Sir Matt Busby e quella coppa maledetta Sir Matt Busby e quella coppa maledetta
L’ossessione di Matt Busby: vincere la Coppa dei Campioni; il giorno in cui il “7”dei Red Devils si consegnerà all’eternità con il nome di... Sir Matt Busby e quella coppa maledetta

L’ossessione di Matt Busby: vincere la Coppa dei Campioni; il giorno in cui il “7”dei Red Devils si consegnerà all’eternità con il nome di George THE Best, battendo in finale il più grande giocatore portoghese della storia, il famoso Eusebio; la rivincita tanto attesa dopo il terrificante disastro aereo di Monaco del 1958. Tutto questo, e molto altro, rappresenta la storica finale della Coppa dei Campioni del 29 maggio del 1968.

Il 6 febbraio del 1958, i Busby Babes (così erano denominati i giocatori del Manchester United, per via della giovane età e del nome del loro manager) stavano facendo ritorno da Belgrado, dopo aver pareggiato 3-3 contro la Stella Rossa la partita valida per l’approdo alle semifinali della Coppa dei Campioni. Al tempo, per andare da Belgrado a Manchester, era necessaria una sosta a Monaco di Baviera per rifare carburante. Caso volle, però, che quel giorno fosse in atto una vera e propria tormenta di neve.

I giocatori erano abbastanza rassegnati a passare la notte lì, ma i piloti – convinti che si potesse tranquillamente partire – optarono per il decollo. L’aereo, come prevedibile, non decollò mai: si spezzò subito un’ala e iniziò un’inesorabile corsa verso un distributore di carburante. Dopo lo schianto, morirono sul colpo 8 giocatori, tra cui Tommy Taylor, il famoso giocatore da 29.999 sterline. Perchè Busby solo una volta aveva veramente speso tanto per un solo un giocatore e non voleva che venisse chiamato “il calciatore da 30.000 sterline”.

Dopo 15 giorni di agonia in ospedale, morì anche Duncan Edwards, uno dei più grandi calciatori inglesi che a soli 15 anni era stato convinto dal manager dello United a giocare per lui. Tra i sopravvissuti, c’erano due giocatori che risulteranno fondamentali per la conquista della tanto agognata Coppa del 1968: l’attaccante Robert Charlton, detto Bobby, e il centrale difensivo dai piedi poco educati Bill Foulkes.

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Nel suo letto di ospedale di Monaco, Busby si contorceva dal dolore. Un dolore fisico, visto il tremendo colpo d’ala subito allo sterno, ma anche uno psichico: secondo lui, la colpa di aver mandato in giro per l’Europa dei giovani giocatori era solo sua, perchè sua era l’ossessione di vincere il trofeo continentale. Così, un giorno, si fece collegare agli altoparlanti di Old Trafford per lanciare un importante messaggio a tutti i tifosi dello United: “aspettatemi, aspettateci, perchè noi vinceremo la Coppa dei Campioni”.

Foulkes e Charlton erano una buona base per ripartire, ma il giocatore che davvero cambierà volto a questa squadra verrà ingaggiato all’età di 15 anni. Sì, proprio la stessa età che aveva Duncan Edwards quando Busby decise di metterlo sotto contratto. Il suo nome era George Best, e da lì in avanti si rivelerà la migliore scelta che si potesse fare. Nel 1966, dopo aver costruito una squadra davvero forte e aver innalzato Best ad autentico fulcro del gioco, i Red Devils arrivarono nuovamente in semifinale, ma furono sconfitti dal Partizan di Belgrado.

A quel punto, Busby pensò seriamente che quel sogno europeo non si sarebbe mai compiuto. Due anni dopo, ecco di nuovo la semifinale: davanti a loro si presentò il grandissimo Real Madrid di Gento, praticamente il Best spagnolo. L’andata si giocò a Old Trafford, e un gol di Best fissò il risultato sul definitivo punteggio di 1-0. Nonostante il rassicurante margine di vantaggio, il primo tempo del ritorno  al Bernabeu si rivelò drammatico per i ragazzi in rosso: 3-1 per le merengues e squadre al riposo.

Negli spogliatoi, sebbene il risultato sembrasse notevolmente compromesso, Busby non accettò l’idea di poter andar fuori anche stavolta, così decise di impostare Best come centravanti – o meglio- decise di dare a Best totale libertà di movimento negli ultimi 25 metri. Sapeva che lui, e solo lui, avrebbe potuto dare una scossa a una squadra con il morale sotto i tacchi. La mossa risultò vincente, perchè lo United riuscì ad accorciare le distanze con un gol di Sadler e poi, al 78′, entrò in scena il fenomeno di Belfast.

Corsa sulla fascia, finta e contro-finta a disorientare Sanchèz e sguardo in mezzo per mettere il cross: a quel punto, Best si accorse che, inspiegabilmente, l’unico giocatore con la maglia rossa a trovarsi in area era Foulkes. Proprio lui, il sopravvissuto dello schianto di Monaco che solitamente quei palloni li spediva minimo al terzo anello. Decise comunque di dargli la palla e, per un meraviglioso quanto decisivo scherzo del destino, stavolta il tiro andò a insaccarsi splendidamente sul secondo palo. Era fatta: le porte della finale si erano finalmente spalancate.

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Contrapposto al Manchester United, quel fatidico 29 maggio del 1968, c’era il Benfica. La squadra portoghese, che aveva in Eusebio il suo giocatore più rappresentativo, si era agevolmente sbarazzata della Juventus in semifinale ed era pronta a vendicare il 5-1 subito contro lo United nei quarti finale dell’edizione di due anni prima. La partita si giocò a Wembley, lo stadio dei sogni di George Best, davanti a circa 92.000 spettatori. Fu un match a dir poco meraviglioso: lo United si portò in vantaggio al 55′ grazie al solito Bobby Charlton, ma a 10 minuti dalla fine il Benfica riuscì a pareggiare con Graça.

I supplementari iniziarono con i portoghesi visibilmente più in forma, ma purtroppo per loro era arrivato il cosiddetto “Georgie Moment”: dopo 7′ dall’inizio del primo tempo supplementare, Best sfuggì ai difensori avversari, si presentò 1 contro 1 con il portiere, lo superò in scioltezza e depositò in porta il gol del vantaggio per lo United. Da lì in avanti, iniziò il vero e proprio tracimare rosso: in 3 minuti Kidd e Charlton misero il punto esclamativo sulla partita. Al fischio finale dell’Italiano Concetto Lo Bello, da Siracusa, il sogno si era finalmente realizzato: il Manchester United aveva vinto la Coppa dei Campioni, 10 anni dopo il disastroso incidente di Monaco di Baviera.

Un Busby provato all’inverosimile poteva finalmente congedarsi e passare ai piani alti come dirigente. La sua ossessione era definitivamente sopita, la coppa che tanto aveva bramato adesso poteva toccarla, abbracciarla, coccolarla. Per Best, che aveva vinto il testa a testa con Eusebio e – conseguentemente – il pallone d’oro, si aprirono le porte dell’oblio. Da quel momento, inizierà un declino tanto inaspettato quanto inesorabile: la sua amica preferita, la bottiglia, non la lascerà mai più. Ma questa è un’altra storia.

Fabrizio Famulari

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