Soffrire. Sempre e comunque. Soffrire. Sempre e comunque.
Soffrire. Sempre e comunque. Nel dolore e nella gioia. Nella vittoria e nella sconfitta. Nella buona e nella cattiva sorte. Soffrire, sempre e comunque.... Soffrire. Sempre e comunque.

Soffrire. Sempre e comunque. Nel dolore e nella gioia. Nella vittoria e nella sconfitta. Nella buona e nella cattiva sorte. Soffrire, sempre e comunque. E’ questo l’unico destino cui va incontro il tifoso di calcio. E’ questo l’unico destino che chi come noi ama il Pallone alla follia deve affrontare.

La sofferenza è elemento intrinseco del calcio, ed è forse anche il motivo per cui ci piace tanto, questo maledetto gioco.

Vincere senza soffrire, lascia quasi una sensazione di smarrimento. Volete mettere una bella vittoria al 95’, con un gol sporco in mischia, dopo aver passato due ore di inferno, con un tranquillo 3-0 con partita sbloccata dopo cinque minuti? Non c’è paragone. Vale sempre tre punti, certo. Ma la sofferenza nobilita il risultato. Gli conferisce un alone mitico, magico. E’ della sofferenza che ci ricordiamo quando ripensiamo alle partite più belle della nostra vita. E’ la sofferenza che temiamo quando, a pochi minuti dal fischio d’inizio, ci sediamo sul nostro seggiolino o sulla nostra poltrona. Se ci riusciamo a restare seduti, chiaro.

Alle volte la sofferenza dura una stagione intera. Se siamo fortunati o sfortunati, a seconda dei punti di vista. La sofferenza pura, cento per cento, di chi segue la propria squadra navigare per un intero anno nel mare in burrasca di una zona retrocessione. La paura che ti prende quando capisci che forse non ce la farai. L’angoscia al solo pensiero di scendere di nuovo nella categoria inferiore, in quell’inferno da cui credevi di essere scappato per sempre.

Il sollievo, il coro angelico che risuona nella tua testa quando la matematica ti porta in dono la parola più bella di tutti i tempi. Salvezza. Non sarà forse la salvezza eterna promessa dalle Sacre Scritture, questa dura solo fino alla prossima primavera. Ma chi se ne importa? Siamo salvi, la sofferenza è finita. Ma è stato comunque un piacere. Un vero piacere. Un orgasmo, quasi.

E non importa che ci si stia giocando una salvezza in Lega Pro o una storica semifinale di Champions League. Ci sono serate in cui non puoi far altro che soffrire. Attaccato alla tv, alla radio, in uno stadio a te sconosciuto insieme a gente che non hai mai visto in vita tua ma che ora sembrano tuoi fratelli. Non importa cosa ci si sta giocando. Quando c’è da soffrire, si soffre, punto.

Può anche arrivare improvvisa la sofferenza. Quando meno te lo aspetti. Quando credi di essere al sicuro. Ma chi ha giocato, chi ha tifato, lo sa. Finché l’uomo con il fischietto in mano non butta l’aria tre volte dentro il suo demoniaco strumento di tortura, può succedere di tutto. Finché l’uomo con in fischietto in mano non dice di andare sotto la doccia, c’è sempre spazio per la sofferenza. Ed è empatia totale. Soffrono quelli in campo, soffriamo noi. Si arroccano quelli in campo, ci arrocchiamo noi. Soffrire, per noi, significa anche e soprattutto metterci in panni non nostri. Sudare come se fossimo davvero insieme ai nostri eroi. Come se metterci tutto il cuore, e tutta l’anima, faccia davvero la differenza. E, tutto sommato, la fa.

La sofferenza, dipinta sul volto. Scritta sulle mani, mangiate nervosamente e senza sosta. Ad ogni cross pericoloso, ad ogni deviazione in corner, ad ogni gol annullato per fuorigioco dubbio. La sofferenza che diventa rabbia, angoscia, terrore. La sofferenza di dover spiegare al resto del mondo quanto è importante questo giochino per noi. La sofferenza di non riuscirci. Ma va bene così. Nella grande famiglia del pallone, sappiamo soffrire anche in silenzio.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro