Questa storia si sarebbe potuta chiamare in tantissimi modi, ad esempio “Slaven Bilic, il Comandante“, o ancora “Slaven Bilic, il Socialista” e, perché no,...

Questa storia si sarebbe potuta chiamare in tantissimi modi, ad esempio “Slaven Bilic, il Comandante“, o ancora “Slaven Bilic, il Socialista” e, perché no, “Slaven Bilic, allenatore hard rock“. Poco importa il titolo. La realtà è che Slaven Bilic è un personaggio estremamente complesso, e nessuno dei suddetti titoli avrebbe potuto esprimere in maniera esaustiva la complessità di un uomo in continua evoluzione, poliedrico e di impossibile catalogazione, alla costante ricerca di sé stesso attraverso le mille sfide che la vita propone.

Nel caso di Bilic la vita è racchiusa in un rettangolo di gioco, che spesso però rappresenta solamente il pretesto o, per meglio dire la metafora, di idee e concetti che trascendono il gioco stesso per abbracciare filosofie e pensieri molto profondi. Laureato in legge e poliglotta, in grado di esprimersi fluentemente in italiano, tedesco e inglese, oltre ovviamente al croato, sua lingua madre, già potete intuire che non si tratta del classico allenatore a cui siamo abituati, senza nulla togliere a quest’ultimi.

Sono un socialista, ma nel vero senso della parola. So che non posso salvare il mondo da solo, ma se c’è da combattere una battaglia contro l’ingiustizia preferisco sempre essere in prima linea. Questo è sempre stato il mio modo di pormi nei confronti della vita.

Che Slaven Bilic sia un combattente per natura, uno che non si arrende di fronte a nulla, lo si potrebbe evincere da numerosi episodi, dalla sua carriera di calciatore, difensore centrale vecchio stampo poco avvezzo alle buone maniere, o da alcuni aneddoti della sua vita, costellata di episodi significativi, la cui interpretazione difficilmente può essere univoca. Se vi state chiedendo, ad esempio, il perché la sua carriera agonistica finisca sostanzialmente all’età di 30 anni, con potenzialmente ancora qualche stagione a buon livello, bé, il motivo è proprio da ricercare nella sua indole da combattente nato.

Poco tempo prima dei mondiali in Francia, anno 1998, Bilic si fa male durante uno scontro di gioco fratturandosi parzialmente l’anca. Non può allenarsi, l’unico modo per correre è imbottirsi di antidolorifici e non pensare a quel dolore lancinante, che parte dall’ileo e arriva dritto al cervello. Se fosse sano di mente e, soprattutto, non fosse l’anno dei mondiali il tutto si sarebbe risolto con un’operazione chirurgica, che invece sarà rimandata fino al 2012, ma così non è. Bilic vuole esserci ma non si accontenta di presenziare, vuole giocare consapevole com’è che quella Nazionale costellata di talento, basti pensare a Boban, Prosinecki, Suker e Boksic, può arrivare molto lontano.

La Croazia di Francia ’98 si imporrà infatti come rivelazione del torneo, battendo la favorita Germania ai quarti di finale e arrendendosi soltanto in semifinale contro la Francia, futura campione. Alla fine sarà terzo posto, con Bilic protagonista di un episodio discusso che portò all’espulsione del difensore Laurent Blanc, attuale ct del PSG.

La sua carriera da calciatore finisce sostanzialmente in quella partita, dopo aver giocato in Germania, col Karlsruhe, in Inghilterra, West Ham ed Everton, dopo l’esordio in patria col suo amato Hajduk. Non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello di fare l’allenatore, ma qualcuno glielo chiede, facendogli il più grosso favore della sua vita, dirà successivamente. Perché da quel momento in poi, Slaven Bilic contrae quello che è solito chiamare il coaching virus, per cui qualsiasi cura antibiotica è vana bisogna solo imparare a conviverci e farlo al meglio.

Quelle che dovevano essere solo cinque partite da allenatore dell’Hajduk si trasformano in una carriera tuttora in essere, che sta forse vivendo il periodo più fulgido nel momento in cui stiamo scrivendo con Bilic alla guida degli Hammers che sognano l’ultimo posticino nell’Europa dei grandi.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Dopo la prima avventura da allenatore a Spalato gli viene dato il timone dell’under 21 croata e, poco dopo, quello ben più prestigioso della Nazionale maggiore a seguito del fallimento ai mondiali del 2006. A soli 38 anni si ritrova allenatore della nazionale croata, un peso sostenibile solo da chi ha un carisma ed una personalità fuori dal comune. La partita d’esordio è contro l’Italia, a Livorno, dove però più che il suo esordio fa discutere il comportamento dei tifosi ospiti, disposti a formare una svastica sugli spalti. La mancata condanna di questo gesto, per lo meno in maniera netta e decisa, insieme ad un altro episodio avvenuto alla vigilia degli Europei del 2008, hanno alimentato il dibattito riguardo al suo orientamento politico. Per sua stessa ammissione, dopo una partita contro l’Austria vinta per uno a zero, ha portato negli spogliatoi uno stereo dal quale veniva diffusa musica rock ultra-nazionalista del gruppo Thompson, del frontman Marko Perkovic.

I nostri giocatori non erano completamente soddisfatti”- ha affermato Bilic – “quindi ho acceso lo stereo e ho detto loro di cantare perché dopo tutto avevamo vinto.

Chitarrista in una band heavy metal, i Rawbau, Slaven Bilic è un’amante della musica da alcuni considerata estrema. Non è una leggenda il fatto che nei momenti di pausa che il lavoro gli concede prenda la sua chitarra e si esibisca in piccoli locali, davanti a 30 o 40 persone quando va bene. Come non è una leggenda che da calciatore, mentre i suoi compagni andavano a divertirsi seguendo le corse dei cani, Bilic prendeva un aereo per volare a New York a sentire i Guns’n’Roses per poi tornare una volta finito il concerto.

Con la Nazionale croata da allenatore ottiene scalpi importanti, come le vittorie contro la nazionale inglese, e molte battute di arresto che, unitamente alle critiche extracalcistiche, lo inducono ad abbandonare l’incarico nel 2012, al termine della rassegna europea.

Nel film Armageddon potrei rappresentare il ragazzo che deve fermare il missile destinato a distruggere la terra. Questa è l’eredità che mi ha lasciato l’incarico di allenatore della Croazia.

Ma come fa un allenatore che si dichiara socialista e che, se proprio dovesse dire il nome di un suo eroe questo sarebbe Ernesto Che Guevara, a passare per filo-nazista? E’ possibile, e fa parte del personaggio che lui stesso contribuisce ad alimentare e per cui ogni mezzo è lecito per entrare nella psiche dei giocatori.

Se per stimolare lo spirito patriottico della squadra Bilic ritiene che possa essere utile ascoltare musica ultra nazionalista lo fa, senza timore dell’etichetta che gli verrà appiccicata in fronte. Quello che gli hanno insegnato Lippi e Wenger, al principio della sua carriera quando cercava di carpire i segreti del mestiere, è che non ci sono segreti, l’unica cosa che conta è la fame di conoscenza.

Bilic è un uomo meticoloso, niente affatto rigido, maniacale fino quasi all’ossessione. La prima esperienza fuori dalla Croazia con un club è al Lokomotiv di Mosca. Un mezzo fallimento, conclusosi con il nono posto in campionato e susseguente licenziamento. Ogni errore per crescere, questo sembra indicare il suo percorso. Bilic capisce che non può allenare una squadra senza conoscere la lingua parlata dalla maggior parte dei suoi componenti, in questo caso il russo. Capisce anche un’altra cosa, ovvero che spesso calcio e donne vanno di pari passo, sebbene al primo spetti il posto più alto nella scala valoriale.

Con il massimo rispetto per le donne, il calcio è la più bella cosa al mondo e con alcuni calciatori devi fare esattamente come con una donna. Prima cosa: non mentire mai, seconda cosa: mai fare promesse.

Dopo l’esperienza in Russia arriva quella in Turchia con il Besiktas. Per presentarsi ai tifosi, la cui frangia estrema si definisce anarchica, anti sessista e anti razzista, dice che la squadra avrà la stessa energia di una canzone degli Iron Maiden. Ottiene due terzi posti e la cosa più importante, per uno come lui, entra nel cuore della gente. Al momento di abbandonare la città i tifosi vanno in aeroporto a cantare per lui ed espongono uno striscione che recita “ Le tue speranze sono con noi. Nessuno potrà cancellare quello che ci hai dato, Comandante Bilic

C’è una squadra oltre manica che lo sta aspettando, una squadra che gli è rimasta nell’anima da quando nel 1996 ne indossò i colori e ne sposò gli ideali. Quarantotto partite furono sufficienti ai compagni dell’epoca per elogiarne il carattere da trascinatore e il ruolo da guida, in particolare un giovanissimo Rio Ferdinand cresce sotto la sua ala protettrice. Si dice anche che insieme a quell’altro delinquente di Julian Dicks fumino come turchi, invitando qualche volta anche il baby prodigio Frankie Lampard. Altri tempi, altri Hammers.

Ora gli Irons vengono da un dodicesimo posto e Sam Allardyce è appena stato licenziato. Quando David Sullivan gli propone l’incarico di manager Bilic non ci pensa un secondo, accetta l’incarico impaziente come un bambino la vigilia di Natale. E’ convinto che l’Inghilterra sia il posto in cui, come allenatore, ci si possa esprimere al meglio in quanto vi è un giusto equilibrio tra pressione esterna e libertà di azione senza che una arrivi mai a prevaricare l’altra. E’ il posto in cui uno come Slaven Bilic può esprimere al meglio la propria idea di calcio, in cui gli schemi, i moduli di gioco, intesi come numeri posizionati su uno scacchiere statico hanno un’importanza limitata a differenza dell’idea di gioco, quella sì, fondamentale e rivoluzionaria nel vero senso della parola.

A chi gli chiede cosa faccia di un allenatore un grande allenatore risponde con parole semplici, quasi banali per quanto logiche:

Se bastasse la tattica tutti sarebbero dei grandi coach, basterebbe insegnarla a scuola e avremmo una generazione di ottimi allenatori, ma non è così. E’ la combinazione di conoscenza, esperienza, carattere e spensieratezza che fa di un allenatore un grande allenatore.

Nel suo calcio ha poco senso parlare di moduli preconfezionati, per quanto alcuni dettami tattici siano evidenti, altrimenti si parlerebbe di anarchia, potenzialmente efficace in singola gara ma assolutamente deleteria nel medio e lungo periodo. La palla si muove ed i giocatori si devono muovere di conseguenza a seconda di dove va il pallone, non in base a quello che dice un numero.

Il West Ham di questa stagione è l’emblema perfetto del suo modo di pensare calcio. Un’architettura malleabile, costruita su fondamenta solide (Kouyate e Noble sono in tal senso due pilastri fondamentali) e plasmato sulle individualità di Lanzini e Payet, in grado di inventare la giocata in qualsiasi momento. La duttilità tattica degli interpreti, in particolare quelli offensivi, consente agli Irons di passare da uno schieramento tattico ad un altro con estrema tempestività e profitto.

Berretto in testa, chitarra a tracolla, tra una sigaretta e l’altra, c’è tempo, se gli crediamo quando dice di fumarne una media di 44 al giorno, esiste sempre un valido motivo per stare ad ascoltare ciò che Slaven Bilic ha da raccontare. Quello su cui ci sentiamo di mettere la mano sul fuoco è che da quella bocca difficilmente usciranno parole scontate, più probabile arrivino fendenti, affilati come un riff dei Black Sabbath.

Un mio vecchio amico è un luminare di neuro chirurgia. Spesso mi chiede: Slaven, perché fai giocare la squadra in questo modo piuttosto che in quest’altro? Al che mi piace rispondergli: immagina di dover operare con migliaia di telecamere che ti riprendono, con gente che fa tutt’altro di mestiere che commenta ogni incisione che fai nei minimi dettagli, come reagiresti? Solitamente non risponde, mi lascia finire la conversazione da solo.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo