L’importanza di un giocatore, come ci hanno sempre insegnato, non si giudica a parole o, se preferite, sulla carta. L’importanza di un giocatore è...

L’importanza di un giocatore, come ci hanno sempre insegnato, non si giudica a parole o, se preferite, sulla carta. L’importanza di un giocatore è un concetto che va sempre e per forza di cose valutato all’interno di un rettangolo di gioco verde, con una palla che scorre da una parte all’altra del campo senza soluzione di continuità. Per questo motivo più di qualcuno, specialmente tra coloro i quali non seguono da vicino le vicende della squadra biancoceleste, si era scordato di quanto mancasse questo giocatore, ancor prima che alla propria squadra al calcio in generale.

Era il 4 Novembre 2015 quando Stefan De Vrij, a seguito di un infortunio riportato con la propria nazionale, quella olandese, si sottoponeva ad un intervento chirurgico per la frattura del condilo laterale del femore e rimozione del menisco laterale, intervento che lo avrebbe tenuto lontano dai campi da gioco per quasi un anno. Trecentocinquanta giorni per la precisione, se si considera il rientro del 21 Agosto 2016 in occasione della trasferta vinta dalla Lazio in terra bergamasca.

Se ci pensate bene, per la vita di un atleta, un anno è una dimensione temporale enorme. Aggiungiamoci il fatto che hai da poco disputato un Mondiale da protagonista assoluto, ti sei imposto come uno dei difensori migliori del nostro campionato e sei pronto a spiccare il volo, come l’aquila che accompagna tutte le partite casalinghe della tua squadra. Stare a guardare i compagni per un lasso di tempo così grande significa allontanare i sogni, scacciare le ambizioni e deglutire bocconi amari, uno dopo l’altro. Vedere il reparto difensivo arrancare fino a sbriciolarsi e non poter fare nulla per impedire che ciò accada, per uno abituato a dare tutto in campo come Stefan De Vrij, è ancora peggio.

Per chi però ha la pazienza, la volontà e l’umiltà di aspettare il riscatto arriva quasi sempre. Se poi hai solo 23 anni (al momento dell’infortunio) ed hai già dimostrato di valere grandi palcoscenici, la seconda possibilità è quasi un dovere morale, ancor prima che tecnico o contrattuale. Chi lo conosce bene, d’altro canto non aveva alcun dubbio sul fatto che il guerriero olandese sarebbe tornato, come prima se non più forte di prima.

E’ vero, questa estate a Formello hanno certamente fatto più clamore le vicende riguardanti l’allenatore (con Bielsa annunciato e poi sostituito da Simone Inzaghi) e le immancabili grane con alcuni giocatori (Keità su tutti), quando invece la notizia più importante era il recupero del centrale difensivo olandese che, da solo, ti svolta un intero reparto.

Senza voler peccare di presunzione, raramente mi è capitato di vedere un difensore che, quasi da solo, cambia completamente il registro della linea difensiva. Sì, d’accordo, sono arrivati Bastos (sicuramente buon giocatore) e Lukaku (ecco, su di lui abbiamo qualche perplessità in più) ma non giriamoci troppo intorno: la difesa della Lazio di oggi ha un nome, Stefan, ed un cognome, De Vrij.

Per i pochi che ancora non conoscessero il suo passato calcistico, De Vrij nasce in Olanda il 24 febbraio 1992 e tira i primi calci ad un pallone nella società dilettantistica dal nome VV Spirit. Se vi state chiedendo da dove derivi la sua ottima tecnica di base, sicuramente sopra la media per un difensore centrale, la risposta è proprio da ricercare nell’impostazione tecnica ricevuta nei primi anni di vita calcistica. De Vrij nasce infatti centrocampista d’impostazione e tutti i palloni, per quanto possibile, devono transitare attraverso i suoi piedi. Ben presto è chiaro a tutti, addetti ai lavori e non, che che non rimarrà in una società dilettantistica ancora per molto.

Si fa avanti il Feyenoord: qualche provino di prassi, senza che ve ne sia più di tanto bisogno, ed un posto in squadra garantito. Di lì a poco diventa il più giovane giocatore nella storia del club olandese ad indossare la fascia di capitano, per volontà del tecnico Ronald Koeman, che si può considerare il suo vero mentore.

La sua carriera nella squadra di Rotterdam va di pari passo con quella in Nazionale: prima tutta la trafila nelle rappresentative giovanili, poi l’esordio nella nazionale maggiore, a soli 18 anni, guidata da Louis Van Gaal.

Stefan De Vrij è già alto, supera abbondantemente il metro e ottantacinque, ma ancora non possiede quell’armatura che indosserà negli anni a venire. Basa la sua forza principalmente sull’anticipo dell’avversario e sulla lettura delle situazioni di gioco dove, in relazione alla sua giovanissima età, non ha proprio rivali.

La Lazio lo aquista proprio dal Feyenoord nel 2014 dopo che, come abbiamo visto, si era messo in luce nel mondiale appena concluso. In grado di giocare ugualmente in una difesa a tre o a quattro, abile nel gioco aereo e fenomenale in marcatura, De Vrij è dotato inoltre di quella personalità gradita ad ogni tipo di allenatore: poche parole e molti fatti.

Dopo un inizio un po’ in salita, qualche errore imputabile all’ambientamento e un’espulsione rimediata con il Genoa, Stefan inizia ad imporsi silenziosamente come leader della retroguardia biancoceleste. Inizia a non sbagliare più una partita, oseremmo dire un intervento. Costantemente in anticipo sull’avversario, quasi come se nella sua testa ci fosse un computer in grado di anticipare le mosse dell’attaccante e reagire di conseguenza. In effetti non è un caso: proprio De Vrij in un’intervista ha rivelato la sua maniacalità nello studio degli attaccanti avversari, già dai tempi del Feyenoord, per il quale si avvale dell’ausilio di un particolare software.

Rispetto all’Olanda è più difficile perchè lì tutti giocano col 4-3-3 e quindi c’è solo un attaccante di riferimento da marcare e non due. Si, è vero, per non farmi mai trovare impreparato utilizzo un programma che mi permette di scaricare filmati sugli attaccanti che andrò ad affrontare.

Quando De Vrij sembra aver trovato la continuità per imporsi come uno dei difensori più forti a livello europeo, quando tutto sembra girare per il verso giusto arriva il tremendo infortunio. Arrivano i trecentocinquanta giorni lontano dai campi, arriva il silenzio che cela la consapevolezza di chi sa di dover dimostrare nuovamente tutto, perché nel calcio, come nella vita, ci si dimentica troppo in fretta.

Eccoci allora ai nastri di partenza di una nuova stagione, al posto di comando, padrone di una retroguardia da portare di peso sulle spalle, come se gli appartenesse da sempre. Tutto sembra tornare indietro all’esatto punto in cui era stato interrotto, ma ora la visione è addirittura più nitida. Un gol contro il Chievo, il primo in serie A, seguito da una sfilza di 7 in pagella.

Il cuore sussulta e perde un battito alla lettura del suo nome nella lista delle convocazioni del ct olandese Blind, ma stavolta tutto sembra filare per il verso giusto. Trecentocinquanta giorni senza calcio possono essere infiniti, se però ti chiami Stefan De Vrij, e sei nato per guidare una retroguardia, te ne possono bastare cinquanta per riprenderti tutto.

Ora il Chelsea di Antonio Conte lo vorrebbe per rinforzare la propria difesa, il suo valore di mercato sta lievitando, perché di difensori buoni, nel calcio di oggi, ce ne sono sempre meno. Come De Vrij, fidatevi, quasi nessuno.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo