“Che significa Montecchi? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un...

“Che significa Montecchi? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un’altra parte qualunque del corpo di un uomo. Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”

Lo chiedeva Romeo alla sua amata Giulietta, nella più celebre tragedia di William Shakespeare, scritta tra il 1594 e il 1596. La storia d’amore più celebre di tutti i tempi, ostacolata dall’odio che le famiglie dei due giovani, i Montecchi e i Capuleti, nutrivano l’una nei confronti dell’altra; un amore però più forte di ogni cosa, che li portò a morire, e che li portò a sfidare il loro stesso nome.

Può l’amore trascendere l’identità? Può l’amore essere più forte di un nome, di un simbolo? Un enigma a cui i tifosi di una squadra di calcio hanno dovuto trovare una soluzione: i tifosi dei “Leoni di Siviglia”, i tifosi della Steaua Bucarest, la squadra più gloriosa di Romania. Tra le nazioni che aderirono al Patto di Varsavia, l’alleanza di mutua assistenza militare sottoscritto da Paesi facenti parte del blocco comunista il 14 maggio del 1955, e la Romania era uno di questi, nulla era lasciato al caso, neanche i nomi delle squadre di calcio. Ogni società calcistica facente riferimento ad un ente statale, o a un’organizzazione sociale, quelle previste dalla legge, aveva una sua precisa denominazione e simbologia.

Le squadre che avevano nel loro stemma una stella erano di proprietà del ministero della Difesa, perciò dell’esercito: è il caso del Cska Mosca in Russia, del Cska Sofia in Bulgaria, della Stella Rossa in Serbia e della Steaua in Romania, appunto; la Dinamo era proprietà del ministero degli Interni, e quindi del corpo di polizia statale; il Rapid o Lokomotiv, dei ferrovieri, lo Shakhtar dei minatori, e la Torpedo dei meccanici. Le squadre che prendevano la denominazione “Spartak” invece, appartenevano ai sindacati operai, che si richiamavano ai valori e alla forza di Spartaco, lo schiavo romano che aveva capeggiato una rivolta contro i potenti per la conquista della libertà.

La Steaua București nasce nel 1947 con la costituzione del Clubul Sportiv al Armatei Steaua București, la società polisportiva gestita dal Ministero della Difesa, in cui oltre al calcio, erano compresi team di pallavolo, pallacanestro, pallamano e altre discipline. Ci resterà fino al 1998, nove anni dopo la caduta del regime di Nicolae Ceausescu, quando le misere finanze statali imposero al primo ministro di allora, Victor Ciorbea, di area liberale, l’avvio di una massiccia politica di privatizzazione delle aziende nazionali. Il club, scorporato dalla polisportiva e dal Ministero della Difesa, passò nelle mani di Viorel Păunescu, facoltoso uomo d’affari rumeno, e del suo vice, George “Gigi” Becali, cugino dei potentissimi procuratori sportivi, Victor e Giovanni Becali, che fecero il loro primo affare proprio in Italia, piazzando Raducioiu al Bari.

In quei 41 anni di governo statale, la “Stella” di Bucarest vinse tanto, tantissimo in patria, fino alla sera della storia, la sera del 7 maggio del 1986, la sera dei “leoni di Siviglia”. La sera in cui l’impossibile divenne nitida realtà, la sera in cui un baffuto portiere di origini teutoniche, Helmuth Duckadam, sventò tutti e 5 i rigori del formidabile Barcellona di Marcos Alonso, Alexanco, e soprattutto Bernd Schuster, consegnando la coppa dalle grandi orecchie nelle mani del Conducător Ceausescu. Era la prima volta che una squadra dell’Europa comunista vinceva un trofeo di così grande prestigio; opera bissata nel ’91 solo dalla Stella Rossa. Un’impresa a cui purtroppo non poterono partecipare i tifosi rumeni: troppo forte la paura di richieste di asilo politico in Spagna, per permettere a più di un migliaio di sostenitori di esibirsi in un commovente confronto contro i 60mila culés del Ramón Sánchez Pizjuán, carichi di sangria e convinti di avere la Coppa già in tasca.

Una serata magica che non portò bene al protagonista indiscusso, Duckadam, che dopo quella partita praticamente non giocò più. La causa ufficiale del suo ritiro è da attribuire ad una trombosi alle braccia, che lo portò alla soglia dell’amputazione; altri affermano invece che divenne molto inviso a Nicu Ceausescu, figlio del dittatore, per via di una Mercedes regalatagli da re Juan Carlos in persona, incallito tifoso merengue: se eri rumeno, e a quei tempi vivevi a Bucarest, non potevi guidare una macchina più bella di quella che aveva il figlio del dittatore.

Questa è la storia della Steaua Bucarest, sempre sospesa tra mito e realtà, tra leggenda e impresa, in una terra in cui è sottilissima la linea che divide il sogno dall’ incubo. Una storia spazzata via lo scorso 3 dicembre, quando la sentenza della Înalta Curte Română, la Cassazione rumena, ha reputato illegittima la registrazione del nome e del marchio della squadra dopo la privatizzazione. Il nome appartiene al ministero della Difesa, con buona pace di Gigi Becali, divenuto presidente nel 2003 e autore materiale della registrazione del club. Proprio dopo il suo arresto per corruzione, avvenuto lo scorso novembre in Germania, il Ministerul Apărării Naționale, ha adito con successo l’Alta Corte, rientrando in possesso del titolo sportivo, ma non della società e dei suoi trionfi. Da una parte quindi, il nome, il logo, il titolo sportivo senza storia e trofei; dall’altra un club con scudetti, coppe nazionali e una coppa dei campioni ma senza un’identità; in mezzo, come al solito, a patire le pene peggiori, la squadra e i tifosi.

Surreale l’atmosfera all’Arena Națională per la partita di campionato contro lo CSMS Iasi, giocata 4 giorni dopo la pronuncia della corte: ospiti in tenuta da trasferta, dell’effige della squadra di casa invece, neanche l’ombra, solo una maglia gialla fluo, con logo coperto pietosamente da nastro adesivo dello stesso tono. Neanche quel nome si poteva pronunciare, vietatissimo: lo speaker ha salutato l’entrata in campo con un: “Ecco i padroni di casa, i campioni di Romania”. Uno shock così, i tifosi più invidiati di Romania non l’avevano mai vissuto, neanche quando, agli inizi del millennio, il club stava per collassare a causa della guerra intestina che si stava consumando tra Gigi Becali, il presidente, Victor Pițurcă, l’allenatore, e Gheorghe Hagi, campione mai dimenticato.

Un tutti contro tutti in cui nessuno aveva alleati: Becali contestava la guida tecnica di Pițurcă e le accuse di corruzione che gli piombavano da Hagi; l’allenatore non sopportava i metodi autoritari del presidente, e le critiche del giocatore, che lui non ha mai considerato un campione; Hagi, infine, non ha mai perdonato all’ex c.t. della nazionale, il poco tempo concessogli agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda; decisione che costò la panchina a Pițurcă. Allora tutto si risolse, e anche oggi tutto si è risolto: il club ha vinto il suo 26° titolo nazionale, e il club ha vinto il suo 26° titolo nazionale, ed inoltre ha un nuovo stemma e un nuovo nome, Fotbal Club Steaua București, di proprietà di un unico, grande padrone: il tifoso.

Michele Santoro