Stefan Schwoch: l’ultimo bomber di Provincia Stefan Schwoch: l’ultimo bomber di Provincia
Sansone, Renegade o il Messia? Nella città degli eccessi e delle contraddizioni, Stefan Schwoch si è trasformato in tutto e tutti. Una storia d’amore,... Stefan Schwoch: l’ultimo bomber di Provincia

Sansone, Renegade o il Messia? Nella città degli eccessi e delle contraddizioni, Stefan Schwoch si è trasformato in tutto e tutti. Una storia d’amore, quella col Napoli, breve e infuocata, come solo le storie d’amore travolgenti sanno fare. Capelli lunghi, fascia nera e un accento che di napoletano non aveva nulla. Stefan Sansone Schwoch è l’ultimo attaccante melanconico, l’ultimo idolo di provincia, il primo, forse, dopo Maradona, all’ombra del Vesuvio.

Una storia anomala. Un calciatore ancora più anomalo, per fisico e caratteristiche. Il destino ha fatto incrociare per 18 esaltanti mesi la strada di un altoatesino da Bolzano con la città espressione del meridione, che più meridione non si può.

Sì, perché merito e colpa degli attaccanti di provincia è la loro aurea di imbattibilità e di scetticismo. Insieme, allo stesso tempo. Stefan Sansone Schwoch è uno che viene da lontano. Si è fatto un campionato interregionale, una lunga serie di anni in C2. E in B è esploso, come da teoria da attaccante di provincia, prima col Venezia, poi col Napoli. Col Venezia, quello di Pippo Maniero e di Maurizio Zamparini, la storia andò a lieto fine: 8 gol e promozione in serie A, dopo 31 anni per i lagunari. Col Napoli, Stefan Sansone Schwoch fece ancora meglio. Perché la vita, dicono, è questione di alchimia.

L’arrivo a gennaio, proprio dal Venezia, è la prima anomalia. Ma figuriamoci. Stefan Sansone Schwoch, col 9 sulle spalle, mette a segno 6 reti in 22 incontri. Mica male. Ma è il preludio allo show. Che comincia la stagione successiva, quella del 1999-00, quella dei due presidenti in società (Ferlaino e Corbelli), quella del terzo millennio per il calcio. Stefan Sansone Schwoch ritrova mister Novellino in panchina, e le alchimie si completano. Da un lato l’allenatore di carattere, che dopo 5 minuti (cinque) dall’inizio di ogni santissima partita, si svestiva, smaniava, sbraitava sulla panca. Sudatissimo. Il secondo, col numero 9 sulle spalle, l’indimenticabile stemma “Peroni” sulla maglia uno scudetto del Napoli sul petto, che fa sognare ancora i bambini.

E lo show è servito. Corsa e sudore, tecnica e realizzazione, velocità e fisicità: Stefan Sansone Schwoch è il numero 9 che i napoletani aspettavano da tempo. Con la suola fa ciò che vuole, con il collo destro serve assist a manetta, con l’interno realizza parabole perfide e sopraffine. Uno show durato una stagione intera. Un gol ogni due partite, anche meno. Saranno 22, in 35 partite. Record assoluto per la storia del Napoli, almeno fino ad allora, prima di Cavani e Higuain.




E come ogni show che si rispetti, il finale è drammatico, devastante. A Pistoia, sabato 4 giugno 2000, si consuma la parabola perfetta della storia: è il 24esimo del primo tempo quando, dopo un triangolo sulla fascia sinistra, Stefan Sansone Schwoch entra in area e di punta beffa il portiere avversario. 1-0, e tutti a casa. Lo show proseguirà fino al 30’ del secondo tempo, unendo la forza della disperazione della Pistoiese (che voleva salvarsi) con l’entusiasmo degli azzurri (vogliosi di raggiungere la massima serie con un turno di anticipo). Al 30’ del secondo tempo l’arbitro Cesari (amarcord) è costretto a sospendere la partita per oltre 15 minuti: i tifosi azzurri, oltre 5.000 arrivati da Napoli, non riescono a stare sulle gradinate. Il mach finisce in modo assurdo, con la Pistoiese in tenuta arancione ad attaccare, il Napoli a difendersi, i tifosi ammassati sulle righe che delimitano il rettangolo di gioco, tenuti a braccia delle forze dell’ordine. E i telecronisti, quelle delle tv regionali, quelle che un tempo ti facevano vedere il match con una telecamera fissa, per 90 minuti, sulla tifoseria, impazziti. È serie A. E Stefan Sansone Schwoch è l’uomo azzurro dell’anno. Il ciclo è chiuso. La storia d’amore raggiunge la perfezione.

Le storie d’amore finiscono spesso, e male. Così come quella di Stefan Schowch in maglia azzurra. Sì, perché dopo aver lottato per 31 anni su campi polverosi e di provincia, Stefan Sansone Schwoch non giocherà col 9 sulle spalle la stagione successiva, quella della massima serie. Venduto al Torino, per 11 miliardi di lire. A 31 anni. “All’epoca non riuscivo a capirlo neanche io. Ce l’avevo con tutti. Mi avevano promesso che non sarei stato ceduto. Volevo restare, chiudere la carriera al Napoli. Oggi, però, mi sono fatto un’idea: l’offerta era allettante. Il calcio è un’azienda e la società aveva ricevuto un’offerta troppo importante”, ricorda. Dopo Napoli per Schwoch si aprono le porte del Torino, in coppia con Ferrante. E poi il Vicenza, amato tanto quanto l’azzurro, dove chiuderà la sua carriera nel 2008, dopo 220 presenze (duecentoventi) e 74 reti (sì, settantaquattro).




Il 1 giugno del 2008 Stefan Sansone Schwoch gioca la sua ultima partita, con la maglia bianca e rossa del Vicenza, in casa del Lecce. Il risultato finale è di 1-0 per i padroni di casa: Schwoch entra nel secondo tempo ma non riesce a segnare l’ultimo gol della sua carriera. Saranno 135 i gol in serie B in 382 partite disputate. Un attaccante di razza, che in massima serie ha totalizzato 2 reti in appena 14 presenze. E che in B è entrato nella storia come bomber più prolifico di tutti i tempi. Le coincidenze della storia, dicevamo.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

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