Oklahoma City-Golden State. Pochi secondi alla fine del match, il tabellone è inchiodato sul 118-118. Il ragazzo con il numero 30 sulle spalle e...

Oklahoma City-Golden State. Pochi secondi alla fine del match, il tabellone è inchiodato sul 118-118. Il ragazzo con il numero 30 sulle spalle e la maglia nera ha già scritto la sua pagina di storia quotidiana. Già, perchè forse ci siamo abituati al meglio, ma questo qui quasi ogni giorno scrive una pagina di storia del basket. In ogni caso, per quel ragazzo con la 30 sulle spalle, 12 triple nella partita, 288 in stagione.

Il record precedente? Sempre il suo, 286, solo che, ragazzi, ma siamo a fine febbraio, su

Torniamo a quel 118-118. Che è la sintesi del fenomeno Steph Curry. Che è la spiegazione del motivo per cui non sia comprensibile secondo le dinamiche con cui abbiamo spiegato -e compreso- la pallacanestro fino ad oggi. Alla fine della partita, che è stata già bellissima, intensa e tirata (pure troppo per una normale partita di regular season) mancano poco meno di una decina di secondi.

Una decina di secondi, nel basket, sono una vita. E, se la palla tra le mani ce l’ha Steph Curry, quella vita può diventare parecchio complicata per chi deve trovarsi dall’altra parte della barricata, con le ginocchia piegate. Perchè se c’è una cosa che non puoi fare con Steph Curry, è conoscere la sua prossima mossa. Non è un giocatore prevedibile. Stephen Curry è un universo parallelo che rovescia le regole della fisica del gioco inventato dal professor Naismith.

Se mancano sei, sette, otto secondi alla fine della partita, con il punteggio in parità e la palla da portare nell’altra metà campo, fino ad oggi, noi umani siamo stati abituati a considerare un numero di opzioni piuttosto definito. Il playmaker che porta la palla di là, gli altri che liberano lo spazio per l’uno contro uno, un pick and roll, un penetra e scarica per un tiratore piazzato nell’angolo, un arresto e tiro dal palleggio. In linea di massima, queste le opzioni considerabili nell’universo e nel pianeta da noi abitato, per chiudere una partita con sei, sette, otto secondi che corrono all’indietro sul cronometro e la palla da portare dall’altra parte.

Ecco, il nostro universo. Perchè il 30 di Golden State, arriva da un altro universo, da un altro pianeta. Semplicemente non è umano e non è comprensibile con i canoni umani della pallacanestro. Perchè solo Steph Curry, sul 118-118 e con 3 secondi ancora da giocare, può inventarsi un arresto e tiro in corsa, da oltre nove metri, a tutta velocità. Con la palla che finisce senza esitazione alcuna nella retina. Si, solo Stephen Curry può inventarsi una cosa del genere. Chissà da che pianeta viene.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro