Stefano e Roberto, ancora qui Stefano e Roberto, ancora qui
Il calcio, da sempre, è uno sport di squadra. Serve una spalla, una metà che completi l’idea di perfezione. Come quei due burloni in... Stefano e Roberto, ancora qui

Il calcio, da sempre, è uno sport di squadra. Serve una spalla, una metà che completi l’idea di perfezione.

Come quei due burloni in pieno stile anni ’80, che scherzano davanti a una telecamera. Li vedete? «Ma chi è B1, e chi B2?». «B1 sono io, perché sono quello maggiore». «E vi definite una coppia?». «Sì, siamo in due, quindi siamo una coppia». «Dove volete arrivare?». «In campo cerchiamo di dare il massimo. Stefano è uno che, appena sbagli, ti colpisce, quindi devi stare molto attento».

Mentre uno risponde, l’altro ride. E viceversa. Cappottone nero e camicia viola uno: camicia a righe blu e cappotto bianco l’altro. Lui, venticinque anni, è Stefano Borgonovo. L’altro, di anni ventuno, fa di nome Roberto e di cognome Baggio. Vengono da una serie lunga e tortuosa di infortuni, hanno in comune una voglia matta di rivalsa e oggi, alla Viola, li chiamano la B2. Come una bomba, una coppia devastante.

Il calcio, da sempre, è uno sport di squadra. Le peripezie di Roberto le conosciamo fin troppo bene e sarebbe ingiusto dilungarci. L’altro, invece, è arrivato a Firenze in prestito. Ha aiutato la Sambenedettese a salvarsi in C1, è cresciuto nel Como, ma una botta al ginocchio l’ha costretto, tanto per cambiare, ad una riabilitazione più lunga del previsto. È di proprietà del Milan di Berlusconi, che lo ha concesso in prestito a Renzo Righetti, amico di famiglia. Così si è ritrovato alla Fiorentina: ha accettato di buon grado la soluzione, Stefano.

Arriva a Firenze sottotono, ma con tanta speranza. La prima volta, quei due, si sono incontrati per un infortunio. Su un giornale: “Baggio e Borgonovo: la Fiorentina e il Como perdono i propri gioiellini”. Roberto Baggio è sicuramente il giovane più promettente del calcio italiano: dopo l’operazione c’è bisogno di tempo per recuperare, per smaltire, per riprendersi. E pare ci stia riuscendo alla grande. Scatta, dribbla, segna: di domenica in domenica il suo numero dorato risplende sul viola della divisa.

E se lo scoglio infortuni è superato è anche merito delle mani di Vinicio Barsella, di professione pensionato, di carattere amichevole, finito su tutti i giornali e accusato di stregoneria. Doveva stare fermo quaranta giorni, Baggio. E invece, grazie alle cure di questo vecchietto dalle mani d’oro è tornato in campo prima del previsto. E ha giocato da protagonista. Vinicio ha sessanta anni, è in pensione da tempo, ha lavorato come bagnino prima e come dipendente della Manifattura Tabacchi poi. Oggi è il pranoterapista più famoso di Firenze.

In due sole sedute, un sabato pomeriggio e una domenica mattina, ha eliminato i dolori alla caviglia al nostro campioncino. Non gli ha chiesto, nulla. Nemmeno una lira. O meglio: ha accettato due biglietti che Baggio gli ha offerto per la partita successiva. Che ha subito girato ai ragazzi del quartiere: sapeva che sarebbe stato un bello spettacolo. Stefano Borgonovo rappresenta invece il classico attaccante moderno, alto e forte fisicamente, allo stesso tempo snello e con un senso del goal che ricorderà i migliori del campionato.

Si sono ritrovati, i nostri, in forma dopo i rispettivi infortuni: ma la stagione si prevede tutt’altro che rosea. Si comincia con una squadra a metà, da migliorare in tutti i reparti. Gli abbonati toscani si sono ribellati: non vogliono spendere un sacco di soldi per rischiare di passare un’altra annata lottando per la retrocessione. E qualcuno pensa già di rivolgersi all’autorità giudiziaria chiedendo risarcimento. Fanno coppia, quei due. Anche quando il destino segna percorsi opposti. In Nazionale, ad esempio, Baggio entra, si inserisce nel gruppo, serve assist importanti.

Inaugura la sua lunga storia d’amore con l’azzurro. Mentre lui, Stefano, se ne sta seduto in panchina ad aspettare il suo turno. Entra Berti, e Borgonovo si riscalda senza motivo. L’esordio è rimandato. È uno che sa aspettare, questo ragazzo. E la rivincita arriva mica tanto dopo. È il 23 marzo dell’89 quando Borgonovo, dal canto suo, decide di dimostrare a tutti il suo senso per il goal. Anche in Nazionale: ne fa tre, in 36 minuti, agli allievi del Varese. Compreso un palo clamoroso. Ok che è un’amichevole. Ma fa piacere ricevere i complimenti di Vicini. «Ha un radar, quel ragazzo». un radar per i goal. S’intrecciano, quei due. Si mescolano a correnti alterne, prendendosi palco e ribalta una domenica sì e l’altra pure.

E mentre Baggio continua a far ammattire i tifosi della Fiesole, guida la squadra sotto la curva, lancia la maglia. Mentre Baggio è indemoniato, dentro e fuori dal campo, imita i silenzi di Maradona («Da oggi parlerò solo il martedì» annuncia), si perde tra sponsorizzazioni e apparizioni in TV, film e videocassette. Mentre Baggio è alle prese con la gestione totale del suo personaggio, tra interviste pre-organizzate alla ribalta dei palcoscenici più importanti del calcio italiano, spacca la città sulla sua posizione, litiga con Eriksson, non le manda a dire, fa inviperire pure quel mite svedese venuto dal Nord Europa.

Mentre Baggio sale, Borgonovo aspetta: sa che presto arriverà il suo momento. È una domenica attesa, qui a Firenze. È il 15 gennaio dell’89 e il clima, come sempre, non è disteso. Non potrebbe esserlo. «I miei giocatori hanno già fatto indigestione di bianconero. Meglio andare al cinema, a vedere Rambo», si lancia in una drammatica quanto avventurosa dichiarazione il buon Eriksson, lo svedese dagli occhi – e forse pure il cuore – di ghiaccio alla guida della Viola. «Voglio giocatori aggressivi» rilancia.

Di fronte c’è l’odiata Vecchia Signora. Misure rafforzate, quarantamila tagliandi spariti. Chi non ha posto confida nei bagarini. La forza pubblica definisce il match come “ad alto rischio”. Si gioca Fiorentina-Juventus, e a queste latitudini non è mai una partita come le altre. Borgogoal, alla fine, risuona. È il 90esimo minuto quando Stefano riesce a incunearsi in area, spingendo la palla alle spalle di Tacconi su calcio d’angolo, battuto proprio da Baggio. Scazzottate sugli spalti, contusi, spintoni, uso degli idranti, un morto per malore nella curva Ferrovia. E il suono del coro, così dolce, così atteso: Borgogoal.

È la B2, signori. Ed è solo l’inizio. Il calcio, da sempre, è uno sport di squadra. E le storie più belle si scrivono in due. «Ho la fortuna di avere accanto un centrocampista in grado di capire i miei spostamenti, le mie intenzioni, prima che accadano», racconta Stefano. La bomba esplode, danza, segna: si divertono come dei matti, quei due. E rilanciano di domenica in domenica.

Dopo lo spettacolo contro la Juve, si replica esattamente a due settimane di distanza: stesso posto, stessa porta, stesso goal. Cross di Baggio e incornata di Borgonovo: saluti anche agli amici della Roma. Contro l’Inter capolista (che vincerà il campionato col record di punti) la partita è ancora più folle: Trapattoni va in vantaggio, e da manuale inserisce Baresi (un difensore) al posto di Berti (un attaccante).

Bastano 5 minuti, quelli finali, a Baggio e Borgonovo per ribaltare la capolista. Con tanto di doppietta siglata da Stefano. Il Franchi è in estasi. Il calendario segna il 13 febbraio 1989 e Borgogoal risuona che è una meraviglia. «Il 50% del merito dei goal che ho fatto è di Baggio» continua lui. «Non mi sarei mai aspettato un’annata così» replica l’altro. Si mischiano, Stefano e Roberto.

Si completano, si ammaliano. S’intendono come pochi con un’occhiata. Ammirateli, in campo: Baggio ispira, Stefano concretizza. Baggio sogna, Stefano rende splendida la realtà. Baggio immagina, Stefano realizza. Si alternano come una musica perfetta: goal di Borgonovo, in rovesciata, nel derby contro il Pisa. Doppietta di Baggio con il Como: «Non una partita, una perla» riportano le cronache, riferendosi alla prestazione del nostro gioiellino.

Stefano cresce e matura. E Baggio accanto a lui. A ventidue anni si sposerà, a Vicenza, con la sua Andreina. L’ha conquistata alla fine di un allenamento da Zenere, rubandole una collanina. E forse pure il cuore. Qualcuno dice che ha dovuto dare spiegazioni al parroco di Caldogno, quando si è recato per presentare i documenti per il matrimonio. Il motivo? La sua simpatia per il buddismo. «Ma no, ho soltanto letto qualche libro che mi ha aiutato a trovare serenità ed equilibrio: sono cattolico praticante» confessa lui. Si va avanti così, con la B2, per tutto il campionato. Lo chiamano il David col gel, Baggio.

Lo considerano la risposta tutta italiana a Maradona, capo di quelli che molti consideravano l’invasione degli stranieri in Serie A. Borgonovo, con Baggio, risponde alla nuova era del calcio: l’attaccante non è più quello alto, forte di testa, che fa reparto da solo. Ora c’è il goal d’astuzia, su calcio piazzato: si parte da lontano e si cavalca la fantasia. Eriksson se ne va, la B2 continua. Lo svedese saluta con la mano destra la curva Fiesole, che sembra chiedergli di restare. Anzi, ne è convinta.

L’allenatore ha annunciato il suo futuro con largo anticipo: va al Benfica, dove giocherà la Coppa dei Campioni. Ma c’è una stagione da finire, un lavoro da completare. Vogliamo vedere dove quei due vogliono arrivare. La Fiorentina si piazza al settimo posto, qualificandosi per la Coppe Europee. E immaginateveli, quei tifosotti d’inizio stagione che volevano il risarcimento per l’abbonamento. «Prima della partenza del campionato ho scommesso con gli amici che avrei fatto tra i diciotto e i ventitré goal. A me non piace perderle, le scommesse» sorride Baggio rispondendo ai giornalisti. A fine stagione saranno ventinove i goal della B2: quindici Borgonovo, quattordici Baggio. uno che sogna e l’altro che realizza. uno che segna e l’altro che fa segnare. una coppia goal ritrovata, scoperta, osannata.

Il calcio, dicevamo, da sempre è uno sport di squadra. Ma a volte anche le storie scritte in due devono fare i conti con ostacoli non programmati. Berlusconi batte cassa: si torna a Milano, Stefano. Il giorno in cui Borgonovo capisce che è finita con la Fiorentina scoppia la malinconia. «Non immaginavo di trovarmi tanto bene» ripete Roberto «pensavo avremmo segnato al massimo venti goal in due» aggiunge «resto, resto. Dove volete che vada io?». Se ne torna alla corte di Berlusconi, Stefano Borgonovo: c’è un contratto da onorare, una carriera da mandare avanti, un nuovo traguardo da segnare sul taccuino.

Segna alla prima di campionato, col Cesena. Mette a registro una tripletta al Galatasaray in amichevole, prima di rompersi il ginocchio. Ci risiamo, signora bendata: è tornata a presentare di nuovo il conto. Borgonovo si opera a Firenze, per sua volontà, rientra in tempo per metterci lo zampino alla Coppa dei Campioni vinta dai rossoneri. Si toglie qualche soddisfazione, diciamocelo.  

Finirà come all’esordio in Nazionale, ricordate? Con Stefano seduto in panchina ad aspettare il suo turno. Guarda il campo, ogni tanto va a riscaldarsi. Poi se ne torna a sedere. Non troverà più spazio. Ha un certo Marco van Basten davanti: quell’olandese s’è preso il posto da titolare e ora chi glielo toglie? Gli manca, Baggio: «È bravo con tutti e due i piedi, ma col destro riesce a fare qualunque cosa» ripete nelle interviste. «Lo conosco, non ama stare troppo in area di rigore: preferisce partire da lontano. Non sopporta troppo le marcature fisse. Per questo diventerà sempre più regista, e sarà capace di lanciare chiunque. Come faceva con me».

Due anni dopo Stefano decide che con Milano è finita: la malinconia, stavolta, ha vinto. È il 18 luglio del 1990 quando a Casteldelpiano si riunisce la Fiorentina in vista del raduno estivo. Borgonovo è tornato alla corte viola: Berlusconi, dopo averlo dichiarato più volte incedibile, ha ceduto. E lui, Stefano, aveva già un accordo – qualcuno dice privato e firmato – con la dirigenza fiorentina. Strano, il caso: Roberto se n’è andato all’odiata Juventus tra rumori, risse e scontri in piazza. Borgonovo rientra, ma senza la sua metà. È l’era del dopo Baggio, dei rimorsi. E forse pure dei rimpianti.

Il ct è brasiliano, si presenta con qualche gaffe in conferenza: «A Firenze ho trovato una squadra da C2» esordisce, e con Carlos Verri, detto Dunga, a guidare l’attacco. «Mai nessuno mi è costato tanto, neppure le star del cinema» confida Cecchi Gori per l’acquisto di Borgonovo: otto miliardi, una bella sommetta, per riportare Stefano in Toscana. «Sarà l’anno del riscatto. Voglio segnare almeno dieci goal. Qui mi sento rigenerato. E chissà se non torni il mio momento in Nazionale» promette lui.

I primi fastidi nel ritiro estivo, qualche contrattura, qualche partita saltata. Zero goal sul tabellino di marcia. Fino all’autunno, dove si strappa il polpaccio sinistro. Trenta giorni per recuperare, forse quaranta. Alla fine sono stati novanta. «Ha i muscoli di cristallo, quel ragazzo» attaccano i malpensanti, i critici e gli analisti. Ha un senso del goal innato, è vero, nessuno lo mette in dubbio, ma con quei polpacci che si ritrova non c’è più da scommetterci. Stefano si è arrabbiato, ha masticato amaro e oggi ha voglia di rivincita. Ha atteso una domenica di maggio, col sole primaverile a pieno regime, per dire che lui c’era ancora.

Tripletta contro il Napoli, e tutti a casa. Malpensanti compresi. Piange Borgonovo, mentre i compagni cercano di abbracciarlo: se ne sta in disparte, da solo con la sua gioia. “Bentornato Borgonovo”, titolano i giornali. Ex compagno di Baggio, ex nazionale di Vicini, ex uomo mercato, e per qualcuno ex calciatore. Era diventato solo un ricordo. A ventotto anni, da Giussano Milanese, era considerato un miliardario del calcio. È solo un lampo di una domenica di primavera. Quella tripletta è l’ultima della sua vita. Così come al Milan, Stefano finisce in panchina.

A San Siro guardava giocare van Basten. Al Franchi è il sostituto di Batistuta prima e di Branca poi. È il destino, triste, di quel piccolo eroe scapigliato fino alle spalle, con la voglia di vivere e l’ironia di chi, forse, era arrivato troppo in alto. E troppo presto. Con Firenze finisce lì. Se ne va alla sala di provincia, alla periferia del calcio che conta: finisce la sua carriera così come l’aveva cominciata. Sudando e sgobbando tra Pescara, udine e Brescia. Non riesce a segnare nemmeno un goal negli ultimi due anni di campionato.

È appassita lontano dalla ribalta la carriera di Stefano Borgonovo. Sfortunata e sfrontata, allo stesso tempo. Se ne torna a casa, col gusto di aver sfondato per una stagione intera il muro di sfiducia che lo circondava. Con la gioia di aver assecondato Baggio, alla Viola, formando una coppia che da queste parti non s’era mai vista. E proprio mentre la sua parabola si eclissa, una nuova B2 s’instaura al Franchi: formata da Batistuta e Baiano. Come nell’89? Per alcuni forse meglio. «Non scherziamo. Non mi sono mai trovato come con Stefano» ribadisce Baggio da Torino.

Per Borgonovo si apre un nuovo capitolo: la vita da allenatore. Si ricomincia da dove tutto era partito: Como. Qui si occupa delle giovanili, con un fischietto in bocca e tanta voglia di riemergere. Prima del 2005, quando è costretto a lasciare per problemi di salute. È il 5 settembre del 2008 quando Stefano Borgonovo annuncia di essere stato colpito dalla SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica. Quel ragazzone dal sorriso contagioso non è più in grado di parlare, se non attraverso un sintetizzatore vocale. Ecco spiegato il suo abbandono al Como, al mondo del calcio: il suo silenzio così rumoroso e la sua vita lontana da riflettori. La SLA gli lascia solo il cervello. Che non è poco, ma non è abbastanza. La malattia paralizza molte funzioni del corpo. Tanti giocatori sono stati colpiti in precedenza.

Il primo, nel 1941, è stato Lou Gehrig, star del baseball americano, simbolo degli Yankees e detentore per oltre cinquanta anni di record insuperati. Ha giocato più di 2.200 partite prima di ammalarsi e morire a trentotto anni. Stefano decide di condividere il suo dolore. Riesce a sorridere anche attraverso un sintetizzatore. E allora al diavolo il resto. Mette in piedi una Fondazione che in pochi anni raccoglie milioni di euro per la ricerca contro la malattia. Comincia un vero e proprio giro per l’Italia, tra piazze, campi e stadi, per lanciare il suo messaggio di speranza. La prima apparizione in pubblico dopo l’annuncio è a Como, il 21 settembre, proprio allo stadio Sinigaglia: l’incasso della manifestazione è devoluto interamente alla neonata Fondazione.

Due settimane dopo, viene organizzata una partita di beneficenza al Franchi di Firenze, dove si affrontano Fiorentina e Milan. Il 27 marzo si gioca a Marassi, “uniti contro la SLA”, un derby tutto speciale tra Genoa e Sampdoria. In suo onore. Il 7 settembre si affrontano a San Siro vecchie glorie di Milan e Real Madrid. Il 13 aprile 2010 al Franchi si gioca la semifinale di ritorno di Coppa Italia tra Fiorentina e Inter. Stefano è lì, rigorosamente sulla sua carrozzina, nel pieno della Curva Fiesole. Gli conferiscono il “Fiorino d’oro”, massima onorificenza per un cittadino non fiorentino.

Se ne va, Borgonovo, per sempre, un pomeriggio d’inizio estate: è il 27 giugno 2013, ha quarantanove anni. Ai funerali gli cantavano ancora quel coro per cui lui, attaccante, ha lottato per una vita intera. «Borgogoal, Borgogoal, Borgogooaal».Ma cosa c’entra un funerale con una partita di calcio, con un gioco, con la vita? Che senso ha cantare a squarciagola di fronte a una cassa di legno, che esige il silenzio e il rispetto? Che ci fanno qui i bandieroni e gli stemmi di Milan, Como e Fiorentina? Da dove vengono questi vecchi in lacrime, che continuano a urlare? E questi ragazzi che, seppur giovani e forti, a stento trattengono le lacrime? Forse staranno ripensando a tutti i momenti che li hanno emozionati fin qui.

Forse questo raduno spontaneo, improvviso, è solo un pretesto, una scusa. Perché la vita non è altro che una gigantesca montagna di momenti, emozioni. Come quel goal strepitoso alla Juve il 15 gennaio 1989, come quella cavalcata straordinaria in coppia con Baggio che a Firenze è rimasta stampata negli occhi di tutti. Come alla presentazione della biografia di Roberto a Palazzo della Signoria, con Borgonovo collegato in diretta Skype che ascoltava tutto: scriveva e commentava col sintetizzatore, mentre lui, Baggio, presentava il libro della sua vita. E a un certo punto Stefano gli fa: «Ti voglio bene, Roby».

E Roby si commuove, così, davanti a tutti. Come quella notte dell’8 ottobre 2008, quando solo da poche settimane Stefano Borgonovo aveva gridato il suo dolore e la sua vita immobile. Al Franchi si gioca di mercoledì Fiorentina-Milan, domenica c’è il campionato ma poco importa. Le due società hanno dato il loro consenso. E non manca nessuno a Firenze. Decidono di entrare per ultimi, quei due matti. Sono ancora loro, sempre loro: Baggio e Borgonovo, Borgonovo e Baggio. La B2 è tornata. Camminano insieme, affiancati, come una volta. uno è seduto, l’altro spinge.

Baggio con la 10 sulle spalle. Stefano con la 9 sulle ginocchia. Il sintetizzatore, stavolta, è lontano. Ci sono momenti in cui non serve parlare. Sono così folli, quei due, da scegliere la colonna sonora del Gladiatore di Ridley Scott per fare il loro ingresso trionfale. Si fermano sotto la Fiesole. E ci restano per parecchio. A riprendersi tutti gli applausi di sempre. Vanno al centro del campo: Stefano davanti, Roberto dietro. Salutano a uno a uno tutti i giocatori schierati sulla mediana.

Ci sono Ronaldinho e Sacchi, Pruzzo e Prandelli, Conte e Maldini. C’è Antognoni. Ah, se quel sintetizzatore potesse parlare. Esploderebbe di gioia. Hanno pensato a tutto stasera: ogni messaggio comunicato da Stefano sul sintetizzatore verrà pubblicato sul maxischermo dello stadio, in diretta. «Penso che insieme abbiamo fatto nascere qualcosa che distruggerà la Stronza» scriverà Borgonovo al 13esimo minuto del primo tempo, ricevendo gli applausi commossi di tutti. «Firenze non tradisce mai» ripete al 28esimo, provocando una standing ovation. Baggio è al suo fianco sul fossato della panchina. Gli racconta quello che sta accadendo. Sorride. La verità è che quei tifosi non c’entrano nulla col funerale. Sono lì per ricordare. Per far finta che la vita non sia stata ingiusta con questo ragazzone sorridente e spigliato. E con chi l’ha amato. E allora se li tengono stretti i loro ricordi. Perché Stefano è rimasto lo stesso di sempre. È l’involucro che è cambiato.

A un certo punto scrive sul suo sintetizzatore: «Roberto, devi calciare quel rigore che non hai calciato anni fa». Il riferimento è esplicito: lo sanno tutti, ma nessuno se l’aspettava. Proprio lì, sotto la Fiesole. Roberto indossa un giubbotto viola, pantaloni lunghi e scarpette ai piedi. Si avvicina, tutti lo vedono, controvoglia, al pallone. Lo sistema sul dischetto. Rizzoli fischia, è di lato. Il portiere è sulla linea. La mette a mezz’altezza, sulla destra, nell’angolino. Stefano, dall’alto della sua carrozzina, sgrana gli occhi. È il suo modo di sorridere al mondo. È il suo modo di tornare indietro con la mente, e tornare a volare. Lo stadio rimbomba di applausi. È il rigore meno decisivo della sua vita, in un’amichevole d’inizio inverno. Eppure è il più bello. Baggio, lentamente, gli si avvicina di nuovo. «Non ti azzardare mai più a farmi uno scherzo del genere» gli sussurra, piano, all’orecchio «Le vedi le ruote della carrozzina? La prossima volta te le buco».

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

L’articolo è un estratto da Roberto Baggio – il Divin Codino, di Raffaele Nappi.

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