Il segreto, nel calcio, è non pensarci. Non pensare a quello che stai facendo, a quello che stai per fare, a quello che sta...

Il segreto, nel calcio, è non pensarci. Non pensare a quello che stai facendo, a quello che stai per fare, a quello che sta per succedere. Perchè, se ti fermi a pensare, è finita, ma per davvero. Il pallone ci mette un attimo a diventare un macigno, le gambe di colpo diventano di piombo e anche mettere in fila un passo dopo l’altro può diventare impossibile.

Il segreto è non pensarci, assolutamente. Perchè ci siamo già noi, a farlo. Noi che guardiamo da fuori, con gli occhi spensierati degli spettatori neutrali o con il cuore in gola dei tifosi incalliti. Noi che comunque siamo comodamente seduti, in tribuna a pochi metri da te, o su un divano, una sedia, un pavimento. Noi che sappiamo quello che sta per succedere, e abbiamo capito che tu, invece, non ci devi assolutamente pensare.

Pensare al tuo passato, al tuo presente, al tuo futuro. A ogni calcio tirato a un pallone, a ogni rete gonfiata e ogni portiere battuto, a ogni minuto giocato in campo per arrivare fino al punto in cui sei. Il punto in cui si ferma il cronometro della nostra storia, il punto in cui mettiamo pausa per un attimo. E’ l’ottantasettesimo minuto della tua prima partita di Champions League, mica una partita qualsiasi. Quella musichetta, quei teloni, quelle stelle intorno che ti ricordano che ora sei al cospetto dei migliori d’Europa. E’ l’ottantasettesimo minuto di una partita in cui sei in campo da sette minuti. Non ti chiedono di risolvere la partita e di vincerla, anche se sei un attaccante e il tuo compito sarebbe comunque quello di fare gol.

No, sei entrato al posto dell’uomo che quella partita la sta decidendo e forse lo sai anche tu che quando sei entrato, gli applausi erano per lui. Erano applausi di ringraziamento, non di incoraggiamento per te. 10 minuti di Champions League, i tuoi primi 10 minuti di Champions League. L’allenatore ti ha chiesto di dare una mano, di tenere quanti più palloni possibili, di far viaggiare in fretta quelle maledette lancette del cronometro sperando arrivino presto al minuto numero 90.

Eppure, mentre la squadra sta soffrendo, dalla difesa lanciano un pallone, Paulo Dybala vince un contrasto, quel pallone ti arriva sui piedi. Ci sono 40 metri tra te e la porta. E nessuno tra te e lei, tranne il portiere e un paio di difensori che però hanno già un paio di metri di svantaggio. L’unica cosa che devi fare è correre. Senza assolutamente pensare a nient’altro. Abbassare la terra e percorrere quei 40 metri di campo nel minor tempo possibile, come se fosse una gara per la sopravvivenza. Arrivare prima dei difensori con la maglia rossa che ti inseguono e calciare verso quella porta. Ma, per carità di Dio, Simone, non pensare ad altro.

Non pensare a quello che sarebbe il tuo primo gol in Champions League, non pensare che sarebbe il gol che chiuderebbe la partita, non pensare che se sbagli potrebbero materializzarsi i fantasmi di un’altra rimonta subita nei minuti di recupero. Non pensare a dove eri un anno fa, a Sassuolo, nella provincia ovattata. Non pensare a dove eri cinque anni fa, dieci anni fa, a lottare per inseguire un sogno, un sogno che sembrava impossibile da raggiungere. Non pensare ai sacrifici che hai fatto, alla casa e agli amici lasciati a Metaponto e a tua madre che ha mollato tutto per starti vicino. Non pensare che mettere quel pallone alle spalle del portiere significherebbe dare ancora una volta un senso a tutto questo. Non pensare alle critiche, al poco spazio trovato finora, al fatto che forse venire a Torino sia stato un errore.

Non pensare, Simone.

Il segreto, nel calcio, è proprio questo. E Simone, in quei 40 metri, abbassa la testa, si presenta davanti a Sergio Rico, lo batte con il suo piede “sbagliato”, il destro. E’ il suo primo gol in Champions League, e, piccolo record patriottico, è il primo gol di un calciatore lucano nella massima competizione continentale. E poi, dopo quel gol, non esulta, come se fosse tutto normale, come se la Champions fosse casa sua, come se non fosse cresciuto sui campetti, sulle strade e sulle spiagge di Metaponto, ma sull’erba dello Juventus Stadium. Si, il segreto, quando il pallone pesa da morire, è non pensarci per niente.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro