Sinisa Mihajlovic, il condottiero serbo Sinisa Mihajlovic, il condottiero serbo
“Rivivrei tutto allo stesso modo. Anche gli sbagli. Perché non esistono vite perfette. E sarebbero pure noiose. Se oggi sono quello che sono è... Sinisa Mihajlovic, il condottiero serbo

Rivivrei tutto allo stesso modo. Anche gli sbagli. Perché non esistono vite perfette. E sarebbero pure noiose. Se oggi sono quello che sono è grazie anche a qualche errore. Ho vissuto fino a questo momento come volevo io”.

(Sinisa Mihajlovic, intervista alla Gazzetta dello Sport)

Non si può capire, raccontare e spiegare nessun personaggio, se prima non si è scesi nell’intima essenza di quello che sarà il protagonista del nostro racconto. L’Uomo prima del resto, prima dei fatti che ne hanno caratterizzato l’esistenza.

Sinisa Mihajlovic è da questo punto di vista una risorsa infinita di storie, racconti ed aneddoti. Tanto che se volessimo assimilarli tutti rischieremmo di perderci tra politica, religione, guerra e calcio. Winston Churchill affermò che i Balcani “producono molta più storia di quanta ne possono consumare”, e crediamo che in effetti mai metafora fu più azzeccata per descrivere la vita dell’attuale allenatore del Bologna.

Nato a Vukovar, cittadina dell’ex Jugoslavia nel 1969 da madre croata e padre serbo. Ha mosso i primi passi da calciatore nel Vojvodina tra il 1988 e il 1990. Prima di passare alla corte della Crvena Zvezda (Stella Rossa) di Belgrado, squadra con la quale conquistò l’Europa, vincendo la Coppa dei Campioni del 1991, battendo in Finale l’Olympique Marsiglia ai calci di rigore. La Stella Rossa, insieme alla Steaua di Bucarest, rappresentano le uniche due squadre dell’Est Europa che nella storia sono riuscite a vincere la Coppa dalle “grandi orecchie”.

Il Mihajlovic calciatore, parafrasando illustri giornalisti ed addetti ai lavori, era uno di quelli che in campo “la palla la faceva cantare. Dotato di qualità fisiche, tecniche e caratteriali di primissimo spessore, utilizzato nella linea difensiva sia come centrale che come terzino, era noto a tutti per l’abilità nei calci piazzati. Nello specifico, nei calci di punizione dalla distanza che spesso risultavano essere una vera e propria sentenza senza appello per i portieri avversari.

Il 1991 però non è solo l’anno della conquista della Coppa dei Campioni. In quel periodo nell’ex Jugoslavia spiravano già dei fortissimi venti di guerra. Lo stesso Mihajlovic in una partita di Coppa contro i croati dell’Hajduk Spalato si rese protagonista di una vera e propria “lotta” che ebbe poco a che fare con il calcio, con il Capitano avversario Igor Stimac, colpevole di aver augurato al serbo l’uccisione di tutta la sua famiglia. Sinisa tornerà sull’accaduto anni più tardi, dichiarando senza mezzi termini che se solo avesse potuto, l’avrebbe ucciso a morsi.

I Balcani i quegli anni sono una polveriera, la città natale di Mihajlovic viene rasa al suolo, la mamma e il papà si salvano solo per intercessione di Arkan (passato alla storia per aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità), ma che negli anni precedenti era il capo degli Ultras della Stella Rossa. La squadra della quale Sinisa faceva parte e per questo si era instaurata un’amicizia tra i due. Mai rinnegata dall’allenatore rossoblù. Lo stesso che ha fatto dell’onore, della lealtà e della fedeltà tre tra i punti cardine e i valori fondamentali della propria esistenza.

Il conflitto distrugge tutto e tutti. E’ una guerra fratricida, dove il vicino di casa, o peggio ancora uno stretto familiare, improvvisamente diviene tuo nemico. E’ una delle peggiori pagine di storia del ‘900.

Il Mihajlovic calciatore nel 1992 sbarca in Italia, lo acquista la Roma. Due anni tra le fila dei giallorossi, prima del trasferimento a Genova per vestire la maglia blucerchiata della Sampdoria. Quattro stagioni passate nella città della Lanterna, per poi tornare a Roma, questa volta per accasarsi alla Lazio, squadra con la quale conquista uno storico Scudetto nell’annata 1999-2000. Dopo i sei anni in biancoceleste, l’ultimo viaggio da calciatore ha come direzione Milano. Nel 2004 lo acquista l’Inter di Roberto Mancini, con il quale due anni più tardi, tolti gli scarpini da calciatore, inizierà la carriera da Vice-Allenatore.

Nell’arco di tutte queste stagioni si renderà protagonista di numerosi diverbi in campo con gli avversari. Celeberrimi quelli con Patrick Vieira in una partita di Champions League tra Lazio e Arsenal e quello con Zlatan Ibrahimovic, in una Finale di Supercoppa Italiana tra Juventus e Inter.

La carriera da Allenatore come già detto inizia all’ombra di Mancini all’Inter per poi continuare proprio sulla panchina del Bologna nella stagione 2008-2009. Da lì, le avventure con alterne fortune, alla guida di Catania, Fiorentina, Nazionale Serba, Sampdoria, Milan, Torino, la breve parentesi allo Sporting Lisbona, prima di ritornare lì dove tutto era cominciato undici anni fa: la panchina del Bologna.

Una situazione che sembrava disperata, con una squadra che a metà gennaio sembrava ormai essere rassegnata alla retrocessione. L’esonero di Filippo Inzaghi e il ritorno di Sinisa Mihajlovic per dare nuova linfa vitale agli emiliani. Una decisione azzeccatissima da parte della società del Presidente Joey Saputo. Il tecnico serbo è stato in grado di compiere un vero e proprio miracolo, lanciando giocatori come Lyanco, Dijks, Pulgar e Orsolini e rilanciando i vari Destro e Dzemaili che ormai sembravano sulla via del tramonto.

Ventidue punti conquistati nelle ultime dieci giornate di campionato, un ritmo da Champions League più che da lotta retrocessione. La salvezza certificata con il pareggio per tre a tre in casa della Lazio nell’ultimo turno di campionato. Mihajlovic ha vinto una sfida complicata, difficile da accettare, coniugando la praticità della vittoria con l’estetica. Ha spesso, infatti, mostrato un ottimo calcio che ha sicuramente agevolato le vittorie rossoblù.

Bologna ha avuto quello che una piazza così importante e storica per il calcio italiano meritava, cioè una squadra all’altezza. Il più grande merito di Mihajlovic è stato proprio questo, quello di riuscire ad infondere ai propri giocatori oltre che delle precise nozioni di carattere squisitamente tattico, quei valori caratteriali di voglia di lottare e di gettare il cuore oltre l’ostacolo che in tutta onestà nella precedente gestione sembravano smarriti.

Il condottiero Mihajlovic è riuscito nella sua missione, portando in porto la barca. Pur rimanendo un uomo complicato, per certi versi tormentato. Un tormento portato avanti dai racconti e dai ricordi di quelle che sono state le molteplici vite vissute dal serbo.

E per questo crediamo che la migliore descrizione di Sinisa Mihajlovic l’abbia data egli stesso in occasione dei suoi 50 anni, compiuti lo scorso febbraio. “I capelli lunghi e riccioloni di quando ero ragazzino, hanno lasciato spazio ai capelli bianchi. Si sono pure diradati, e ora li difendo come prima coprivo i miei portieri. Eppure per l’energia e l’entusiasmo me ne sento 20 in meno. Anche se certe volte penso di averne già 150, per tutto quello che ho già vissuto. L’adolescenza in Serbia, la carriera, l’Italia, i figli, le tante città, la povertà, i successi e l’agiatezza. Ma anche due guerre, le ferite e le lacrime…Oggi se mi guardo indietro posso dirlo: Sinisa, quanta vita hai vissuto”.

Raffaello Lapadula
twitter: @RafLapo

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