson e l’idolo di Anfield King Kenny Dalglish ma la storia non cambia. La storia del calcio inglese costretta a navigare nelle acque di metà classifica della Premier League. L’unico trofeo che manca al capitano, quella maledettissima Premier League.

Nel 2012 in panchina arriva Brendan Rodgers, dopo aver condotto magistralmente lo Swansea per due stagioni, ma le cose sembrano non cambiare più di tanto. Nella stagione successiva però qualcosa accade, la squadra è giovane, talentuosa e gioca un ottimo calcio. Certo, sulla carta non è a livello delle corazzate ,Chelsea e City su tutte, ma nessuno gioca al ritmo dei Reds.

Che infatti vincono molte partite, incantano e si trovano sorprendentemente in testa alla classifica. Battono il Manchester City nello scontro diretto, il più sembra quasi fatto. Ma Steven lo sa che non hanno ancora vinto, che non hanno ancora fatto nulla e così richiama i compagni in cerchio attorno a sè per caricarli come solo un leader sa fare. Poche parole che entrano nella testa e nel cuore di ogni giocatore. Poche parole perché Stevie G non è uno di quelli che urlano e sbraitano. Eppure è la guida che nessuno osa mettere in discussione.

Se fosse una favola adesso ci sarebbe il lieto fine, con il capitano che conquista la Premier League mancante ad Anfield dalla stagione 89-90. Dopo una cavalcata leggendaria, in rimonta, da underdog. Se fosse una favola, già… Ma la realtà è un’altra. La realtà è che proprio una scivolata clamorosa di Steven Gerrard, che cerca di controllare un pallone innocuo, spalanca la porta a Demba Ba del Chelsea che realizza un goal che spegne ogni ambizione di gloria.

Quanto può essere crudele uno sport. Quanto può essere beffarda una partita di pallone.
Nonostante questo nessuno ad Anfield ha mai smesso di amarlo. Nessun rimprovero per chi ha sempre indossato con fierezza quella maglia di un solo colore e che ogni volta che scende in campo abbassa lo sguardo ad ammirare quello stemma sul petto.

Perché tutti in fondo lo sanno, i campioni come Torres, Suarez, Xabi Alonso se ne possono pure andare. L’importante è che ci sia lui, il capitano. Steven Gerrard e altri dieci.

Quando staranno per terminare i miei giorni, non portatemi in ospedale, ma ad Anfield. Qui sono nato e qui voglio morire.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo