Le etichette, nel mondo del calcio come nella vita, non sono mai una bella cosa, specialmente quando riguardano le persone, ovvero entità estremamente complesse...

Le etichette, nel mondo del calcio come nella vita, non sono mai una bella cosa, specialmente quando riguardano le persone, ovvero entità estremamente complesse impossibili da ingabbiare in un contenitore rigido, studiato appositamente per gli oggetti. Perchè questo, in fondo, sono le etichette.

Eppure nel calcio, così come nella vita, per comodità o più banalmente per semplificazione, si fa sempre più uso dell’etichetta, individuata ed appiccicata addosso in base ad un tratto distintivo della persona stessa.
Qualche volta, tali etichette, riescono in quello che dovrebbe essere il loro scopo: fornire una prima impressione generale, molto sommaria, su chi abbiamo di fronte.

Il più spesso delle volte, però, non trattandosi di supermercato, le etichette possono ingannare, o meglio, distogliere l’attenzione non permettendo così di andare oltre la superficie delle cose.

Uno come Sinisa Mihajlovic, ad esempio, fin dai tempi di quando era calciatore, è sempre stato descritto come “sergente di ferro“, epiteto che si è poi portato dietro anche nella sua più recente avventura da allenatore. Inflessibile nei modi di fare, sguardo truce, comportamento sempre al limite e qualche volta oltre: Sinisa non ha mai fatto nulla, diciamoci la verità, per scrollarsi di dosso questa definizione.

Qualche volta, anzi, l’impressione che si è avuta è che ci si sia rifugiati in questo luogo comune per evitare di affrontare una questione sicuramente più significativa ed importante: chi è davvero Sinisa Mihajlovic?
Non stiamo parlando, non avendo gli elementi nè la competenza per farlo, dal punto di vista umano, quanto piuttosto da quello lavorativo. Che allenatore è Sinisa Mihajlovic?

Ad inizio stagione veniva accreditato, da tutti o quasi gli addetti ai lavori, come l’allenatore giusto nella squadra giusta. l’uomo in grado di innalzare il valore dei singoli e far rendere una squadra, il Torino, sopra le proprie, reali, possibilità.

Il suo carattere, burbero ma allo stesso tempo passionale, si sarebbe sposato a pieno con lo spirito indomabile del tifoso granata, inoltre avrebbe dovuto rappresentare il valore aggiunto per “mettere in riga” e far rendere al meglio alcuni giocatori dall’indiscusso talento, Adem Ljajić su tutti, che proprio sul piano caratteriale e della personalità avevano mostrato i loro punti deboli.

Ad inizio anno è stato Mihajlovic stesso a fissare l’obiettivo del suo mandato: “il nostro obiettivo è quello di giocare bene e incarnare lo spirito del Toro. Entro 2 anni vogliamo l’Europa League, che non significa che non ci proveremo già quest’anno, il nostro obiettivo è quello di combattere”, confermandolo a più riprese nel corso della stagione.

Ad oggi, mentre vi scriviamo, il Torino è 9° in classifica, distante parecchi punti dalla zona Europa League, ma la cosa più preoccupante è che non sembra avere quell’identità forte, di squadra, che in molti davano quasi per scontato al momento della firma del tecnico serbo.

Come in tutte le situazioni analoghe, scaricare le colpe solo su una persona è la cosa più sbagliata da fare. La società, indubbiamente, non può essere esente da rimproveri, avendo allestito una rosa palesemente lacunosa in alcuni reparti, la difesa su tutti. I giocatori stessi ci stanno mettendo del loro, con errori che, a prescindere da qualsiasi discorso o contesto, non dovrebbero potersi permettere.

Poi però arriva anche il turno dell’allenatore, il cui compito, tra i tanti, dovrebbe essere quello di dare almeno una precisa identità alla squadra, una solidità che raramente il Torino ha mostrato in questa stagione fino ad ora altalenante.
Non sono mancati, da parte di Mihajlovic, parole dure nei confronti di alcuni giocatori, accusati di scarsa personalità così come, ad onor del vero, gli va riconosciuto l’attenuate dei molti infortuni occorsi in stagione ai suoi.

L’impressione è che la “linea dura” non stia pagando particolarmente, ma sia quasi una sorta di scudo dietro al quale trincerarsi al riparo da tutte le difficoltà che una vita da allenatore inevitabilmente porta con sè.

Nel corso della sua carriera da allenatore, iniziata da vice nell’Inter nel 2006, Sinisa Mihajlovic ha alternato risultati molto convincenti (Catania e Sampdoria su tutti) ad altri negativi o altalenanti, rendendo difficile una valutazione complessiva riguardo al suo operato.

Oggi, che tra l’altro è anche il giorno del suo compleanno, ci stiamo ancora domandando chi sia davvero Sinisa Mihajlovic. Perchè essere un ottimo motivatore e avere le palle quadrate, a certi livelli, potrebbe anche non bastare.

Voi come la pensate?

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo